I motivi della crisi del Porto di Cagliari

Il traffico merci è crollato del 50%. Le compagnie marittime hanno lasciato la Sardegna. E il settore si è rivoluzionato. Così la Cict ha licenziato 210 operai. Mentre altri 700 lavoratori dell'indotto rischiano il posto. Il punto.

22 Giugno 2019 17.56
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A Cagliari sono stati giorni di attesa su più fronti. Mentre era ancora in corso lo spoglio per le elezioni comunali, i portuali aspettavano un responso sul loro futuro. Due le prospettive: o cassa integrazione o licenziamento collettivo. Ha prevalso la seconda con l’unica consolazione del bonifico dello stipendio di maggio, rimasto sospeso.

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LICENZIATI 210 DIPENDENTI CICT

I destinatari, già in ferie forzate, sono i 210 dipendenti diretti della Cict (società Contship che a sua volta fa parte del gruppo Eurokai). Quasi tutti operai specializzati, gruisti di banchina, hanno tra i 35 e i 55 anni. Molti sono stati assunti 15 anni fa. La decisione era già stata presa il 7 giugno dal cda, lunedì 17 è arrivata la ratifica dell’assemblea dei soci, dopo due giorni una mail certificata ai sindacati. Ventiquattro ore prima la notizia era stata appresa dai lavoratori direttamente da un taglio basso di un giornale locale.

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Un presidio dei portuali di Cagliari lo scorso maggio.

IN TOTALE SONO A RISCHIO 700 POSTI

I diretti interessati puntavano agli ammortizzatori sociali e una sorta di ‘lavoro a chiamata’: all’arrivo di una nave tutti pronti a scaricare, manovrare, reinbarcare, stoccare. In attesa di trovare investitori, attrarre compagnie. Invece così si va verso lo smantellamento dello transhipment – trasbordo merci da nave a nave – una delle attività principali dello scalo. A ruota seguiranno i 68 lavoratori della società satellite, la Iterc, e via via gli altri dell’indotto: spedizionieri, amministrativi, marittimi fino al personale delle pulizie. Il conto è salato: 700 posti di lavoro, alcuni già spenti dalla primavera. «In tanti abbiamo famiglia, bambini, il mutuo, le rate, quelle delle persone normali», racconta a Lettera43.it Corrado Murru, 46 anni, da 15 al porto. «Ce ne faremo una ragione, ma sembra incredibile. Finora siamo sempre stati pagati puntualmente e ora, finisce così».

La Cict ha licenziato 210 operai del Porto di Cagliari.

UNA CRISI CHE ARRIVA DA LONTANO

Una posizione strategica al centro del Mediterraneo, 400 mila metri quadri di piazzali e 1.500 metri di banchina in cui transitavano container con ogni tipo di merce che andavano dall’Asia all’Europa, fino al Canada, all’America. Nato come progetto speciale della Cassa Mezzogiorno negli Anni 60, finito di completare a fine Anni 80 il porto canale ha vissuto alti e e bassi. Appena nel 2016 c’era un progetto da 50 milioni di euro per la realizzazione di nuovi quattro nuovi attracchi e piazzali di sbarco, rimasto nel cassetto. Poi la crisi, fino a questo tracollo, non improvviso, ma – pare – inesorabile.

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TRAFFICO MERCI CROLLATO DEL 50%

I numeri sono chiari: le compagnie marittime, ultima la tedesca Hapag Lloyd ad aprile, hanno dato l’addio alla Sardegna. In un dettagliato dossier la Uil trasporti Sardegna tratteggia da mesi un crollo del 50% del traffico che si rinnova di anno in anno: di fronte a una potenzialità di movimentazione di circa 1 milione di Teu, l’unità di misura del trasporto merci, a inizio anno si è arrivati a poche centinaia di migliaia, nel 2017 erano 430 mila. Nel complesso, analizzando il periodo dal 2016 e con proiezione verso il 2019, meno 82%. La perdita per la società nel 2018 era di quasi 9 milioni di euro, a marzo il buco è stato ripianato con un ulteriore innesto, poi l’escalation verso il licenziamento.

Sull’area industriale del Porto canale di Cagliari pesa da anni il vincolo paesaggistico.

LA RIVOLUZIONE DEL SETTORE

Le ragioni vanno al di là del locale e includono le strategie internazionali delle compagnie marittime che impongono maxi alleanze e diventano proprietarie degli scali. Succede nel Pireo, con i cinesi di Cosco, si ripete in Spagna e in Turchia con il colosso Maersk, insieme alla succursale Apm. La stessa Contship, poi, gestisce uno scalo a Tangeri, tra le ipotesi c’è anche quella di uno sbilanciamento verso il Marocco. Il trasporto merci in ogni caso è in profonda trasformazione anche per via del ricorso a navi sempre più grandi (fino a 23 mila Teu) o altre già in acqua che esigono porti trasformati. «A volte è stato necessario girare il mezzo per poter scaricare i container, con spreco di tempo e risorse», spiega Raffaele Loddo, operaio e Rsa della Filt Cisl. «Dov’è la competitività?».

VINCOLO PAESAGGISTICO, IL PECCATO ORIGINALE

Tra i peccati originali di Cagliari c’è poi il tormentone dell’autorizzazione paesaggistica che ancora pende sull’area industriale, di fatto rendendola abusiva. «Tutto risale alla costruzione, nel ’68, quando si interferì con una spiaggia locale. Da allora burocraticamente non è cambiato tanto», continua Loddo. «Nel 2015 per altri lavori è saltato fuori che il vincolo non era stato verificato. In sostanza non si potrebbe mettere nemmeno un mattone. Vale lo stesso limite dei 300 metri dal mare del piano paesaggistico regionale, ma è uno scalo industriale attivo da decenni». Un paradosso sottolineato anche dal gruppo Grendi che di recente ha realizzato un deposito nell’area e dice di voler fare altri investimenti, ma teme il noto vincolo. Il pressing è attivo da tempo e si è impegnata anche l’Autorità portuale del Sud Sardegna, ma il crollo del traffico è stato più veloce.

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Matteo Salvini incontra una delegazione di pastori e lavoratori del Porto Canale a Cagliari, aprile 2019.

L’APPELLO DI SOLINAS AL GOVERNO

Da marzo in poi ci sono stati vari incontri in prefettura a Cagliari e al ministero dei Trasporti a Roma. Dopo il silenzio è intervenuto anche il presidente della Regione Christian Solinas (Psd’Az-Lega): «È necessario un immediato intervento del governo con la convocazione di un tavolo nazionale urgente, che abbia l’obiettivo di trovare una soluzione ai problemi del Porto canale, a cominciare dalla salvaguardia dei posti di lavoro». E ancora: «Siamo convinti che l’attività di transhipment sia fondamentale per lo sviluppo del porto. Un sistema in crisi da qualche anno e che ci troviamo ad affrontare con urgenza». Teme le ripercussioni per l’immagine internazionale il presidente dell’Autorità portuale della Sardegna, Massimo Deiana (Pd, ex assessore ai Trasporti della Giunta Pigliaru) e insiste: «Non diciamo che il porto di Cagliari è chiuso, perché peggiora la situazione. Qui si continua a lavorare negli settori, anche nei container». E aggiunge: «Sono giorni molto tristi».

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