L'accademico della Crusca Patota spiega come cambia l'italiano

L’accademico della Crusca Patota spiega come cambia l’italiano

31 Marzo 2019 13.00
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Bello e complesso. L’italiano, da molti considerata la lingua più bella del mondo, è oggi protagonista dell’ennesima evoluzione, vissuta in parallelo con quella dell’Italia, da cui assorbe vizi e virtù. È così che nasce l’italiano populista che Giuseppe Patota, linguista e accademico della Crusca, identifica nella linguaggio di Beppe Grillo e Matteo Salvini.

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«Il loro italiano è fortemente violento», ha commentato ospite di Enrico Cisnetto a Roma InConTra, «aspetto ben più preoccupante rispetto alle tante altre sofferenze che patisce la nostra lingua, a partire dall’uso del congiuntivo». C’è da credergli, specie in rifermento all’asprezza delle parole e al vigore esasperato dei toni. D’altronde nell’epoca dell’abolizione della complessità (altro che povertà!) anche l’italiano ne risente, per esempio attraverso l’utilizzo di un numero limitato di vocaboli, circa 2 mila, sulle oltre 100 mila di cui è composto l’intero vocabolario.

IL CONGIUNTIVO E GLI STAFALCIONI DEI POLITICI ITALIANI

«L’italiano sta benissimo», consola ironicamente Patota, «stanno molto meno bene gli italiani che lo usano». A partire dai politici e dai loro strafalcioni grammaticali. Sarebbe troppo facile rimembrare ancora (che Silvia ci perdoni!) le memorabili performance di Antonio Razzi, la cui dimestichezza con la lingua natia è ampiamente inferiore rispetto a quella con il coreano, rigorosamente del Nord; o citare la gaffe del grillino Davide Tripiedi che in un suo discorso alla Camera premise di essere «breve e circonciso». Meglio allora lasciarsi guidare da Patota, che elenca a memoria i politici che di recente sono inciampati nella trappola linguisticamente più comune: il congiuntivo. Da Luigi Di Maio («i miracoli non li avrebbero mai raggiunti se non ci sarebbero stati») a Giuseppe Conte («non so perché i giornali scrivino»), fino a Nicola Zingaretti, col suo scivolone da neo-segretario del Pd, («quello che chiediamo è che i bandi non si interrompino…») come se cadere sul congiuntivo fosse una tappa forzata per chi aspira al governo del Paese.

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Di fronte a questa fiera degli orrori quanto devono sembrar lontani a Patota i tempi del Rinascimento, della lingua di Niccolò Macchiavelli, Ludovico Ariosto e di Pietro Bembo, che definisce «il padre padrone della grammatica italiana, colui che per primo ha individuato nel fiorentino del Trecento il modello di lingua da seguire». Proprio a loro Patota ha dedicato la sua ultima fatica letteraria: La Grande Bellezza dell’italiano. Il rinascimento, edito da Laterza, seconda parte di un’indagine sulla nostra lingua cominciata con l’italiano di Dante, Petrarca e Boccaccio.

L'EVOLUZIONE DELLA LINGUA E IL RISCHIO DI DISTORCERLA

Eppure il linguista non è per nulla pessimista sulla tenuta della nostra lingua, tanto da consolarci persino sul congiuntivo: «Non è affatto morto! Siamo portati a crederlo perché alle orecchie di persone linguisticamente educate un congiuntivo sbagliato fa lo stesso effetto del gesso che scricchiola sulla lavagna. Così facciamo caso agli errori e non a tutti quei congiunti corretti che fortunatamente si continuano a operare». Magra consolazione, direbbero i duri e puri della lingua. «Scialla!», risponderebbero i sostenitori dell’apertura all’italiano libertino e aperto all’influenza del parlato. Di certo l’italiano evolve in continuazione, ed è difficile credere che qualsiasi tipo di conservatorismo lo possa bloccare. La speranza, allora, è che la nostra lingua sia più forte di coloro che la utilizzano in maniera distorta e che abbia in sé gli anticorpi necessari per resistere al populismo. In principio fu la lingua, poi una nazione ed infine un popolo. Quindi, letteralmente, prima l’italiano!

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