I problemi delle forze armate tra riforme, tagli e invecchiamento

13 Agosto 2018 14.29
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L'addio al servizio militare obbligatorio – o naja, come era chiamato in gergo da chi vi era sottoposto – avvenuto nel 2005 per dotarsi di un esercito composto esclusivamente da professionisti ha radicalmente mutato la composizione delle forze armate italiane. A distanza di 13 anni il ministro dell'Interno Matteo Salvini ha proposto di reintrodurre l'obbligo «per ricordare ai ragazzi che, oltre ai diritti, esistono anche i doveri», ma la titolare della Difesa Elisabetta Trenta l'ha subito bloccato bollando l'idea come «romantica». Di certo quando è stata introdotta la riforma non si poteva però prevedere che la crisi economica avrebbe imposto tagli all'organico. Più ingenuamente, non ci si era nemmeno posti il problema che l'invecchiamento costante della popolazione avrebbe riguardato anche le nostre truppe. Dopo una decade e poco più, l'Uvi, l'Ufficio valutazione impatto del Senato, si è interrogato sui risultati di quella norma epocale.

PIÙ IMPEGNI PER UN ESERCITO APPENA RIFORMATO: SOSTENIBILI?

A riformare la composizione dell'esercito è stata la legge n. 331 del 2000, che ha previsto il passaggio a un modello di forze armate interamente professionale, sospendendo il servizio militare di leva dal primo gennaio 2005. Subito dopo la 331 del 2000, l'Italia ha firmato un altro atto, il documento strategico Nuove forze per un nuovo secolo che ha inserito, nel 2001, tra i compiti principali delle nostre truppe anche la partecipazione alle missioni internazionali di peace keeping e peace enforcing. Il cambiamento di modello consente ancora al nostro Paese di rispettare gli impegni presi sullo scacchiere internazionale? Andiamo con ordine.

ORGANICO: ABBONDANO I MARESCIALLI, MANCANO LE TRUPPE

Nel 2000 le forze armate italiane erano composte da un organico di circa 265 mila uomini, il 44% dei quali costituito da militari di leva. Oltre agli ufficiali, l'85% in servizio permanente, e ai sottufficiali, integralmente professionisti, vi era già, tra il personale di truppa, una consistente quota di volontari in servizio permanente (13.658) o ferma breve. Il decreto legislativo n. 215 del 2001 ha fissato invece, come obiettivo da conseguire entro il 10 gennaio 2020, un'entità totale di 190 mila unità, di cui 103.803 militari di truppa. In questi 13 anni si è però visto che, a eccezione degli ufficiali, le altre categorie di personale faticano a riassestarsi secondo gli obiettivi previsti dalla normativa. La truppa non si è mai avvicinata, dalla sospensione della leva, all'obiettivo del 55% della consistenza totale del personale. Di contro, i sergenti avrebbero dovuto essere il 20% e i marescialli il 13. Tuttavia, nel 2006 i sottufficiali rappresentavano il 40% del totale (34% di marescialli e solo il 6% di sergenti) e nel 2010 il loro numero anziché diminuire era ulteriormente salito al 41%.

INVECCHIAMENTO: SITUAZIONE SBILANCIATA

Si legge nel rapporto dell'Uvi: «Per quanto riguarda il personale di truppa, il modello, basato sulla figura del volontario in servizio permanente effettivo, sembra essersi mostrato vulnerabile sul fronte – peraltro prevedibile – del progressivo invecchiamento. Per evitare un "esercito di precari" lo strumento è stato ingessato e gli obiettivi posti successivamente in riduzione hanno ulteriormente aggravato il quadro: i provvedimenti di ridefinizione quantitativa del modello sono stati gestiti riducendo i nuovi reclutamenti, sicché la situazione si è ulteriormente sbilanciata».

CRISI ECONOMICA: STRETTA NUMERICA NEL 2012

Nel 2012 è arrivata la stretta post crisi. L'organico dell'esercito doveva passare da 190 a 150 mila unità. Il nuovo diktat ha sbaragliato la composizione delle forze armate, rendendo ancora più difficile il raggiungimento degli obiettivi: riguardo ai sottufficiali in totale dovevano diventare il 27% di tutto il personale (era il 33 nel 2001), e la truppa doveva salire al 61%. Secondo i dati racconti dall'Uvi, l'intera categoria dei sottufficiali continua a rappresentare il 40% del totale, come nel 2006, mentre il personale di truppa è ancora sotto il 50%. Nel 2017 le forze armate contavano ancora 170.588 unità.

SPESA PER LA DIFESA: PARTECIPANO MISE E MEF

Prima di procedere con l'analisi di come il nuovo modello abbia influito sulla spesa dello Stato, è bene ricordare che le risorse destinate alle forze armate non corrispondano al solo bilancio del dicastero preposto (20,2 miliardi nel 2017): bisogna infatti aggiungere gli investimenti del Mise (Sviluppo economico), pari a 2,7 miliardi nel 2017 e le spese del Mef (Economia e finanze), che coprono le missioni internazionali (pari a 1 miliardo nel 2017).

LA PROFESSIONALITÀ COSTA: MA L'INNOVAZIONE PIANGE

I sostenitori del nuovo modello ritenevano che questo si sarebbe retto sul principio “meno uomini, maggiore efficienza” comportando un'ottimizzazione delle risorse. Qualcosa, però, sembra non avere funzionato. Già nel 2005 si è iniziato a osservare un sensibile aumento delle spese per il personale, probabilmente collegato alla professionalizzazione della componente di truppa, che riceve uno stipendio e non la diaria simbolica un tempo riservata al personale coscritto, vale a dire poco più di 5 mila lire al giorno, al cambio meno di 3 euro. Anche se, durante la crisi, la Difesa non ha subito i medesimi tagli riservati agli altri dicasteri, i suoi conti sono stati messi in difficoltà dal continuo aumento della spesa per il personale che ha causato il crollo delle altre due componenti del bilancio: esercizio e investimento. La fetta maggiore è destinata agli stipendi e rimane ben poco per innovare i mezzi e formare le truppe.

Le forze armate italiane, ove richieste, sarebbero oggi in grado di sostenere nuovamente una proiezione massima nell'ordine delle 12 mila unità

I PATTI SI RISPETTANO: RISCHIAMO L'ISOLAMENTO POLITICO

In diritto internazionale vige un principio cardine: pacta sunt servanda, ossia i patti si rispettano. Un Paese che si tira indietro o che si comporta in modo sleale sullo scenario internazionale rischia l'isolamento politico e commerciale. Il nuovo modello consente all'Italia di tenere fede agli impegni presi? Nel corso del passaggio al modello professionale (2002- 2005), secondo l'Uvi, si è assistito a uno straordinario sforzo di proiezione fuori area (soprattutto in Afghanistan e in Iraq), con una costante presenza media oltre i 10 mila uomini. Dal 2006, tuttavia, vi è un progressivo ridimensionamento quantitativo. Se nel periodo 2006-2011 ci si attesta ancora su circa 7.500/8 mila uomini, a partire dal 2012 c'è stato, complice anche la crisi economica, a un ulteriore contenimento dello sforzo, con un'inversione di tendenza solo nella XVII legislatura. Nel 2018 l'Italia partecipa a 35 operazioni in 22 Stati di tre continenti, con un impiego massimo di 8 mila militari e una media di 6.400, incluse le forze di polizia. Si legge nel report: «Contrariamente alle attese, proprio all'indomani dell'entrata a regime del modello integralmente professionale, si assiste a un ridimensionamento dell'impegno italiano all'estero, destinato a non raggiungere più i livelli della prima metà degli Anni 2000. Ovviamente il dato si spiega con ragioni in parte politiche, in parte economiche […]. Gli elementi a disposizione non ci consentono di rispondere alla domanda. Le forze armate italiane, ove richieste, sarebbero oggi in grado di sostenere nuovamente una proiezione massima nell'ordine delle 12 mila unità».

ESERCITO COME AMMORTIZZATORE SOCIALE: MOLTI GIOVANI DAL SUD

Infine l'ultima questione che resta da appurare è se il nuovo modello abbia trasformato l'esercito in un ammortizzatore sociale. Il fenomeno è noto soprattutto negli Usa, in cui vengono arruolati ogni anno soprattutto ispanici e ragazzi provenienti da quartieri disagiati, con livelli di istruzione medio-bassi. E in Italia? Il Rapporto Esercito reca numeri interessanti, anche per l'arma dei carabinieri: dal 2010 al 2017 la provenienza geografica degli aspiranti al reclutamento ha sempre visto, nei primi tre posti, Campania, Sicilia e Puglia e – in generale – una prevalenza dei giovani originari delle regioni meridionali e insulari, dove la disoccupazione giovanile è a livelli record. Tale trasformazione, oltre a mutare la connotazione di alcuni corpi tradizionalmente alimentati da reclute del Nord e, più in generale, a sbilanciare la rappresentatività delle forze armate rispetto alle regioni italiane, pone problemi di ricongiungimento familiare ai quali occorre dare risposta, con nuovi aggravi di spesa su un bilancio già in difficoltà.

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