L’euro nell’occhio della speculazione

Roberto Mazzotta
15/12/2010

Nata senza integrazione della fiscal policy, la nostra moneta arranca.

L’euro nell’occhio della speculazione

Le turbolenze valutarie sono una pessima compagnia per l’economia reale e, di solito, la condannano a recessioni prolungate, se non a peggio. La vulnerabilità relativa delle monete fiaccate da squilibri commerciali ormai decennali e da debiti pubblici maestosi alle loro spalle non è compatibile con la libertà degli scambi e con la crescita.
La malattia dell’euro non è, di per sé, la più grave. L’area dell’euro ha un equilibrio molto soddisfacente dei propri conti esteri, anche se conosce forti squilibri regionali, peraltro non maggiori di quelli che riguardano il Massachusetts e l’Alabama. Il debito pubblico complessivo dell’Europa della moneta rapportato al Prodotto interno lordo e a qualsiasi altro indice è largamente inferiore a quello giapponese e il debito totale delle imprese e delle famiglie non ha praticamente confronto con quello americano. Eppure, l’euro è e resterà nell’occhio della speculazione.

I Paesi a rischio con le spalle al muro

Conosciamo tutti la ragione di questa debolezza. Nata zoppa, senza integrazione della fiscal policy, la nostra moneta ha camminato bene durante i nove anni di crescita ininterrotta fino al 2008 ma, da quando la strada è diventata in salita, arranca e potrebbe cadere. Le aree a rischio sono quelle caratterizzate da una storica fragilità della finanza pubblica, che non ha retto il trasferimento sul debito statale degli onerosi salvataggi bancari. Paesi “a rischio” sono con le spalle al muro.
Per finanziare il debito devono emettere obbligazioni in euro a tassi elevati, tendenzialmente crescenti. Stanno cioè applicando terapie drastiche che incidono pesantemente sui livelli di reddito e di occupazione; non possono svalutare, né contare su una Banca centrale nazionale con funzioni di emissione. Possono solamente dare ospitalità a quei moderni Cavalieri dell’Apocalisse che sono i funzionari del Fondo monetario internazionale. Per di più, i mercati scommettono sulla probabilità del loro fallimento.
Per il godimento degli operatori grandi e piccoli che hanno molta liquidità a disposizione e pochi impieghi redditizi, la loro instabilità diventa una campana a morto per l’euro. Ossia per la moneta più forte del mondo (se si esclude il renminbi cinese che è ancora però più un’unità di conto che una valuta).
In questo momento noi italiani siamo gli ultimi a poter criticare la capacità di decisione politica dei nostri vicini. Ma tant’è. Le scelte necessarie sono politiche, non tecniche. E dovrebbero portare l’Europa a fare un deciso passo avanti verso l’integrazione, pena la sua dissoluzione trascinata dalla crisi della moneta. Com’è noto, il gioco è tutto renano, nelle mani dei due Paesi maggiori.

Bond per gli investire e non per pagare il debito

Di fronte a questi argomenti il pessimismo, purtroppo, è generale e, fino a oggi, fondato. Avanzo due considerazioni ottimistiche. Innanzitutto, a est e a ovest del grande fiume vivono, come è stato ricordato, popoli del vino: quindi non bisogna mai disperare. Qualcosa di forte e generoso può rinascere e prendere corpo. Se fossimo soltanto nelle mani di prussiani e normanni, popoli della birra, avremmo poche prospettive.
In secondo luogo, la pavidità dei governanti dipende, per una parte non piccola, dalla sottomissione ai sondaggi d’opinione. Si può fare una cosa senza senso o rifiutarne un’altra necessaria per secondare l’umore degli elettori della Westfalia o per tentare di recuperare un po’ della popolarità perduta. Ma davanti al bisogno e al pericolo vero anche per sé il governante d’opinione può diventare un leader sul serio.
Nel frattempo è preziosa tutta la farmacopea di stampo tecnico che è in grado di tamponare e rinviare la scadenza del problema. Sarebbe un miracolo se la proposta di Tremonti e di Juncher cominciasse a camminare, almeno nel dibattito degli specialisti e poi nell’opinione pubblica, e soprattutto nel Parlamento di Bruxelles.
Andrebbe bene anche se, per partire, i bond servissero non per pagare il debito ma per finanziare gli investimenti nei Paesi che hanno gravi ritardi infrastrutturali e che, guarda caso, sono quelli più sofferenti e bisognosi di stimoli per sostenere i livelli di attività.

Perché due euro non sono possibili

È sbagliato ipotizzare episodi di insolvenza di Stati o anche solamente di operazioni di ristrutturazione all’interno dell’Unione. Tutti sanno in quali portafogli sono ospitati i titoli dei debiti a rischio e quindi sanno che il contagio, uscito dalla finestra con i salvataggi bancari, rientrerebbe dalla porta con effetti moltiplicati.
Ancora, mi sembra irrealistico pensare che il mercato unico o anche solamente un misero accordo doganale possa mantenersi tra due aree monetarie distinte, una a moneta forte, l’altra a moneta debole. L’area soccombente avrebbe un cambio demolito dalla speculazione e dalla fuga dei capitali, oltre a situazioni sociali devastate dall’inflazione. Mi sembrano, con franchezza, esercitazioni astratte e comunque piuttosto pericolose. Gli stessi interessi dell’area a moneta forte sarebbero seriamente compromessi. Costa molto meno a tutti seguire la via della logica e della ragione, anche per evitare un nuovo secolo dominato dall’irrazionalismo.
Un ultimo accenno al caso italiano. Non siamo finora entrati nella turbolenza grazie ad una buona politica di bilancio pubblico e a un sistema bancario che ha retto. Se la turbolenza proseguisse, nel mirino potremmo entrare anche noi. In ogni caso, il vincolo del debito pesa e peserà sempre più, condannando al ribasso la nostra potenzialità di crescita.
Abbiamo contemporaneamente, tra i grandi Paesi d’Europa, il debito pubblico più pesante, e la ricchezza privata, in termini relativi, più importante. Gli attivi che formano la ricchezza privata sono destinati peraltro ad accrescere o a perdere valore in relazione alla tenuta del sistema produttivo. È interesse economico di tutti che il vincolo del debito venga riportato verso il limite previsto dai Trattati. Una parziale compensazione tra i due aggregati, da realizzarsi non solamente con strumenti fiscali, dovrebbe essere pensata senza ritardi.

Roberto Mazzotta è consigliere d’amministrazione della Banca popolare di Milano