L’ipocrita sarabanda delle festività natalizie

Renato Besana
22/12/2010

Arriva il Natale e il nostro Paese cattolico cade in contraddizione.

L’ipocrita sarabanda delle festività natalizie

Da qualche anno il Natale s’è sdoppiato: ne abbiamo due, in concorrenza tra loro. Il più evidente è quello, ansiogeno, del traffico cittadino che si attorciglia e si raggruma, delle luminarie, dei regali e dei pranzi ipercalorici, prima, durante e dopo. L’altro, proteso a vantare ben maggiori titoli di legittimità, è costituito dal richiamo penitenziale a una frugalità antica, ai valori religiosi, a un’austera letizia familiare. Se mai esiste il conflitto tra spirito e materia, questa diarchia lo sostanzia e lo esaspera. Più corriamo da un negozio all’altro e ci mescoliamo alla promiscuità febbrile dei grandi magazzini, più vorremmo rifugiarci nelle gioie immateriali, sicuramente assai meno dispendiose di nastri, pacchi e vezzi. Tuttavia, anche chi si professa insensibile alle mille lusinghe delle vetrine e vagheggia un’impossibile semplicità perduta, non può resistere, se non col proprio malumore, alle consuetudini e convenienze sociali.
NATALE E MERCATO. Si spende troppo: tutte le parrocchie, bianche o rosse che siano, sono d’accordo, e al giudizio s’accodano anche coloro che non si riconoscono nelle categorie canoniche. Ma, non appena le statistiche rilevano una seppur minima flessione negli acquisti, si diffonde l’allarme: il nostro già ansimante sistema economico sta correndo rischi seri; il mercato, infatti, non conosce il concetto di superfluo, che è non è mai tale per chi lo produce e lo vende. Corriamo ai ripari: si spende troppo poco.
Il bello è che le analisi pensose sulla calante propensione ai consumi si mescolano, sugli stessi giornali e negli stessi programmi televisivi, alle reprimende contro il caravanserraglio natalizio.
SARABANDA FESTIVA. Non si possono ascoltare entrambe le campane: o si torna al messaggio evangelico, varianti laiche comprese, o si corroborano i fatturati. Gli italiani, per fortuna, posseggono un’attitudine inveterata a emulsionare diavolo e acquasanta in una perfetta, seppur indigesta, maionese. Per non scontentare nessuno, si trovano costretti ad acquistare vergognandosi di farlo. Una volta rincasati, si apprestano a cene e pranzi debordanti con l’animo di chi affronta un severo digiuno. Quando finalmente arriva Santo Stefano, prevale il sollievo d’aver compiuto un dovere gravoso. Mettiamoci il cuore in pace: siamo un Paese cattolico, il peccato è premessa all’assoluzione, in un rapporto di necessità reciproca. Però, che ipocrita sarabanda.