Libano, il giorno della collera

Vita Lo Russo
25/01/2011

Attesa per la nomina del premier, ma i sunniti si ribellano.

Martedì 25 gennaio è il giorno della collera dei libanesi che non vogliono un governo guidato da Hezbollah. Il giorno della collera dei sunniti, che non si riconoscono nel candidato proposto dal gruppo islamico Najib Miqati appoggiato da Iran e Siria, il giorno della collera di coloro che vogliono vendicare la morte di Rafik Hariri, padre del premier uscente Saad, morto in un attentato che, secondo il verdetto di un tribunale dell’Onu, sarebbe stato ucciso in un attentato organizzato proprio dal Partito di Dio.
A nulla sono valsi gli inviti al dialogo lanciati dallo stesso Miqati che ha chiesto al primo ministro uscente di «rimanere uniti» e di formare assieme il governo di «consenso nazionale».
Hariri non ci sta, non si fida dell’ex alleato, eletto nella sua lista nella tornata del 2009, che pure se di sangue sunnita ha poi tradito la popolazione schierandosi con Hezbollah.
Il governo del Libano è crollato lo scorso 12 gennaio a causa delle tensioni legate all’esito dell’inchiesta condotta da un tribunale delle nazioni Unite che indaga sulla morte del padre dell’ex premier Rafik Hariri. Il figlio, Saad, non ha bloccato l’inchiesta che con ogni probabilità avrà un verdetto (in attesa di pubblicazione proprio in questi giorni) che sembra ormai certo addossare le responsabilità per la morte di Hariri padre a esponenti del gruppo islamico. Per questo ha incassato la sfiducia di 11 ministri che si sono dimessi dietro la spinta del leader druso Walid Jumblatt di far cadere il governo Hariri.

La scelta del primo ministro

Sono in corso le consultazioni a Palazzo presidenziale per la scelta del nuovo Primo ministro. Il Presidente Michel Suleiman dopo aver sentito i vari gruppi parlamentari sceglierà la persona cui affidare la formazione del nuovo governo. Anche se l’ipotesi più accreditata è che Suleiman affidi l’incarico a Miqati, ha promesso di essere un premier «di tutti, equidistante e che non escluderà nessuno dalla partecipazione all’esecutivo».
L’UOMO DI HEZBOLLAH. Lunedì scorso Miqati presentandosi al cospetto del Parlamento aveva si era aggiudicato il sostegno di 65 dei 128 membri della camera dei deputati, ottendendo un vantaggio esiguo ma sufficiente per ricevere l’investitura ufficiale da parte di Suleiman e sorpassare Hariri. Miqati, 56 anni con studi negli Stati Uniti, è tra le personalità più ricche del Paese, nonché amico personale del presidente siriano Bashar al Assad e noto per esser stato per anni a capo di una delle due redditizie società di telefonia mobile locale. Aveva ricoperto l’incarico di primo ministro per soli tre mesi dall’aprile al luglio 2005 in un governo di transizione, mentre alle elezioni del 2009 era stato eletto nelle file della coalizione di Hariri. La sua investitura preoccupa il dipartimento di Stato Usa che il 24 gennaio ha fatto sapere per bocca del portavoce PJ Croweley di non approvare Miqati. «La nostra visione di Hezbollah è nota: a nostro avviso è un’organizzazione terroristica e non ci piace che in quanto tale possa svolgere un ruolo di primo piano all’interno del un governo.
Più grande il ruolo svolto da Hezbollah», ha detto Croweley, « più sarà problematico il nostro rapporto con con il governo».
L’OPPOSIZIONE DI HARIRI. Se il neocandidato non incassa la fiducia degli americani, ne incassa ancora meno tra i sunniti, capeggiati dall’ex premier. In un comunicato ufficiale la coalizione Hariri aveva reso noto che non parteciperà a nessun governo guidato da un candidato dell’opposizione. In altre parole, nessuna alleanza con l’uomo di Hezbollah, anche se sunnita, per nessun governo di partecipazione nazionale. Miqati era però stato eletto nel 2009 nella lista di Hariri, e la sua candidatura da parte dell’opposizione é stata definita «un tradimento» in un comunicato dei vertici della coalizione del premier uscente.

I disordini sunniti

La notizia del sostegno parlamentare all’uomo di Hezbollah ha fatto il giro del Paese e già in serata a cominciare da Tripoli, porto commerciale a nord del Paese e città sunnita di origine di Miqati, molti libanesi sono scesi in piazza per manifestare al grido di «Hezbollah, partito del diavolo» e il «sangue sunnita è bollente».
In quasi tutte le regioni a maggioranza sunnita del Libano, si sono registrate dal pomeriggio assembramenti di manifestanti pro-Hariri, che hanno scandito slogan contro il movimento sciita. A Beirut Ovest, nel nord e a sud della capitale i dimostranti hanno bloccato alcune vie di comunicazione, tra cui tratti dell’autostrada Sidone-Tripoli, dando fuoco a copertoni e cassonetti delle immondizie.
«L’unico che uomo che può rappresentare la fede sunnita», ha spiegato un religioso locale, Sheikh Arslan Malas, «è Saad Hariri. Non siamo disposti ad accettare che un leader di Hezbollah come Hassan Nasrallah scelga il nostro primo ministro».
IL GIORNO DELLA COLLERA. E proprio uno parlamentare di Tripoli eletto nelle liste di Hariri, Mohammed Kabbara, ha fissato per martedì la giornata della collera invitando i libanesi delle aree sunnite del Paese a scendere in piazza. Kabbara ha detto che questa scelta è «un’aggressione contro la confessione sunnita»