L’inclassificabile

Bruno Giurato
07/10/2010

Vince il nobel 2010 per la letteratura Mario Vargas Llosa.

L’inclassificabile

Schiavo volontario e felice della letteratura, famoso per i giudizi scomodi e con un’attrazione fatale per la cultura europea. Il peruviano Mario Vargas Llosa, premio Nobel per la letteratura 2010 (leggi l’articolo), è una figura diversa dalla vulgata che vorrebbe premiati ad alto tasso di terzomondismo, correttezza politica, conformità ideologica. Figura controversa già da quando, nel 1963, il suo romanzo La città e i cani fu bruciato in piazza nel suo paese perché conteneva crude scene di vita nell’esercito, Vargas Llosa è uno splendido esemplare di animale inclassificabile.
Appoggiò l’intervento americano in Iraq e Afghanistan, si candidò alla presidenza del Perù nel 1990 e sconfitto prese la cittadinanza spagnola nel 1993. Grande amico e ammiratore di Gabriel Garcia Marquez, su cui scrisse una tesi, finì per prendersi a cazzotti con l’autore di Cent’anni di solitudine: i due non la pensavano allo stesso modo sul leader cubano Fidel Castro. Di certo, anche artisticamente, Vargas Llosa non è un marqueziano, niente è di più lontano da lui dei temi del realismo magico tipico del Sudamerica. Al contrario, Llosa, che fu a Parigi negli anni 50, è cresciuto e sbocciato con l’esistenzialsmo di Jean Paul Sartre, che frequentò parecchio. Al punto che gli amici lo chiamavano “Il piccolo valoroso Sartre”.

Neoliberista in politica

Come Sartre si possa conciliare con il liberalismo Dop (il suo programma alle elezioni del 1990 fu bollato come neoliberista) resta però un mistero, o un raffinato motivo d’interesse, decida il lettore. Llosa in molti dei suoi libri più recenti ha fatto riferimento a temi tipici della tradizione liberale: per esempio la pericolosità dell’utopia ne Il paradiso è altrove e, l’autoreferenzialità del potere ne La festa del caprone.
Del resto è stato lui a scrivere che «uno scrittore non sceglie i suoi argomenti, sono loro a sceglierlo» e forse una felice e vivace incoerenza è un enzima al quale un artista, uno scrittore, non può e non deve rinunciare.
Vargas Llosa ha vinto il Nobel per la letteratura «per la propria cartografia delle strutture del potere e per la sua immagine della resistenza, della rivolta e della sconfitta dell’individuo», così si trova scritto nella motivazione del premio. Vero è che il personaggio, eclettico ed esuberante, si è sempre mosso in maniera felicemente inquieta rispetto agli standard: romanzo, saggio, teatro, giornalismo, sempre colorando la sua vena di tradizioni e disincanto europei.

Dopo due anni un Nobel “popolare”

«Non ci credevo, pensavo che fosse uno scherzo di cattivo gusto, come quello che fecero ad Alberto Moravia», ha commentato a caldo dopo aver saputo la notizia dell’assegnazione del Nobel. Dopo due anni, nei quali il premio era andato a scrittori poco noti al grande pubblico, la vittoria di Vargas Llosa rappresenta, come era avvenuto per Doris Lessing (2007) e Orhan Pamuk (2006), una scelta popolare.
Vargas Llosa lo ritroveremo in una nuova edizione italiana a novembre. Il sogno del Celta sarà pubblicato da Einaudi. Il romanzo si ispira a un personaggio storico, Roger David Casement, diplomatico britannico e patriota irlandese, amico di Jospeph Conrad. Casement fu testimone e si impegnò contro le atrocità commesse verso gli indigeni nel Congo leopoldino a inizi Novecento e documentò lo sfruttamento del caucciù in Africa e America del Sud. Il romanzo è ambientato fra il Congo, l’Amazzonia e l’Irlanda.