L’Intifada di Baradei

Redazione
29/01/2011

di Vita Lo Russo e Gea Scancarello La mattina del 30 gennaio, dopo un’altra notte di coprifuoco, la situazione al...

di Vita Lo Russo e Gea Scancarello

La mattina del 30 gennaio, dopo un’altra notte di coprifuoco, la situazione al Cairo sembra più tranquilla, ma la città è sempre presidiata dall’esercito anche dal cielo. Gli elicotteri volano bassi sulla capitale egiziana con una frequenza superiore a quella notata negli ultimi giorni. La tv mostra componenti di bande di saccheggiatori arrestati, sottolineando visivamente che la polizia è in azione.
CHIUSA PIAZZA TAHRIR. Per sicurezza i soldati hano anche sigillato l’accesso a piazza Tahrir, dove da giorni migliaia di persone si sono radunate per chiedere la caduta del regime del presidente Hosni Mubarak. Carri armati delle forze armate sono stati schierati in modo massiccio in ogni via o viale che conduce alla piazza, mentre nelle altre strade principali del centro cittadino, sin dalle prime ore dell’alba la polizia militare ha eretto posti di blocco, dove ispeziona le auto in circolazione. Il coprifuoco imposto venerdì 28 gennaio non è stato revocato e con molta probabilità sarà confermato anche per la giornata del 30 gennaio dalle 16 alle 8 del giorno seguente.
AMBASCIATA USA PREOCCUPATA. Nonostante per ora non si siano registrati incidenti, la televisione Al Arabiya ha riferito che l’ambasciata americana al Cairo ha invitato i cittadini statunitensi a lasciare l’Egitto il prima possibile. In una nota ha fatto sapere che i voli per l’evacuazione degli americani cominceranno da lunedì 31 gennaio.
Anche la Turchia preoccupata per i propri connazionali, sta mandando in Egitto due aerei di linea per evacuare cittadini turchi nel paese in preda alla rivolta. Lo ha riferito l’agenzia statale turca Anadolu citando funzionari dell’ambasciata nella capitale egiziana. L’evacuazione, hanno riferito i diplomatici, potrebbe durare alcuni giorni.
EVASIONE IN MASSA DAL CARCERE. Intanto nel sesto giorno della rivolta contro il regime del presidente Mubarak, un’evasione di massa è stata denunciata nel carcere di Wadi Natrun, a circa 100 chilometri a nord del Cairo. A riferirlo è una fonte dei servizi di sicurezza. La fuga è avvenuta nella notte tra il 29 e il 30 gennaio, dopo una rivolta durante la quale i detenuti si sono impossessati delle armi delle guardie carcerarie.
Tra le migliaia di fuggitivi, oltre a criminali comuni, ci sono anche molti estremisti islamici in carcere da diversi anni. Già il 29 gennaio, un numero imprecisato di prigionieri era evaso dal carcere di Khalifa, nei pressi della cittadella del Cairo. Inoltre era stato segnalato che otto detenuti erano rimasti uccisi, e 123 feriti, in scontri con la polizia durante un fallito tentativo di evasione dal carcere di Abu Zaabal, a nordest della capitale.
BAVAGLIO AD AL JAZIRA. Come temuto, la mattina del 30 gennaio a ordinare la chiusura dell’ufficio di corrispondenza del Cairo di Al Jazira, è stato il ministro dell’Informazione uscente, Anas El Fekki. Lo ha annunciato l’agenzia ufficiale egiziana Mena. Il ministro, scrive l’agenzia, «ha deciso che il servizio di informazione dello Stato deve fermare e annullare le attività della catena Al Jazira nella repubblica araba d’Egitto, annullare tutte le autorizzazioni e ritirare tutti gli accrediti (stampa) dei suoi dipendenti a far data da oggi». La tv araba aveva telecamere puntate su piazza Tahrir e sul vicino ponte dal 6 ottobre ma al momento non trasmette più in diretta dal Cairo.

Un bilancio delle vittime pesante: oltre cento morti

Il bilancio delle vittime sempre più pesante, secondo fonti ufficiose più di un centinaio, palazzi del potere in fiamme, nuovi scontri a Suez e Alessandria dove i morti sarebbero almeno 38 e migliaia di manifestanti al Cairo, in una città spettrale, presidiata dai tank dell’esercito (guarda il video degli scontri in Egitto). Questo il quadro drammatico della rivolta che sta cambiando la storia d’Egitto. Non solo. Fonti dell’esercito continuano a spiegare che sarà usato il pugno di ferro, ma i manifestanti hanno assaltato il ministero degli Interni, il dipartimento di pubblica sicurezza e altri luoghi simbolo dela capitale.
ASSALTO AL MUSEO. In fiamme al Cairo la sede del partito di Mubarak e l’Ufficio egiziano del fisco. L’assato al Museo egizio è stato invece sventato per poco. Ma Al Jazeera e Al Arabija hanno trasmesso immagini di vetrinette rotte, oggetti preziosi e reperti archeologici per terra, molti dei quali in frantumi. Bande di ladri avrebbero razziato inoltre l’ospedale pediatrico del centro tumori della capitale.
PIRAMIDI CHIUSE. Le autorità egiziante hanno anche deciso la chiusura delle Piramidi e di altri siti di attrazione turistica. I soldati hanno isolato l’area di Giza, dove sorgono le Piramidi di Cheope, Chefren e Micerino, e dove è collocata la Sfinge. L’area è pattugliata da mezzi corazzati e fanteria meccanizzata.
CAOS AEROPORTO. Caos all’aeroporto del Cairo dove sono bloccati circa 2.000 passeggeri, in maggioranza senza prenotazione e diretti verso Arabia Saudita, Emirati Arabi, Giordania e Libano. Nella notte tra il 29 e il 30 gennaio, a Beni Suef, in Alto Egitto, gruppi di dimostranti hanno cercato di assaltare un commissariato di polizia, il risultato dell’operazione è costato la vita a 17 persone.
Ciò nonostante, Mubarak prova un’ultima strenua resistenza: cambia i suoi uomini, ma non cede lo scettro del potere. Ma nel pomeriggio di sabato, la moglie e i due figli del presidente, Gamal e Alaa, sarebbero partiti per la Gran Bretagna con le loro famiglie. Lo ha riferito la televisione Al Jazeera citando «fonti britanniche», anche se la tv di Stato smentisce (guarda la gallery della dinastia Mubarak).
MUBARAK IN TIVÚ. «Questa sera ho chiesto al governo di dimettersi e domattina darò l’incarico per formare il nuovo esecutivo». Così in diretta il presidente egiziano Hosni Mubarak, in un discorso al popolo nella notte tra il 28 e il 29 gennaio, in cui il raìs ha ribadito di interrompere immediatamente gli atti di violenza e sabotaggio, rivolgendosi ai manifestanti scesi in strada nelle principali città egiziane. Gli scontri di queste ore sono un «complotto per destabilizzare la società» ha detto, sottolineando che «i nostri obiettivi non saranno raggiunti con la violenza ma con il dialogo nazionale». Il ministro dell’aviazione civile, Ahmed Shafik, è stato incaricato di formare il nuovo governo. Il generale Omar Suleiman, capo dei servizi segreti, è stato nominato vicepresidente, alla difesa sarebbe andato il capo di Stato maggiore Sami Anan mentre agli Interni sarebbe stato nominato un altro generale: Ahssan Abdel Rahman.
IL NUOVO GOVERNO. Il presidente egiziano ha inoltre dichiarato di essere «dalla parte dei poveri», ribadendo la sua volontà di «garantire la libertà di espressione, nel rispetto della legge e della costituzione», e si è anche detto «estremamente dispiaciuto per le vittime». Infine, ha annunciato che non lascerà il potere, ma insedierà un nuovo governo, destinato a promuovere la realizzazione di riforme sociali, economiche e politiche.
EL BARADEI: NON BASTA. L’ex direttore generale dell’Aiea e leader di uno dei movimenti di opposizione egiziani, El Baradei, intervistato da France 24, ha dichiarato invece che il presidente Hosni Mubarak «deve andarsene». «Oggi scenderò di nuovo in piazza», ha proseguito El Baradei ai microfoni, «il suo discorso è stato deludente». E poi, intervistato da Al Jazeera, ha aggiunto che le nuove nomine sono solo una mossa «per prendere tempo» perché in realtà serve un governo di unità nazionale: «la presidenza non deve essere in mano ai generali ma deve essere eletta dal popolo».

Obama chiede passi concreti

Pochi minuti dopo il messaggio del rais, Barak Obama aveva preso per la prima volta apertamente posizione: «Ho parlato al telefono con Mubarak per oltre 30 minuti», ha dichiarato il capo della Casa Bianca, «chiedendogli passi concreti per i diritti del popolo egiziano. Il nuovo governo dovrà dare un senso alle sue parole, prendendo misure concrete conseguenti con le promesse».
«I cittadini chiedono riforme politiche, economiche e sociali. Sosteniamo la loro volontà di esprimere liberamente il proprio pensiero e il proprio destino, e di riunirsi pacificamente», ha concluso Obama; «Sono diritti universali da rispettare. Su questo ho esortato Mubarak a non usare la violenza». E nel pomeriggio di sabato sulla crisi egiziana faccia a faccia di due ore tra il segretario di Stato Hilary Clinton e il vicepresidente Joe Biden.
IL RIENTRO DEL GENERALE. Dagli Usa, il 29 gennaio, poco prima di mezzogiorno, stessa ora in cui la tivù egiziana annunciava le dimmissioni avvenute del governo in carica e il via al rimpasto, rientrava al Cairo il generale Sami Annan, capo di stato maggiore delle forze armate egiziane, reduce da una visita ufficiale a Washington e indicato come papabile a nuovo premier.
APPELLO DI SARKOZY-MERKEL-CAMERON. Nicolas Sarkozy, Angela Merkel e David Cameron hanno lanciato un appello congiunto al presidente egiziano, Hosni Mubarak, perché «eviti ad ogni costo l’uso della violenza contro civili disarmati», e ai manifestanti affinché esercitino pacificamente i loro diritti». I tre leader aggiungono che «il popolo egiziano ha rivendicazioni legittime ed aspira a un futuro migliore e più giusto. Facciamo appello al presidente Mubarak per l’avvio di un processo di cambiamento che si traduca in un governo a rappresentanza allargata ed elezioni libere e giuste».

Scontri violenti e nuove vittime

Ma dopo l’esile tregua notturna, migliaia di manifestanti si sono radunati per tutto il giorno nella centralissima piazza Tahrir, chiedendo «Pace! Pace!» e le dimissioni immediate del rais: «Vattene! Vattene!» (guarda la photogallery degli scontri in Egitto). Tensione altissima dunque, fin dalle prime ore del mattino, quando la polizia è tornata a sparare sulla folla. In mattinata colpi d’arma da fuoco sarebbero stati sparati anche contro il ministero dell’Interno.
Le ultime immagini in arrivo dai racconti di chi si trova sul posto parlano di polizia completamente sparita dalle strade del centro, dove sarebbero rimasti solo i blindati dell’esercito a presidio del Parlamento, del Senato e del Museo egizio, depredato dai vandali, oltre alle carcasse dei veicoli incendiati. Un generale della polizia ha anche parlato di detenuti fuggiti dal carcere di Khalifa, vicino al Cairo, portando via con sé tutte le armi in custodia dei posti di guardia.
IL BILANCIO DEGLI SCONTRI. Una densa colonna di fumo nero continua a levarsi dalla sede del Partito nazionale democratico al potere, dato alle fiamme durante i tumulti. Violenti scontri sono stati segnalati da testimoni a Ismailia, la città sullo Stretto di Suez teatro già ieri di una dura repressione. Anche ad Alessandria e a Suezs sono riprese riprese le manifestazioni antiregime.
Fonti dell’Ansa riferiscono di quattro nuovi morti a Sheikh Zouayed, nel Sinai, e 18 feriti, nove manifestanti e nove poliziotti, come bilancio degli scontri notturni. In centinaia, a Rafah nel Sinai, hanno invece assaltato un posto di sicurezza, al confine con la Striscia di Gaza, ferendo cinque poliziotti.

La repressione: decine di morti, 1.000 feriti e 400 arresti

Il presidente egiziano da quasi 30 anni, eletto in quattro tornate elettorali consecutive che a stento si possono definire democratiche, non ha dunque intenzione di mollare il potere ed è un uomo di parola. Prenderemo «tutte le misure necessarie» e «decisive» per ripristinare l’ordine, aveva assicurato. E così è stato.
EL BARADEI AI DOMICILIARI. Dal 28 gennaio, alle 18 ora locale, le 17 in Italia, dopo una giornata e una notte di scontri violentissimi con 38 vittime accertate dal governo (95, secondo le informazioni di cui è entrata in possesso Al Jazeera) 1.000 feriti e oltre 400 arresti, tra cui il dissidente El Baradei ai domiciliari, vige il coprifuoco in tutto il Paese. L’emittente araba (censurata dall’apparato di sicurezza di Mubarak), ha raccontato inoltre di oltre 20 cadaveri di manifestanti ad Alessandria d’Egitto, secondo quanto riferito dal suo corrispondente nella città, che si sommerebbero alla tragica conta dei morti.
Per le strade del Cairo, Suez e Alessandria hanno cominciato a comparire i carri armati: quattro blindati hanno addirittura accerchiato l’emittente televisiva di Stato. Militari che hanno cercato di riprendere il controllo delle piazze ma che, in altri casi, sono stati accolti con favore dai manifestanti e, raccontano alcune fonti sul posto, hanno persino solidarizzato con la folla.
Il 28 gennaio, che passerà alla storia come il ‘Venerdì della collera’, non sembra molto diverso da quello tunisino di due settimane fa, quando Ben Alì aveva osato un ultimo guizzo di potere imponendo il coprifuoco, prima di darsi alla fuga.
L’ASSALTO AI CARRI ARMATI. Ma gli egiziani hanno smesso di avere paura e hanno sfidato il coprifuoco. Il premio Nobel per la Pace Mohamed El Baradei (leggi il profilo di El Baradei), rientrato nella capitale il 27 gennaio, lo aveva anticipato: «Quando il popolo supera la cultura della paura non c’è ritorno».
Gruppi di dimostranti hanno provato ad assaltare il ministero degli Esteri, mentre altri tentavano di salire sui carri armati dell’esercito a Suez, l’altra città che da quattro giorni è teatro di violenti incidenti.
Per respingerli, i militari hanno aperto il fuoco, in una escalation di violenza senza precedenti. Il ricordo va immancabilmente alla resistenza degli studenti di piazza Tien An Men, nel giugno 1989.

I manifestanti: «Rovesciamo il regime»

Come in tutte le rivoluzioni che segnano la storia, la scia di sangue è lunga. E probabilmente è solo all’inizio. Il bilancio dall’inizio della “primavera” è pesante.
IL GIALLO DEL FERMO. I primi incidenti si sono registrati nel quartiere di Giza quando la polizia ha trattenuto il premio Nobel per la Pace. In un primo momento era stata diffusa la notizia del suo arresto – da qui i primi scontri tra i suoi sostenitori e gli agenti – ma si è appreso in serata che El Baradei era stato bloccato all’interno della moschea dopo la preghiera della mattina. A spaventare l’esercito e il regime di Mubarak, la minaccia pacifica di proporsi come capopolo per guidare la contestazione (leggi l’approfondimento sul ritorno di El Baradei), pronto anche ad assumere la guida del Paese.
GLI SPARI SULLA FOLLA. E mentre a Giza saliva la tensione, nella centralissima piazza Tahrir, i manifestanti hanno dato fuoco ai mezzi della polizia e gli agenti hanno risposto a colpi di lacrimogeni e manganellate. Pugno di ferro delle forze dell’ordine anche nei pressi alla moschea di Al Azhar dove, per rompere gli assembramenti dei fedeli, sono stati sparati proiettili di gomma.
Molti egiziani sono usciti dalle moschee con il tappeto della preghiera arrotolato sotto il braccio e hanno formato cortei. Alcuni hanno esortato la gente affacciata dai palazzi a scendere in strada al grido: «Rovesciamo il regime» e «Mubarak vattene».
ASSALTO AI PALAZZI. Le proteste si sono diffuse in tutto il Paese, a cominciare da Alessandria dove gruppi di insorti hanno dato fuoco alla sede del governatorato fino a spingere le forze dell’ordine ad abbandonare le postazioni.
A Suez sono stati incendiati tre edifici pubblici, mentre altri municipi sono stati dati alle fiamme nelle comunità del nord del Sinai, a Ismailia e a Porto Said. Il culmine delle tensioni è stato registrato quando i manifestanti hanno appiccato il fuoco alla sede principale del partito di Mubarak, sempre al Cairo.

Sul Paese l’eclisse della comunicazione

Ma la giornata della collera ha segnato un altro record: per la prima volta nella storia, un governo ha oscurato sia internet che le comunicazioni mobili. Sin dalle prime ore della notte del 27 gennaio, i cittadini erano impossibilitati a inviare sms con i cellulari e a connettersi a social network come Facebook. Su Twitter si sono susseguiti i messaggi di denuncia sul blocco della Rete e sulla difficoltà di connessione nel Paese a partire da giovedì sera.
IL REGIME SPEGNE LA RETE. Timori poi confermati a Lettera43.it da Soazig Dollet, responsabile della regione per Reporter senza frontiere (leggi l’articolo sull’eclissi delle rete informatica): «Il black-out è stato totale e voluto dalle autorità che hanno disabilitato il servizio di sms, chiuso i service provider che forniscono collegamento a 80 milioni di cittadini. È la prima volta che un governo nazionale spegne l’interruttore alla Rete». I servizi di telefonia mobile hanno ripreso parzialmente a funzionare solo nella mattinata del 29 gennaio. Lo hanno constatato fonti giornalistiche sul posto.
E anche la stampa è finita nel mirino della repressione. La polizia ha fatto irruzione nella sede di Al Jazeera al Cairo, chiedendo di chiudere le telecamere nell’edificio. In mattinata erano già state oscurate le trasmissioni dell’emittente qatariota, mentre quattro giornalisti europei (tre redattori dei francesi di Le Figaro, Le Journal du Dimanche del Paris-Match e un fotografo dell’agenzia Sipa) erano stati arrestati per strada da agenti in borghese che li hanno rilasciati dopo oltre un’ora.
LA CONDANNA USA-UE. La tensione è stata tale da costringere anche la reticente diplomazia americana a scendere in campo (leggi lo scenario sui rapporti tra Egitto e Occidente). Anche Ban Ki-moon, il segretario generale dell’Onu, ha rivolto un appello «a tutte le parti» per evitare l’escalation di violenza. Dal ministero degli Esteri italiano è arrivato un fermo invito «all’immediata cessazione di ogni tipo di violenza, al rispetto delle libertà civili, di espressione e comunicazione incluso il diritto allo svolgimento di manifestazioni pacifiche».

L’esperta: la prossima mossa è dei militari

Nonostante lo scenario estremamente confuso, è tutt’altro che scontato che il regime di Mubarak sia davvero arrivato al capolinea. «La sua stabilità è strettamente legata ai servizi segreti e alle forze armate», ha spiegato Silvia Colombo, analista del Centro Affari Strategici a Lettera43.it. «Finora non c’è mai stato motivo di dubitare della loro lealtà, ma per la prima volta oggi si è intravista qualche crepa».
Tuttavia, «se anche il regime dovesse avere un cedimento come in Tunisia, in Egitto manca ancora una vera forza d’opposizione capace di coagulare le forze e proporre un’alternativa a Mubarak», ha aggiunto Colombo.
EL BARADEI UOMO CHIAVE. «La figura di El Baradei può essere cruciale in questo quadro, perché potrebbe fare tabula rasa, contando su importanti appoggi internazionali. Meno scontato è il fatto che la gente si riconosca davvero nella sua figura, vista la lunga lontananza dal Cairo».
Quale che sia il futuro, è certo che si deciderà nell’arco di pochi giorni. E che, in ogni caso, indietro è impossibile tornare. «A questo punto è impossibile credere che l’Egitto torni a essere quello di due mesi fa: se anche Mubarak resistesse, sicuramente dovrà fare concessioni socio-economiche importanti per calmare il malcontento. Anche se la rivendicazione politica ormai è partita ed è irrestabile».