LeU diventa partito? Dio ce ne scampi e liberi

Peppino Caldarola
26/03/2018

Creare un nuovo soggetto da un accrocco infelice non ha senso. Il gruppo dirigente provi a incamminarsi lungo la strada di un reinserimento nella vita delle persone. Per dare vita a una reale sinistra di popolo.

LeU diventa partito? Dio ce ne scampi e liberi

Quando una malattia grave ti assale possono capitarti molti pensieri. Il primo è che non è vero quel che ti accade e quindi corri da un medico a un altro per farti rassicurare. Il secondo è cercare tutti i rimedi raccontandone di ciascuno, volta a volta, le caratteristiche miracolose. Capita persino di finire nelle mani di ciarlatani che non ti guariscono ma ti prosciugano i risparmi. Poi ti puoi rimbecillire con gli psicofarmaci o farti ingannare dai placebo. Si guarisce solo quando si prende atto della durezza del lungo percorso terapeutico e lo si affronta senza scorciatoie e senza illusioni ma con grande disciplina, intelligenza, forza d’animo.

LA SINISTRA È GRAVE, MA NON È MORTA. La malattia della sinistra è gravissima, ma la sinistra non è morta. Non credete a chi lo dice. Per lei non servono piccole terapie, non servono medici pietosi, non serve inseguire ciarlatani che ti uccidono, come nel caso dell’abbraccio ai 5 stelle, non serve avere fretta. Capita così che molti elettori di LeU e anche del Pd, storditi dalla botta del 4 marzo, stiano cercando affannosamente rimedi, medicine miracolose, colpevoli dell’infezione e tanto altro. Il rimedio per quelli di LeU (oggi mi occupo di loro, domani del Pd) è fare subito un partito per non disperdere il milione o poco più di voti raccolti e l’entusiasmo di tanti militanti. Fare un partito sembra una urgenza anche per il timore che si rivoti presto e il gruppo parlamentare, che coincide con il gruppo dirigente di LeU, cerca uno strumento politico per una nuova candidatura.

LEU, UN ACCROCCO INFELICE. Le cose spingono invece in tutt’altra direzione. LeU è stato un accrocco infelice per le ragioni che molti, e mi considero fra questi, hanno indicato prima del voto. Unione senza progetto, gruppi dirigenti consumati, leadership inadeguata, corresponsabilità nei governi Monti e nell’austerity europea, persino in molte scelte di Renzi, riproposizione estenuante del centro-sinistra, mancanza di volontà di proporsi come forza “rivoluzionaria” di sinistra. Insisto nel dire “rivoluzionaria”, termine che non intende insurrezione ma rovesciamento di una cultura e di una prassi. “Di sinistra” perché la sinistra è anticapitalismo. Bisogna, cito sempre Riccardo Lombardi, fare a cazzotti con il capitalismo, non spetta alla sinistra prenderne le difese. Questo lavoro lasciamolo a Di Maio e Salvini.

Fare un partito sembra una urgenza anche per il timore che si rivoti presto e il gruppo parlamentare, che coincide con il gruppo dirigente di LeU, cerca uno strumento politico per una nuova candidatura

Sono mancati, nei pochi mesi dalla nascita della lista unitaria, anche quei piccoli ma significativi gesti esemplari, tipo inventarsi un laboratorio di quartiere, un incontro con i maestri di strada di Napoli, chiamare a raccolta giovani laureati per farli diventare anch’essi avvocati di strada. Serviva e serve “inventare” un nuovo modo di fare politica, stare con il popolo non elogiandolo, compatendolo, blandendolo ma facendo cose visibilmente a suo favore. È mancato così il più grande smascheramento dei possibili vincitori, che sono populisti per conto terzi. Severissimi con l’élite politica ma silenti verso la gente di potere.

UNA BABELE DI ANIME. I tre gruppi della Lista unitaria sono andati ciascuno per conto proprio. Da un lato Possibile con le sue poche forze, dall’altra gli eredi di Vendola, infine quelli di Articolo 1 controllati dalla corrente bersaniana, quella che voleva smacchiare il giaguaro ballando sul terrazzo del Nazareno. La Babele è stata inesorabilmente biblica. Chi esaltava la discontinuità, chi voleva tornare al centro-sinistra, chi si considerava l’élite della sinistra, come dicevamo noi 20enni quando fondavamo i gruppi extraparlamentari in nome della classe operaia di cui, a sua insaputa, eravamo l’avanguardia.

LA LEZIONE DI BERLINGUER. Questa maionese è impazzita definitivamente. È diventata immangiabile né si può pensare di renderla appetibile trasformando questa cosa in un partito. Addirittura in un partito del lavoro (quale acronimo? PdL?). La mia opinione è che non si deve fare subito alcuna attività che porti rapidamente a un partito. LeU non è esistita nel dibattito pubblico in campagna elettorale. Ora è sparita. Il suo gruppo dirigente dovrebbe fare una cosa un po’ più incisiva dell’autocritica, dovrebbe sparire. A meno che…A meno che non inizi finalmente a incamminarsi lungo la strada di un reinserimento nella vita delle persone. Berlinguer rimproverò i comunisti meridionali le cui sedi erano state assediate, alcune addirittura devastate nella rivolta popolare e di destra (insisto popolare, cioè c’era il popolo vero, ma era politicamente di destra) dicendo che c’era stata «disassuefazione al lavoro di massa».

L’opposizione deve essere intransigente e avere due paletti: deve difendere le istituzioni e deve avere a cuore la vita del popolo. Anche quando il popolo vota per il nemico.

Oggi il termine appare antico anche perché non si tratta più di disassuefazione ma di scomparsa dell’esperienza in sé. Fare politica oggi per il gruppo dirigente anche giovane vuol dire cercare alleati nelle istituzioni. L’opposizione di tipo occidentale, cioè netta, diventa Aventino o non saper stare in partita. Lo slogan è «non isoliamoci». Di qui l’attesa delle telefonate di Di Maio, l’annuncio che i 5 stelle «hanno bisogno di noi». Ecco perché spesso i giovani di sinistra impegnati in politica sono già vecchi. C’è, invece, un vocabolario da buttare, l’ho proposto su FB, con frasi e parole come "compromesso storico", "solidarietà nazionale", "sinistra di governo", "centro-sinistra", "governabilità", "compatibilità", "vincolo europeo" e così via.

SALVINI E DI MAIO, DUE DESTRE. Sono termini ed espressioni di altre epoche politiche, la Prima e la Seconda Repubblica. Oggi due destre sono al comando, una di queste veste talvolta i panni di una singolare sinistra e prende i voti di gente di sinistra. Ma Grillo e Di Maio sono due capi della destra. Questo sono stati in questi anni. Basta pensare ai diritti civili, all’immigrazione, all’attacco al sindacato. Il nuovo vocabolario deve adottare altre parole tutte rivolte a ciò che si può fare “per” gli altri. La sinistra deve tornare a essere mutualistica, protettiva, libertaria, democraticamente apertissima, rivoluzionaria, cioè socialista.

SERVE RIFONDARE UNA SINISTRA DI POPOLO. Ecco, sta tutto qui. Analisi del cambiamento sociale, del potere economico, del contesto internazionale, quindi programma di salvezza e di cambiamento radicale. Il “sistema” non piace neppure a noi. Qui sta la nuova sinistra che non nasce da chi è esperto di cose antiche, di centro-sinistra, di responsabilità nazionale, di retorica europeista. L’opposizione deve essere intransigente e avere due paletti: deve difendere le istituzioni e deve avere a cuore la vita del popolo. Anche quando il popolo vota per il nemico. Fare un partito oggi, a freddo, è cosa vecchia, esprime, nella migliore delle ipotesi, l’idea di rifare il centro-sinistra. Meglio che ciascuno faccia con le proprie associazioni lavoro politico fra la gente, aiuti l’associazionismo, stia dalla parte del sindacato. Il tempo del partito verrà. Accadranno cose nel Pd. Vedremo alla prova i nuovi governanti. Intanto rifondiamo una sinistra di popolo, che fa anche politica e alleanze quando serve, ma si oppone al nuovo “sistema”, che sarà quello di sempre con facce diverse.

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