Il bilancio della guerra in Libia a un anno dall’offensiva su Tripoli

Redazione
02/04/2020

Il generale Haftar lanciò l'attacco sulla capitale controllata dal governo di al Sarraj il 4 aprile 2019. Il bilancio delle vittime è di 2.200-3 mila morti. Dopo l'intervento massiccio delle potenze straniere, la situazione è in totale stallo.

Il bilancio della guerra in Libia a un anno dall’offensiva su Tripoli

È passato un anno da quando, il 4 aprile 2019, il generale Khalifa Haftar lanciò il suo attacco a Tripoli nel tentativo di rovesciare il governo di accordo nazionale del premier Fayez al-Sarraj: un’offensiva trasformatasi subito nello stallo di un conflitto tra milizie più o meno inquadrate che continua a causare vittime, anche civili, e distruzioni di case e infrastrutture, senza lasciar intravedere una soluzione di pace. Facendo anzi temere un’escalation, viste anche le forze straniere schierate in questa guerra. I morti in un anno di scontri soprattutto alla periferia sud di Tripoli sono – secondo stime peraltro impossibili da verificare – tra i 2.200 e i 3.000. Si tratta della più recente fase dell’ormai quasi decennale caos libico iniziato nel 2011 con la caduta del dittatore Muammar Gheddafi, abbattuto dalla primavera araba e soprattutto da potenze occidentali.

IL CORONAVIRUS NON FERMA GLI SCONTRI

Fra interessi confliggenti di potenze mondiali e regionali (Russia ed Egitto filo-Haftar e TurchiaQatar per Sarraj), la diplomazia internazionale ha prodotto un cessate il fuoco concordato invano alla conferenza di Berlino del novembre scorso e, appena un mese fa, il ritiro del quinto mediatore Onu bruciato dalla crisi libica, il libanese Ghassan Salamé. Dal canto suo l’Italia, che sostiene il governo di Sarraj riconosciuto dall’Onu ma parla anche con Haftar, lavora a una soluzione politica del conflitto che aiuti pure ad arginare i flussi migratori. E come confermano le ultime ore segnate fra l’altro da due civili uccisi e da annunci dell’abbattimento di un drone e di un monomotore L-39, viene ignorata anche la tregua umanitaria che sarebbe dovuta scattare di fronte alla pandemia da coronavirus.

L’INTERVENTO DELLA TURCHIA E IL NUOVO STALLO

Quel mix di truppe regolari e miliziani che è il sedicente Esercito nazionale libico, guidato da Haftar, a dicembre era sembrato prossimo alla vittoria anche grazie all’appoggio di mercenari russi (oltreché sudanesi e ciadiani) e all’uso di armamenti emiratini. Il suo controllo dei terminal della mezzaluna petrolifera della Cirenaica, sancito con il blocco dell’export che ha ridotto la produzione del greggio da 1,22 milioni di barili al giorno di gennaio agli 80 mila attuali, aveva rafforzato questa impressione. Vi è stato però l’intervento della Turchia ad aperto sostegno di Sarraj e delle milizie di Tripoli e Misurata che lo difendono. Soprattutto con la fornitura di apparati contraerei, ma anche con l’invio di un centinaio di propri militari e di mercenari siriani, Ankara ha provveduto «a riequilibrare il rapporto tra le forze sul campo», determinando «l’attuale situazione di stallo e di bassa conflittualità», come ha notato Karim Mezran, analista dell’Atlantic Council.