Fabiana Giacomotti

Il ritorno del fascismo si vede pure sulle bancarelle

Il ritorno del fascismo si vede pure sulle bancarelle

Nei mercatini di Arezzo esposti fieramente opuscoli, manifesti e gagliardetti del Ventennio. Non è un tabù e nemmeno una vergogna. Colpa del clima politico. Ma l'antidoto c'è: leggere un saggio.

28 Aprile 2019 05.48

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Fra una notizia e l’altra di pestaggi fascisti e di vilipendio a monumenti e lapidi ebraiche e partigiane a opera di gentaglia ignota ma che si presume neo-nazista, non mi abbandona un’immagine inquietante che mi si è fissata nella memoria un paio di settimane fa, mentre visitavo il mercatino dell’antiquariato di Arezzo dopo aver preso parte alla giuria dell’importante manifestazione orafa della città, OroArezzo, giunta nel 2019 alla 40esima edizione.

Fra i partecipanti al concorso Premiere, la scelta era stata interessante e ardua: l’anello, tema di quest’anno, è infatti un simbolo di pace e di unione talmente forte da non poter essere valutato solo in relazione al suo design, e forse non è un caso che tutti avessimo scelto spontaneamente un modello di design di Giordini in cui due mani aperte reggevano una sfera, simbolo del mondo e dell’unità. Per rilassarmi avevo dunque deciso di andare su e giù fra le stradine della città vecchia arroccata sulla collina e disseminata di bancarelle in arrivo da tutta Italia, come sempre accade nel primo weekend del mese.

MAI VISTA COSÌ TANTA ROBACCIA IN BELLA MOSTRA

Nella marea di mobili falsi, di rottami e di robaccia, mi aveva colpito la quantità di opuscoli, di testi, di manifesti e di gagliardetti di epoca fascista. Quelli sì che erano tutti veri. E fieramente esposti ovunque. Frequento brocantage e bancarelle di libri usati in pratica da quando ho imparato a leggere, io stessa ne avevo allestita una negli anni dell’adolescenza sulla passeggiata a mare di Rapallo per pagarmi giornalini, libri e album nuovi (banchetto abusivo, si intende: adesso sarei finita dinnanzi al tribunale dei minori e mia madre avrebbe ricevuto la visita dei servizi sociali): pur avendo sempre intravisto libri sulle imprese di Benito Mussolini e spartiti di Faccetta nera nascosti fra titoli anodini, in particolare al Centro-Sud e nello specifico in Lazio, non mi era mai capitato di vederne così tanti in bella mostra.

CLIMA POLITICO PIÙ FAVOREVOLE RISPETTO A UN TEMPO

L’altro sabato erano talmente numerosi che, a volerli contare tutti, si sarebbe configurata una mostra apologetica spontanea del fascismo. Dunque mi sono fermata davanti al venditore in apparenza più “ganzo”, cioè più spavaldo, e impostando il tono di voce più flautato e cretino possibile (gli stereotipi sulle femmine possono fare gioco, talvolta) ho cercato di cavargli qualche informazione. Come prevedevo, la scelta di rispolverare tutti quei testi di aeronautica, architettura, editoria scolastica del Ventennio, comprati negli anni e sempre tenuti in magazzino, rispondeva a una domanda precisa del mercato e – mi è parso di capire, ma sul punto il bancarellaio non si è sbilanciato neanche con la signora cretina ed è facile capire perché – lo faceva con una certa serenità grazie a un clima politico più favorevole rispetto a un tempo.

Nessuno pare ricordarsi che promuovere il fascismo sia un reato. Credete che dei libri non possano costituire un illecito? La legge Scelba nel 1952 è molto chiara

Recuperato il mio tono normale di voce, mi sono rivolta alla sua vicina per fingere di voler comprare un centrotavola e ho cominciato a pensare che, se la faccenda era scesa al livello di un mercato di robivecchi, le cose si stavano mettendo male. Sostenere il fascismo dunque non era, anzi non è, un tabù e nemmeno una vergogna. Nessuno pare ricordarsi neanche che promuoverlo sia un reato. Credete che dei libri non possano costituire un illecito? La legge Scelba nel 1952 è molto chiara: sanziona infatti chiunque «promuova od organizzi sotto qualsiasi forma, la costituzione di un’associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità di riorganizzazione del disciolto partito fascista, oppure chiunque pubblicamente esalti esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche».

Vendere libri di epoca fascista, e non intendo libri storici o di analisi sul fascismo, proprio vestigia di quegli anni, mi pare una fattispecie che miri alla sua esaltazione. Di certo esporre tutti quei quaderni con il balilla in copertina 40 anni fa sarebbe stato un grosso rischio; adesso, stante un ministro dell'Interno che si fa riprendere con una mitraglietta in mano e che sottolinea come «il fascismo abbia fatto anche cose buone», chiunque può schierare l’opera omnia sulle gesta di Italo Balbo, i testi teatrali col “visto” del Minculpop e quante copie del Dizionario di Cesare Meano gli capiti di trovare, ancorché quanto vi sia scritto sia talmente ridicolo da poter essere usato per dileggio (a capirlo, naturalmente).

COME SMONTARE LE FILASTROCCHE DI NOSTALGICI E IGNORANTI

A questo proposito, cioè la filastrocca sulle presunte gesta positive dell’epoca mussoliniana che i nostalgici o gli ignoranti si ripetono l’un l’altro compiaciuti (la formula vincente della ripetizione, teorizzata da Talleyrand, è sempre la stessa ed è sempre buona), è uscito però un saggio di cui molto si parla in questi giorni che mi pare un buon antidoto a questa marea montante di carta stampata pessima e per di più conservata bene, visto che si presenta di nuovo in vendita non ingiallita o maleodorante come tanti altri testi di anni addirittura successivi. Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo, edito da Bollati Boringhieri, scritto da Francesco Filippi, si legge in un’ora, e in quel lasso di tempo ci si chiariscono molti punti che, benché vengano ribaditi con dati ed evidenze incontrovertibili dagli storici dai tempi di Renzo De Felice, evidentemente non hanno fatto presa (forse un’ora di storia alla settimana non basta agli insegnanti del liceo per – cito la formula ricorrente – «arrivare alla Seconda guerra mondiale»).

Non è vero che, a parte l’entrata in guerra e l’orrore delle leggi razziali, Mussolini abbia fatto cose buone. Anche la storiella dell'Inps è falsa

Filippi ci arriva, anzi ci torna, mettendo in fila in modo semplice fatti suffragati da dati, documenti, evidenze. Non è vero che, a parte l’entrata in guerra e l’orrore delle leggi razziali, Mussolini abbia fatto cose buone. Rovistando si trova sempre robaccia, come fra la maggior parte dei bancarellai di Arezzo. Per esempio, la storiella dell’Inps che, dice sempre Matteo Salvini, «non l’hanno portato in Italia i marziani». Di certo non l’ha fatto Mussolini. Come analizza Filippi nel libro, il primo sistema di garanzie pensionistiche, destinato ai soli impiegati del pubblico e ai militari, data 1895 ed è opera del governo Crispi. Tre anni dopo l’esecutivo Pelloux estese le coperture a una serie di categorie lavorative e fonda l’istituto antesignano dell’Inps. Nel 1919 il governo liberale di Vittorio Emanuele Orlando impose il sistema a tutte le aziende: in quel momento nacque il diritto alla pensione per tutti i lavoratori. Tre anni prima della marcia su Roma.

ABOLITI IL DIRITTO A SCIOPERARE E TUTTI I SINDACATI

Che cosa fece invece il fascismo? Appena raggiuto il potere abolì il ministero del Lavoro, concentrò tutte le funzioni legate al welfare sotto la Cassa nazionale (dunque appesantendone e rallentandone l’efficienza). E poi la riforma, definita «imponente», nel 1933: le diede un nuovo acronimo, Inpfs (il significato della F vi sarà chiaro). Aboliti il diritto di scioperare e tutti i sindacati a eccezione di quello fascista, l’Inpfs, spiega Filippi, diventò presto una macchina da stipendi e uno «sfogatoio per le clientele».

SOLO PROPAGANDA LA PRESUNTA BONIFICA DELLE PALUDI

La coercizione propagandistica più incredibile è invece quella che riguarda la presunta bonifica delle paludi dell’Agro Pontino, a loro volta iniziate e portate a termine per un milione e mezzo di ettari entro il 1922 e migliorate solo del 6% negli anni del fascismo, nonostante fiumi di denaro spesi e di cui Filippi dà conto, sottolineando inoltre come fu sempre De Felice, ormai dimenticato?, a dimostrare che i risultati furono inferiori «alle aspettative suscitate nel Paese dal battage propagandistico messo in atto e finirono per non corrispondere all’entità dello sforzo economico sostenuto». A terminare l’impresa sarebbero stati i governi del Dopoguerra, grazie ai fondi del Piano Marshall e della Cassa del Mezzogiorno.

SOTTO IL REGIME IMPOVERIMENTO E ALTRI EFFETTI DISASTROSI

Potremmo andare avanti con tutti gli altri casi, quello dell’edilizia popolare, per esempio, ma vorremmo che vi recaste in libreria (in Italia ce ne sono sempre di meno, purtroppo) e sfogliaste almeno il libro, che grazie al buon successo si trova vicino alle casse. Una cosa è certa: il risultato del regime fu un generale impoverimento della popolazione italiana (oggi, ricorda ancora Filippi, il reddito medio italiano è pari al 90% circa di quello di un Paese come la Francia. Negli Anni 30 era il 33%), un aumento vertiginoso delle ingiustizie, la provincializzazione del Paese e infine, come si sa, una guerra disastrosa. Abbiamo dimenticato tutto questo, non l’abbiamo mai letto perché ci sembrava difficile (come questo libro non è), oppure non ci è stato spiegato a scuola. Però quando il mondo si piega alla malia del sentito dire, alla Seconda guerra mondiale bisogna arrivarci per forza, signori.

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