«L’Ilva scelse di inquinare»

Redazione
20/08/2012

Un inquinamento ambientale volontario, più che colposo. Il tribunale del Riesame ha inchiodato l’Ilva: «Il disastro doloso è proseguito negli...

«L’Ilva scelse di inquinare»

Un inquinamento ambientale volontario, più che colposo.
Il tribunale del Riesame ha inchiodato l’Ilva: «Il disastro doloso è proseguito negli anni per la deliberata scelta della proprietà e dei gruppi dirigenti del Siderurgico tarantino e potrà essere rimosso solo con imponenti e onerose misure d’intervento».
Sono contenute in 124 pagine le motivazioni della decisione che il 7 agosto ha confermato il sequestro «senza facoltà d’uso» dell’acciaieria più grande d’Europa (leggi il pdf).
«STOP UNA DELLE SCELTE». Ora il tanto discusso blocco dell’azienda potrebbe essere sventato.
Perché lo stop degli impianti a caldo è solo «una delle scelte tecniche possibili» per eliminare le cause del disastro ambientale «ancora in atto».
PROPRIETÀ NEL MIRINO. Le parole sul capitolo delle responsabilità sono state però durissime e hanno messo sotto accusa la proprietà e i dirigenti (primi tra tutti Emilio Riva, suo figlio Nicola, e il direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso, i soli per i quali sono stati confermati gli arresti domiciliari), autori dal 1995 a oggi di «azioni e omissioni aventi una elevata potenzialità distruttiva dell’ambiente (…) tale da provocare un effettivo pericolo per la salute e la vita di un numero indeterminato di persone».

«Bonifica e mantenimento dell’attività produttiva»

Il tribunale (presidente Antonio Morelli, relatori Rita Romano e Benedetto Ruberto) ha ritenuto che l’Ilva debba da un lato eliminare «la fonte delle emissioni inquinanti (con la rimodulazione dei volumi di produzione e della forza occupazionale)», e dall’altro «provvedere al mantenimento dell’attività produttiva dello stabilimento», ma solo dopo averla resa «compatibile» con ambiente e salute.
«DECISIONI DEI CUSTODI». Presa di distanza dal gip Patrizia Todisco sulle modalità di esecuzione del sequestro ordinato il 26 luglio che «non possono che essere individuate dagli stessi custodi-amministratori, sulla base delle migliori tecnologie disponibili, e attuate sotto la supervisione del pm procedente, quale organo dell’esecuzione».
STOCCATA AL GIP. Una sorta di stoccata al gip che aveva, con un’ordinanza ad hoc, interpretato la decisione del tribunale del Riesame, ribadendo la disposizione già data ai custodi di fermare gli impianti sequestrati.
IL GOVERNO MINACCIÒ RICORSO. Il provvedimento aveva suscitato mille polemiche e un nuovo fronte di battaglia giudiziaria che aveva raggiunto l’apice con la decisione (poi rientrata) del governo di ricorrere alla Consulta perché l’esecutivo riteneva menomato il suo diritto di fare politica industriale.
Il tribunale ora ha ricordato che lo spegnimento degli impianti, come indicato dal gip, può compromettere la possibilità di una futura ripresa dell’attività.
«DALLA SOLUZIONE DIPENDE L’OCCUPAZIONE». I giudici hanno dimostrato la consapevolezze della posta in gioco dal punto di vista sociale: «Dalla soluzione del caso discendono importanti ricadute concrete, che vanno ad intaccare contrapposti interessi, pure costituzionalmente rilevanti, quali la tutela dell’impresa produttiva e dell’occupazione di mano d’opera».

Ferrante: «Ragionevolezza e buon senso»

Il presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante, ha applaudito alla «posizione di ragionevolezza e di buon senso espressa» e che «dovrebbe essere condivisa da tutta la magistratura e da chi deve vigilare sull’esecuzione dei provvedimenti».
«AMBIENTE, SALUTE E LAVORO OK». Secondo Ferrante, il tribunale ha scritto chiaramente che «si può risanare soltanto mantenendo accesi gli impianti attivi» e questa è «una strada che salva l’ambiente, la salute e tanti posti di lavoro».
Il tribunale ha ricordato che l’Ilva non ha mai rispettato gli impegni di volta in volta sottoscritti con le amministrazioni pubbliche per abbattere le emissioni nocive.
DIOSSINA KILLER IN QUANTITÀ. Quindi il dato inquietante: mentre firmava accordi in favore dell’ambiente, la quantità di diossina prodotta dallo stabilimento tarantino rispetto al totale nazionale saliva dal 32% del 2002 al 90% del 2005.
E provocare quell’inferno fu di fatto «una scelta».