Armando Sanguini

La macchina da guerra di Haftar si sta inceppando

La macchina da guerra di Haftar si sta inceppando

Il generale si sta impantanando in un conflitto perpetuo. Così molti suoi sponsor internazionali potrebbero decidere di smettere di sostenerlo. Per promuovere un negoziato con Sarraj.

21 Maggio 2019 07.51

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Doveva essere una guerra lampo, vittoriosa col minimo dispendio di risorse umane e materiali. Qualche dubbio sulla realizzabilità di una siffatta operazione sarebbe dovuta venire fin dal suo inizio, per la verità.

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Intanto per il curriculum militare del cosiddetto uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar, modesto al limite della mediocrità e in anni in cui, diversamente da adesso, vigore e buona salute lo assistevano. Basti ricordare la disastrosa missione che gli era stata affidata in Chad nel 1987. Poi per il complesso contesto geopolitico in cui versa la Libia. Haftar, soprattutto in questi ultimi anni, è riuscito a ricostruirsi un profilo e un ruolo politico-militare – ministro della Difesa e capo di Stato maggiore del governo cirenaico di Tobruk – grazie anche, e forse soprattutto, al sostegno del presidente egiziano, Abdel al-Sisi, nemico giurato della Fratellanza musulmana e, di riflesso, delle forze islamiste sostenitrici del premier Fayez al Sarraj a Tripoli. Sulla stessa scia politico-ideologica è venuto anche il sostegno degli Emirati e dell’Arabia Saudita. Aggiugiamo a ciò un’indubbia capacità di fascinazione, accoppiata al richiamo “nazionalistico” della Cirenaica e alla disponibilità di risorse esterne grazie alle quali è riuscito a mettere assieme una forza militare ragguardevole, anche se viziata da una eterogeneità etnico-settario-tribale che certo non giova alla sua compattezza e affidabilità. Basti considerare che in tale forza figurano anche milizie salafite, malgrado il conclamato obiettivo di annientare i «terroristi islamisti».

HAFTAR IN GUERRA DA SETTE SETTIMANE SENZA RISULTATI

Il generale ha goduto, e in parte gode ancora, di un buon rapporto con Mosca che ufficialmente disconosce Sarraj in quanto privo della prevista e mai ottenuta fiducia del parlamento e soprattutto perché non abbastanza solido per riuscire a prevalere sull’uomo forte di Tobruk. In fondo anche la Francia, che pure ha aderito al riconoscimento del premier Sarraj, ha di fatto sponsorizzato la causa di Haftar ritenendolo una sorta di assicurazione per gli interessi francesi nel Paese. La debolezza di Sarraj, avvalorata dal diffuso (pre) giudizio di non essere neppure in controllo della Capitale, ha indotto del resto anche il governo italiano a cambiare rotta e a dichiararsi «né con l’uno né con l’altro», con ciò esponendosi a una doppia perdita di credibilità fin troppo documentata dalle reazioni di ciascuno dei due contendenti. Ma tutte queste premesse a favore di Haftar si stanno scontrando con un fatto incontrovertibile: sette settimane sono troppe per una guerra lampo contro un avversario dato per spacciato. La sua macchina da guerra si è andata inceppando, la controffensiva delle forze che sostengono Sarraj si sta rivelando più efficace del previsto in questa guerra che definire asimmetrica è usare un eufemismo. Per di più è tornata a manifestarsi la minaccia di un Isis mai davvero sconfitto.

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TORNA IL PRESSING PER FERMARE LA BATTAGLIA

Non stupisce che alla luce della piega che stanno prendendo gli eventi anche tra i suoi sponsor si stiano manifestando dubbi anche seri sulla validità della strategia di Haftar, apparentemente impantanato in una palude ben più infida di quanto si pensasse all’inizio. L’ombra di uno stallo a bassa intensità conflittuale induce non pochi osservatori e dichiarare che ormai il generale rischia il progressivo diradarsi delle sue sponsorizzazioni mentre acquistano forza le sollecitazioni a fermare questa guerra e a ridare attualità a quella road map tanto faticosamente messa assieme dall’inviato dell’Onu Ghassam Salamé tra la fine del 2018 e l’inizio di quest’anno. Aggiungiamo a ciò anche il riscontro confortante che Sarraj ha potuto trovare a suo beneficio dal giro di contatti che è riuscito a promuovere. Contatti marcati anche da moniti e avvertimenti come è avvenuto a Parigi in merito al futuro della Total. Annotiamo pure che il presunto riallineamento di Washington a favore di Haftar non ha avuto seguiti concreti, forse anche a causa del già citato rigurgito terroristico che si è manifestato nei giorni scorsi.

SI RAFFORZANO LE POSIZIONI INTERNAZIONALI CHE VOGLIONO UN NEGOZIATO

Haftar non sembra tuttavia disposto a fermarsi. Lo ha dichiarato senza mezzi termini al nostro presidente del Consiglio Giuseppe Conte al quale avrà verosimilmente ricordato con una punta di minaccia la nostra presenza militare a Misurata, indesiderata e foriera di problemi rispetto ai quali poco rileva la prospettiva della riapertura del nostro consolato a Bengasi. Ma è obiettivamente in grado di conquistare Tripoli lanciandosi in un attacco che se bloccato o, ancor peggio, se respinto potrebbe comportare la fine ingloriosa delle sue ambizioni e l’implosione del suo castello armato? Difficile dire.

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Le caratteristiche anomale di questa guerra rendono plausibile anche la prospettiva di uno stillicidio di azioni belliche non decisive per un certo tempo ancora. Ma non di molto perché il collante delle sue truppe è precario. Lo è anche quello delle forze che sostengono Sarraj, ma i segnali che vengono da Misurata, ringalluzzita dagli esiti della sua controffensiva, sembrano indicare che il peggio sta passando. Lo snodo vero sta nella disponibilità degli sponsor di Haftar a continuare a scommettere su questo personaggio. E l’impressione è che questa disponibilità stia in calo e che la causa della soluzione negoziata stia reclutando adepti. Anche Parigi sembra più propensa a favorire questa evoluzione. La conferma o meno di questa correzione di rotta francese la si avrà in quest’ultima settimana di maggio, quando Haftar incontrerà Macron che dovrà tenere presenti, nell’occasione, non solo le ambizioni del generale ma anche le condizioni che un Sarraj riconfortato potrebbe porre a sua volta per sedersi al tavolo del negoziato.

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