Estratto del libro "Giustizia divina" sui preti denunciati

Estratto del libro “Giustizia divina” sui preti denunciati

11 Novembre 2018 10.00
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Un libro che rompe un altro muro di silenzio sui privilegi del Vaticano. Che fine fanno i sacerdoti denunciati per abusi, truffe o altri reati? Pochissimi vanno in carcere. C’è una giustizia parallela che opera attraverso l’aspersorio, la preghiera, l’espiazione, perfino l’esorcismo. Per scrivere Giustizia divina – Così la Chiesa protegge i peccati dei suoi pastori (Chiarelettere, collana principio attivo, 192 pagina, 16 euro) l’ex numeraria dell’Opus dei Emanuela Provera e il giornalista Federico Tulli hanno attraversato l’Italia visitando e raccontando i cosiddetti centri di cura per sacerdoti e suore “in difficoltà”.

L'OMOSESSUALITÀ, UN PECCATO

Come funzionano? Chi li finanzia? Da Nord a Sud, operano nella più assoluta discrezione e riservatezza. Ospitano sacerdoti e suore con le storie più diverse, alcuni dei quali sottratti alla giustizia. Di loro si occupa la Chiesa, come una “madre amorevole”. La violenza sui minori non è l’unico reato commesso da ecclesiastici. C’è la suora stalker, il sacerdote omicida, quello che scappa dopo aver provocato un incidente, il ladro che ruba i soldi delle offerte, storie di truffe, bancarotte, appropriazioni indebite. C’è l’omosessualità, che per la Chiesa resta un peccato da espiare lontano da occhi indiscreti. C’è il prete affetto da ludopatia e quello ossessionato dai siti porno.

LIBERAZIONE DAL DIAVOLO

Una minoranza, certo. Ma molto numerosa. Tutta colpa del Diavolo, dice la Chiesa, come documenta l’ultima parte di questa inchiesta, dedicata alle scuole di esorcismo in Italia e alle cerimonie di liberazione dal “maligno” a cui gli autori hanno partecipato di persona. Se questa è la realtà dietro agli appelli e alle battaglie di papa Francesco, se questo è il Vaticano, difficile che qualcosa possa davvero cambiare.

GLI AUTORI: L'EX OPUS DEI E IL GIORNALISTA

Emanuela Provera, cattolica, vive e lavora come libera professionista a Milano. Nel 2006 ha collaborato al libro Opus dei segreta (Ferruccio Pinotti, Bur-Rizzoli) offrendo la sua testimonianza personale come ex numeraria dell’Opus dei, istituzione di cui ha fatto parte dal 1986 al 2000. Ha scritto Dentro l’Opus dei (Chiarelettere 2009). Federico Tulli è un giornalista professionista, redattore del settimanale Left. Già condirettore di Cronache laiche, collabora con MicroMega, per cui firma anche un blog, Critica liberale, Rivista anarchica e Globalist. Con L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato i libri: Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro (2010), Chiesa e pedofilia, il caso italiano (2014) e Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos (2015).

LA MAPPA DEI CENTRI

LUCI E OMBRE DELLA FIAS

Le strutture di assistenza e cura che abbiamo visitato e descritto e dove, secondo le informazioni raccolte, è più ampio il flusso dei preti in difficoltà psicologiche e vocazionali sono il vertice di una capillare rete di ospitalità gestita dalla Chiesa, e in alcuni casi sottoposta al controllo della Santa sede, che è lecito definire segreta.

Quando un prete arriva in uno di questi luoghi, presenti in tutte le diocesi italiane, talvolta smette di esercitare il ministero sacerdotale. Spesso è il suo vescovo a decidere, «in via cautelare» (come diremmo laicamente) e in base alla gravità della situazione, di destinarlo a un periodo di riflessione. Ma può anche capitare – ne hanno parlato don Luparia e don Sandro – che un sacerdote chieda aiuto all’insaputa del proprio superiore; e questo accade spesso anche per episodi di probabili abusi su minori, che sono quindi perseguibili per legge se denunciati da chi ne raccoglie la testimonianza.

Analizzando i documenti in nostro possesso, la prima prova dell’esistenza di una rete del genere risale alla fine degli anni Ottanta e si lega all’attività della Federazione italiana assistenza sacerdoti, un organismo diocesano. Nel suo statuto si legge che la Fias opera «in comunione con l’Episcopato; a questo fine si tiene in relazione con la Commissione per il clero della Conferenza episcopale e mette a disposizione dei vescovi diocesani la propria opera».

Inoltre la Fias «ha tra i suoi scopi primari sensibilizzare le varie comunità ecclesiali al doveroso impegno di aiuto ai loro sacerdoti; coordinare e orientare, in spirito di fraterno servizio, l’attività di quanti si occupano dell’assistenza ai sacerdoti, specialmente nei settori: della collaborazione pastorale, della vicinanza ai sacerdoti in difficoltà spirituale, della vicinanza ai sacerdoti che hanno lasciato il ministero, dell’assistenza familiare, dell’assistenza ai sacerdoti ammalati, soli, anziani».

Tra Opere, sacerdoti, laici e responsabili diocesani, già nel 1987 erano diverse centinaia le persone aderenti alla federazione e circa trecentocinquanta le comunità in grado di offrire supporto (anche logistico) nel campo dell’assistenza ai sacerdoti. La suddivisione dei centri sul territorio italiano è proporzionata alla residenza del personale ecclesiastico nelle singole diocesi: sono quindi presenti in massima parte al CentroNord (circa il 60 per cento), mentre il resto è equamente diviso tra Sud e isole. Le regioni con più centri (tra venti e trenta) risultano essere il Lazio, il Veneto, la Lombardia e il Piemonte; i fanalini di coda sono Basilicata e Calabria, con meno di cinque siti di assistenza. Va peraltro tenuto presente che si tratta di un dato in continua trasformazione, poiché va rapportato sia all’annosa crisi vocazionale sia, specialmente negli ultimi anni, alle politiche accentratrici che il Vaticano ha adottato in materia di lotta e contrasto della pedofilia clericale. Di contro, a bilanciare, c’è l’innalzamento dell’età media del personale ecclesiastico con il conseguente aumento della richiesta di assistenza e cura geriatrica.

Fino al 2010 la rete agisce in pratica alla luce del sole, sebbene a livello mediatico non emerga mai; dopo quell’anno – lo stesso in cui Benedetto XVI emana le nuove Norme sui delitti più gravi, avocando i processi canonici presso la Santa sede – anche le poche tracce che si incontrano nel web progressivamente scompaiono. Ma la galassia di case assistenziali ha proseguito a operare e la Fias è tuttora un punto di riferimento per i sacerdoti che hanno compiuto abusi. «A dire il vero è così da qualche anno» ci ha riferito don Sandro. «All’inizio il suo direttore ha fatto un’azione benefica occupandosi di queste case, ma ora…»

Lo conferma un servizio televisivo andato in onda su La7 il 2 febbraio 2017, quando un inviato di Piazzapulita, fintosi sacerdote, ha ottenuto un appuntamento con una persona che viene indicata come il presidente della Fias per chiedergli aiuto, «confessando» di aver baciato una bambina. Nel servizio, il volto del presunto capo della Fias è sfocato di proposito e il suo nome non è mai pronunciato. Quello che sappiamo con certezza è che dal 1985 alla guida della Federazione c’è don Giuseppe Pernigotti, e il luogo ripreso dalle telecamere è senza dubbio la sede della Fias a Civita Castellana (Viterbo).

Dal video emerge che l’ipotesi di denunciare l’abuso alle autorità laiche non viene mai presa in considerazione. Il presunto presidente della Fias, ripreso da una telecamera nascosta, prima sminuisce il fatto, definendolo un «incidente» che può avvenire quando ci si trova in «difficoltà», e poi, di fronte all’insistenza del suo interlocutore, inizia a fornire consigli su come uscire da questa delicata situazione. Prima allude al possesso di una lista con «centinaia di nomi di persone di fiducia, vincolate dal segreto professionale», che possono aiutare il sacerdote. E infine gli consegna un foglietto – di cui abbiamo ottenuto una copia fotografica – che riporta nomi, numeri di telefono e altre informazioni di alcuni referenti: «don Antonello Sica (Comunità Agape, via di Forte Bravetta a Roma) [segue il numero di cellulare]; dott. Marco Ermes Luparia [segue il numero di cellulare]; don Paolo Noris [segue il numero di cellulare]; Cantelmi (psichiatra diacono); padre Aurelio Del Prado [segue il numero di cellulare]».

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