A che punto siamo in Libia dopo due anni di promesse tradite e un voto che non arriva

Tommaso Meo
07/01/2024

Le attese elezioni parlamentari e presidenziali dovevano tenersi a Natale del 2021. Ma saltò tutto per questioni di sicurezza e politiche. Così nel Paese del Nord Africa, teatro di una guerra civile tra Est e Ovest dal 2014, resta lo stallo. Il 2024 però potrebbe essere l'anno buono per andare alle urne. Dando finalmente stabilità e una vera svolta al destino di Tripoli.

A che punto siamo in Libia dopo due anni di promesse tradite e un voto che non arriva

Nel 2021, nella settimana prima di Natale, la Libia era percorsa da un clima di eccitazione mista a incertezza. Il 24 dicembre si sarebbero dovute tenere le tanto attese elezioni parlamentari e presidenziali, un decennio dopo la caduta del rais Muammar Gheddafi, dell’intervento Nato e di tutto il caos che ne è seguito. Due milioni e 800 mila persone si erano registrate per votare e il Paese sembrava finalmente a un punto di svolta sulla strada della pace e della stabilità. Ma proprio all’ultima curva i sogni dei libici si sono fermati. Il voto quel dicembre non si tenne per una questione di sicurezza ancora precaria, per la mancanza di una base legale davvero condivisa per le elezioni e a causa del disaccordo sulla legittimità di alcune candidature, oltre al timore di molti politici di perdere potere con un cambio dello status quo. Il risultato è che ancora oggi la Libia rimane ferma al palo. E i margini di manovra per un cambiamento in tempi brevi sembrano pochi.

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La cartina della Libia.

Nel 2020 la sconfitta dell’Esercito nazionale libico di Haftar

Facciamo qualche passo indietro e allarghiamo lo sguardo. La Libia, teatro di una guerra civile tra Est e Ovest dal 2014, arrivò alla data fissata per le elezioni passando dalla sconfitta dell’autoproclamato Esercito nazionale libico del maresciallo Khalifa Haftar, nel tentativo di conquistare la regione occidentale, la Tripolitania, nel 2020. L’accordo per un cessate il fuoco tra le parti firmato nell’ottobre di quell’anno aprì la strada a un governo di transizione frutto del Forum libico per il dialogo politico promosso dalle Nazioni unite dopo le due conferenze di Berlino.

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Khalifa Haftar (Getty).

A Tripoli governo ad interim con il primo ministro Dbeibah

Questo governo ad interim, con sede a Tripoli e che aveva come primo ministro Abdul Hamid Dbeibah, fu confermato da un voto del parlamento nel marzo 2021. Aveva un obiettivo limitato nel tempo e nel mandato: preparare le elezioni di dicembre. Secondo diversi analisti, però, il processo elettorale fu eccessivamente calato dall’alto e risultò troppo frettoloso per avere successo nella complessa realtà libica. Già un mese prima del previsto voto iniziarono a vedersi le crepe nel progetto con le dimissioni dell’inviato speciale delle Nazioni unite in Libia, Jan Kubis. Il tutto naufragò definitivamente il 22 dicembre, quando l’Alta commissione elettorale nazionale decise un rinvio a data da destinarsi.

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Il primo ministro libico Abdul Hamid Dbeibah (Getty).

Due esecutivi paralleli: uno riconosciuto dalla comunità internazionale e uno a Bengasi

Poco dopo il fallimento delle elezioni, nel febbraio 2022, la Libia si trovò nuovamente divisa tra due diverse amministrazioni politico-militari: da una parte il governo di unità nazionale di Tripoli, ancora riconosciuto dalla comunità internazionale e appoggiato dall’Alto consiglio di Stato – una sorta di Senato -, e dall’altra il cosiddetto governo di stabilità nazionale guidato prima dall’ex ministro dell’Interno Fathi Bashagha e ora da Osama Hammad, di fatto un esecutivo parallelo con sede a Bengasi e il sostegno di Haftar.

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Fathi Bashagha (Getty).

Bashagha e il tentativo fallito di occupare i luoghi di potere della capitale

Il governo orientale ottenne la fiducia dalla Camera dei rappresentanti di Tobruk, nell’Est, che riteneva concluso il mandato dell’esecutivo di Dbeibah per non essere stato capace di portare la Libia a elezioni. Il premier di Tripoli rifiutò però di lasciare il potere a un gabinetto non eletto dal popolo, e quindi non prima di nuove elezioni. La tensione tra le due amministrazioni aumentò nei primi mesi del 2022 fino a sfociare a maggio nel primo tentativo, fallito, da parte di Bashagha di occupare i luoghi di potere della capitale insieme a milizie a lui fedeli.

Trattative difficili: un comitato per aggiornare le leggi elettorali

Grazie alla relativa calma seguita ad altri scontri a Tripoli tra gruppi fedeli a Dbeibah e Bashagha, nell’autunno 2022, su pressione della comunità internazionale, ricominciarono con fatica le trattative per portare il Paese al voto. Le complicate negoziazioni sulle leggi elettorali coinvolsero la Camera dei rappresentati e l’Alto consiglio di Stato. Un passo avanti fu fatto a partire dai dialoghi del cosiddetto Comitato 6+6, costituito da sei esponenti dell’Alto consiglio della capitale e altri sei della parlamento di Tobruk per discutere la messa a punto di nuove regole per le elezioni. Seppur tra mille difficoltà, il comitato congiunto è riuscito a produrre leggi elettorali aggiornate che sono state poi approvate dai due organi legislativi e presentate all’Onu, aprendo un nuovo spiraglio.

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La situazione difficile in Libia dopo le inondazioni del 2023 (Getty).

Scontri armati tra milizie: Paese ancora ostaggio di guerre fra bande

Teoricamente da due anni a questa parte non si è mai stati così pronti per il voto. La Libia da ottobre 2023 dispone finalmente di un quadro costituzionale e giuridico per le elezioni che anche l’Alta commissione elettorale nazionale considera attuabile, tanto che Abdoulaye Bathily, nuovo rappresentante speciale Onu per la Libia, spera che si possa andare alle urne entro la fine del 2024. Nella pratica però ci sono ancora dei grossi nodi da sciogliere, a partire da un contesto di stabilità e sicurezza tutto da testare. Non più tardi di agosto infatti scontri armati a Tripoli tra milizie rivali hanno provocato 55 morti e oltre e 146 feriti, sintomo di come nel Paese la politica, soprattutto a Ovest, sia spesso ancora ostaggio di guerre fra bande e molteplici interessi.

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Abdoulaye Bathily, rappresentante speciale Onu per la Libia (Getty).

Il nodo del secondo turno obbligatorio e gli spiragli per una svolta

Altri problemi tecnici da risolvere riguardano la previsione di un secondo turno obbligatorio per le Presidenziali, la disposizione che subordina l’elezione dell’assemblea nazionale al successo dell’elezione del presidente e la formazione di un governo unitario di transizione che conduca la Libia al voto – un processo, quest’ultimo, di non banale attuazione. La proposta è infatti apparsa all’inizio alla comunità internazionale come l’ennesimo tentativo di posticipare il voto, ma alla fine è stata accettata. Bathily ha però invitato i capi delle cinque principali istituzioni libiche – Consiglio presidenziale, Camera dei rappresentanti, Alto consiglio di Stato, governo di unità nazionale ed Esercito nazionale libico – a incontrarsi a breve per risolvere tutte questioni in sospeso. Durante questi colloqui, se ci saranno, si vedrà finalmente quanto è sincero l’impegno di politici e istituzioni per dare una vera svolta al destino della Libia.