L’ultimo azzardo di Haftar rischia di costargli caro

Armando Sanguini
29/04/2020

Il generale si è autoproclamato leader della Libia, ma non è mai stato così debole. Ma lui nega l’evidenza dei fatti e si pone in una situazione che questa volta può di scoppiargli in mano.

L’ultimo azzardo di Haftar rischia di costargli caro

Due proposte contradditorie rispecchianti l’espressione di un clima di tensione se non proprio di conflittualità, ovvero la rappresentazione di una commedia tra uno che incarna il ruolo del poliziotto buono e l’altro quello del poliziotto cattivo? Di questo si discuteva pochi giorni fa a proposito delle dichiarazioni del generale Haftar da un lato e di Saleh, il presidente del Parlamento di Tobruk, dall’altro. Laddove. Il primo assicurava il popolo libico che le sue forze armate erano pronte – con lui garante davanti a Dio e per il tramite dei consigli locali, le istituzioni della società civile i sindacati e le organizzazioni professionali – a correggere la situazione di stallo del momento, liberare l’intero territorio libico, pacificarlo e ottenere cui il popolo aspira.

Il secondo, a dare corpo a una road map suscettibile di superare i problemi del Paese con la collaborazione di figure nazionali ed elite politiche, esprimendo l’auspicio che i colleghi deputati manifestino la loro disponibilità ad essere i primi a sostenere la sua proposta. Proposta formulata in otto punti basati sulla ristrutturazione dell’attuale esecutivo – l’organo di governo guidato da Faiez Serraj da Tripoli – nato dall’Accordo politico firmato a Shkirat nel dicembre del 2015, la sua rielezione nelle tre principali regioni delPaese (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan), la riscrittura della Costituzione.

In questi punti non viene fatta alcuna menzione ad Haftar e alle sue forze armate, ma si afferma che esse stanno svolgendo il loro compito per proteggere il Paese e la sua sicurezza. Si esprime inoltre la speranza che le Nazioni Unite riprendano il progetto di consultazione nazionale interrotto proprio a causa della guerra per la “liberazione di Tripoli” lanciata da Haftar nell’aprile del 2019 e si chiede a tutti gli Stati e al segretario generale delle Nazioni Unite di sostenere la sua road map.

L’AZZARDO DI HAFTAR RISCHIA DI SCOPPIARGLI IN MANO

Utile annotare che queste due prese di posizione, sostanzialmente diverse e direi fortemente contrastanti, sono state formulate all’indomani di una serie di operazioni militari che stavano di fatto portando le milizie che sostengono Serraj – rimpolpate dal sostegno in militari e materiali dalla Turchia – a riprendere il controllo dell’intera costa occidentale della Libia fino alla Tunisia; controllo accentuato dal presunto ritiro del sostegno assicurato ad Haftar da alcune tribù dell’interno. Insomma, in un momento di serie difficoltà di quest’ultimo, che fino a poche settimane fa era considerato da non pochi osservatori l’ormai inesorabile vincitore della partita con Serraj.

Il generale Haftar.

Per spiegare come stessero effettivamente le cose fra i due contendenti e i rispettivi sponsor ci ha pensato lo stesso generale Khalifa Haftar che in una dichiarazione pronunciata in un servizio televisivo si è autoproclamato leader della Libia e, indicando le manifestazioni di sostegno in corso in alcuni punti del Paese sotto il suo controllo, ha dichiarato di considerare che l’accordo di Shkirat doveva essere considerato superato e di «accettare il mandato del popolo libico di governare il Paese». Con ciò non solo negando qualsivoglia condivisione tattica con Saleh, ma negando anche l’evidenza dei fatti e ponendosi in una situazione che rischia di scoppiargli in mano. Quanto a Saleh, val la pena di ricordare che quel poco o tanto di legittimazione di Haftar deriva dal riconoscimento della legittimazione del parlamento di Tobruk, impersonatoproprio in Saleh, fondato proprio sull’accordo di Shkirat.

Gettare alle ortiche l’accordo di Shkirat in una fase del conflitto che non lo vede affatto vincente appare altamente rischioso

Mossa dunque quanto meno azzardata la sua. Quanto ai fatti, è significativo che questa roboante presa di posizione sia stata adottata nel momento meno favorevole (per Haftar) della guerra di “liberazione di Tripoli” iniziata giusto un anno fa e supposta concludersi in tempi molto rapidi. Gettare alle ortiche l’accordo di Shkirat che era stato accolto da una cospicua maggioranza dei gruppi politici e militari del Paese e per di più in una fase del conflitto che non lo vede affatto vincente, appare poi altamente rischioso. A meno che Haftar non abbia dalla sua parte la prospettiva, o meglio, la concreta garanzia di una tale iniezione di sostegni militari da tranquillizzarlo – da parte dell’Egitto, degli Emirati, della Francia – un tale orizzonte non sembra però corroborato da segnali inequivoci.

DA MOSCA A BRUXELLES APPELLI AL RITORNO ALLE TRATTATIVE

Interessante a questo proposito la reazione di Mosca che per bocca del suo ministro degli Esteri Lavrov ha sollecitato i «mediatori internazionali» a rimettere a fuoco l’esigenza di una ripresa del dialogo fra le parti in conflitto e i player internazionali a cercare di riportarle al tavolo negoziale. Noi abbiamo sempre sostenuto il principio secondo cui sono le decisioni debbono essere adottate direttamente dalle parti in conflitto, se necessario con l’aiuto esterno. Mosca continuerà ad aiutare la Libia in tale direzione. Washington ha espresso rammarico un laconico rammarico, peraltro condito con il favore espresso a favore di un coinvolgimento di Haftar in un dialogo serio.

L’Italia sottolinea che ogni decisione sul futuro della Libia va presa in via consensuale e democratica nel solco dell’Accordo Politico Libico di Skhirat

L’Italia dal canto suo, nel rinnovare l’invito alle parti ad aderire a una tregua durante il sacro mese del Ramadan e a lavorare costruttivamente per il raggiungimento di un cessate il fuoco duraturo, ha riaffermato il suo pieno sostegno e riconoscimento alle istituzioni libiche legittime riconosciute dalla Comunità internazionale: Consiglio presidenziale, governo di Accordo Nazionale, Camera dei rappresentanti e Alto consiglio di Stato. L’Italia sottolinea che ogni decisione sul futuro della Libia va presa in via consensuale e democratica nel solco dell’Accordo Politico Libico di Skhirat del dicembre 2015 e del percorso di stabilizzazione condotto dalle Nazioni Unite nell’ambito del Processo di Berlino.

Combattenti pro Serraj (Getty Images).

Similare anche se più generica la posizione dell’Unione europea che per il tramite dell’Alto Rappresentante Borrell ha affermato di seguire con preoccupazione quanto accade nel Paese e ha rinnovato la richiesta agli attori di fermare i combattimenti e avviare un processo politico inclusivo sotto l’egida dell’Onu. Domanda: perché nessuno vuole ricordare che Haftar è l’aggressore? Realismo politico o volontà di ricerca della pace a ogni costo? Continua nel frattempo la minaccia del coronavirus mentre torna alla ribalta la questione migratoria.