L’incubo del Cavaliere

Renato Besana
26/01/2011

Per il premier comincia l'ultima battaglia per scongiurare la crisi del berlusconismo

Che il Cavaliere abbia deciso, con il suo focoso intervento, di corroborare gli ascolti dell’Infedele, talk-show di molte pretese ma disertato dal grande pubblico, non è certo indizio di nervi saldi.
A guastargli l’umore, però, non sono i disastri del bunga bunga, né le reprimenda dei vescovi e il lagno della Marcegaglia: al ringhio delle procure c’è abituato, stampa e tivù non gli hanno mai voluto bene, e ,quanto al resto, una soluzione è sicuro di trovarla, in un modo o nell’altro. Il peggio deve ancora venire: l’ultimo colloquio con Napolitano ha resuscitato il fantasma che il voto di fiducia ottenuto poco più d’un mese fa sembrava aver sepolto.
Se molli il colpo – ha detto Giorgio a Silvio, parola più parola meno – le elezioni te le scordi, si può benissimo formare un altro governo: nessuno è indispensabile.
DELFINI O PESCECANI? Una maggioranza diversa dall’attuale potrebbe formarsi soltanto se dal Pdl si staccasse un gruppo consistente di senatori e qualche deputato. Per provocare la crisi, basterebbe tuttavia che alcuni tra loro offrissero la propria disponibilità al cambiamento, innescando un effetto valanga. In pochi, nei gruppi parlamentari, sono davvero favorevoli a un eventuale scioglimento delle Camere: sulle poltrone non si scherza.
Di Beppe Pisanu si sa, il suo è un malumore di lunga data, ma nella vasta democristianeria che siede a Palazzo Madama potrebbe non essere il solo pronto a sostenere chiunque assicuri il proseguimento della legislatura. Non servono congiure, basta un fischio. A Montecitorio, Calogero Mannino, Lillo per gli amici, ha fiutato l’aria, appena in tempo per sfilarsi dal gruppo dei responsabili.
Berlusconi non sa più di chi fidarsi: ciascuno potrebbe essere incline al tradimento, forse proprio colui che si mostra più servile nel sollecitare un favore. Una replica del ’94, con un chiunque al posto di Dini, lo costringerebbe a una grama uscita di scena. I delfini fanno presto a mutarsi in pescecani.
L’OPZIONE CASINI. Uno scenario possibile vedrebbe una riedizione del centrodestra allargato al Terzo polo, come non si stanca di proporre Pier Ferdinando Casini, disponibile anche a combinazioni diverse, che comprendano per esempio il coinvolgimento diretto o indiretto del Pd, beninteso a patto che a menare le danze sia lui e che dalla legge elettorale sparisca ogni tentazione maggioritaria. Nella fase due, toccherebbe a  Gianfranco Fini essere accompagnato alla porta; all’occorrenza, la magistratura potrebbe accorgersi che la casa di Montecarlo appartiene a suo cognato.
Comunque la si rigiri, la cacciata dell’odiato tiranno condurrebbe a una restaurazione neo-democristiana, nella sostanza se non nell’apparenza, capace di scontentare tutti in ugual misura.
Il vecchio caro tran-tran spacciato per una mezza rivoluzione. I modernizzatori, compresi quelli del Pd, avranno modo di sfogarsi nei convegni. In questo quadro non c’è posto per un federalismo fiscale serio, che Udc e Fli stanno cercando in ogni modo di soffocare nella culla: il sistema di potere fondato sulle clientele meridionali non può in alcun modo essere messo a rischio. Charles De Gaulle, quando nel 1969 perse la sua ultima battaglia, si ritirò a Colombey-les-Deux-Églises. Silvio di case ne ha una quarantina: non ha che l’imbarazzo della scelta (ma già ora, al pensiero di quel che potrebbe accadergli, anche le seratine di Arcore devono sembrargli meno rilassanti).