L’horror diventa hard

Redazione
15/10/2010

di Marco Cacioppo Non è stato solo l’anno della rivoluzione del 3D, del caso Polanski o delle rappresentazioni poco lusinghiere...

L’horror diventa hard

di Marco Cacioppo

Non è stato solo l’anno della rivoluzione del 3D, del caso Polanski o delle rappresentazioni poco lusinghiere che certe pellicole stranieri hanno dato dell’Italia. Anche se in pochi se ne sono accorti, a livello cinematografico il 2010 è stato anche l’anno dei film serbi.
Due opere provocatorie hanno alimentato dibattiti e scatenato polemiche per gli argomenti trattati: A Serbian Film (titolo originale: Srpski Film), di Srdjan Spasojevic, che ha scandalizzato l’ultimo festival di Cannes per il suo mix di horror e porno, e The Life and Death of a Porno Gang (titolo originale: Zivot i smrt porno bande), di Mladen Djordjevic, presentato all’Imagine Festival di Amsterdam.
Entrambi non sono stati distribuiti in Italia ma, grazie alla diffusione su internet e al passaparola, hanno guadagnato una grande popolarità. A scandalizzare, non sono solo gli argomenti trattati ma anche per il modo in cui se ne parla, cartina di tornasole del dolore e della rabbia per il male che la Serbia ha ugualmente inferto e subito nel corso degli anni Novanta.
Visitare oggi Sarajevo, Zagabria e Belgrado, dopo la fine del sogno socialista di Tito, la guerra serbo-croata e gli orrori del conflitto serbo-bosniaco, significa confrontarsi con realtà diverse e contrastanti. C’è chi sdrammatizza col sorriso, chi ha perso tutto e cerca di dimenticare, chi è arrivato dopo e quella triste pagina la rivede solo a posteriori, sbiadita nei racconti dei testimoni.
La strada intrapresa dai due cineasti è molto simile: riflettere sulle violenze di un’intera generazione ed esorcizzare i soprusi inflitti e subiti un Paese allo sbando. Il risultato è una catarsi perpetrata attraverso la metafora di un disagio che si esprime con una sequenza di nefandezze ai limiti del sostenibile.
«Siamo nati e cresciuti in Serbia e abbiamo vissuto sulla nostra pelle questi vent’anni bui» raccontano Spasojevic e lo sceneggiatore di A Serbian Film, Aleksandar Radivojevic. «Sono stati anni deprimenti, in cui c’era da aver paura. A emergere sono soprattutto la guerra e la politica, ma anche le nostre esperienze individuali segnate dal vivere in un contesto dove tutto può accadere in qualsiasi momento».
In A Serbian Film, un attore pornografico in declino riceve la proposta di un produttore per guadagnare molti soldi in cambio di un lavoro dai contorni confusi. Se non che l’attore, con famiglia a carico, si ritrova invischiato in un giro di pedofilia e snuff movies, cioè video amatoriali in cui vengono mostrate torture realmente messe in pratica.

Ancora snuff movies e pornografia in The Life and Death of a Porno Gang. Nella Belgrado post-Milošević, un regista incapace di trovare i finanziamenti per realizzare il proprio film è costretto a buttarsi nelle luci rosse. Stufo e insoddisfatto, però, esce dal giro e comincia a viaggiare per la Serbia insieme a una compagnia teatrale con cui mette in scena delle performance di sesso e morte dal vivo, di fronte a un pubblico di paesani dell’entroterra rurale.
Entrambi i film sono molto spinti, anche non sconfinano mai nell’hardcore. Ai limiti del pornografico è invece la rappresentazione della violenza, in cui sembra che i due registi abbiano gareggiato per vedere chi riusciva a spingersi oltre. Sciogliamo qualsiasi dubbio dicendo che il vincitore è A Serbian Film dove il protagonista, a un certo punto, è costretto ad assistere allo stupro di un feto estratto subito prima dal ventre materno.
Scena che, per la cronaca, ha provocato malori in sala tra i frequentatori di Cannes e ha spinto qualcuno a coniare il termine newborn porn per differenziarlo dal filone torture porn inaugurato dalla saga di successo Saw-L’enigmista, diretto da James Wan.
La Serbia, come tante altre nazioni ex-socialiste dell’Europa dell’Est, ha una lunga tradizione di cinema militante e surrealista (Dušan Makavejev, Srđan Dragojević, Goran Paskaljević) in grado di offrire chiavi di lettura intellettuale per riflettere sugli errori e le contraddizioni della società e della classe politica del tempo.
Spasojevic e Djordjevic sono invece i primi a guardare più a Occidente, a parlare del passato e del presente del proprio Paese facendo propri gli insegnamenti di quella corrente del cinema americano che negli anni ’70 rispondeva agli orrori della guerra del Vietnam con immagini anarchiche mai viste prima.