L'Italia va a rotoli e la Tav avanza

L’Italia va a rotoli e la Tav avanza

08 Novembre 2011 14.20
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Non so chi abbia avuto l’opportunità di vedere – dal vivo, al
Politecnico di Torino oppure in streaming – l’interessante
dibattito tra due docenti universitari contrari alla Tav contro
altrettanti illustri docenti favorevoli all’opera.
Il dibattito si è aperto con Marco Ponti del Politecnico di
Milano, il quale ha subito esordito curiosamente sottolineando
l’inutilità del suo intervento. «Ciò che dirò», ha
sostenuto, «è già scritto e assodato su basi scientifiche da
parecchio tempo, non posso dire nulla di nuovo se non confermare
l’inutilità e l’insostenibilità più totale di
quest’opera. Non solo, più passa il tempo è più le ragioni
scientifiche si rafforzano».
Un ripasso, però, non fa mai male e così abbiamo visto gli
inconfutabili dati sull’assurdità di un’impresa che non ha
motivo di esistere se non quello, plurinoto, di distribuire
denaro a destra e a manca ai soliti noti.
Attendevamo con ansia e curiosità di conoscere gli aspetti
tecnico-scientifici favorevoli alla sua costruzione. Mario Villa,
con grande onestà intellettuale, ha riconosciuto il valore dei
dati portati dalla controparte. «Sono inconfutabili», ha detto,
e poi si è espresso in motivazioni proiezionali basate – e non
lo ha mai negato – su mere supposizioni di «possibili, eventuali
scenari futuri».
BARBIERI NON SI FA COMPRENDERE. Più articolato,
invece, l’intervento di Barbieri, anch’egli favorevole al
progetto. Ma anche decisamente più oscuro. Ha esordito con il
riconoscimento dei dati però poi si tuffa in una complicata
analisi sui diversi punti di vista e di lettura dei dati in un
altro contesto. Un’analisi molto emotiva che lo ha portato a
presentare alcune slide ricche di curve colorate che confluiscono
tutte sul Piemonte a dimostrazione della centralità dello
stesso.
Ha parlato di rapporto tra treno, merci, territorio, dove non va
uno va l’altro. E se l’altro non ci va ce lo facciamo
arrivare. Ha fatto riferimento a fantomatiche «reti» – non
so se si riferisse a quelle de La Maddalena – e poi si è esibito
in acrobazie verbali, esercizi di dialettica e ha prodotto
vaticini da aruspici che sembrava di essere a Scienze politiche
più che in un Politecnico. Onestamente, professore, non
abbiamo capito una mazza.
È vero che in Italia le variegate forme di comunicazione
vanno dagli acrobatici e fumosi volteggi verbali al dito medio e
qualche pernacchia unita a un rutto del ministro per le Riforme,
per passare poi alle reazioni virili del ministro della Difesa
che, per non ascoltare un avversario in una diretta tivù, si
mette le dita nelle orecchie e gli canta la filastrocca delle tre
scimmiette.
SULLE ORME DEL MANZONI. Però, suvvia, ci sono
le vie di mezzo. Io credo che lei, Barbieri, sia un gran cultore
del Manzoni, vero? Quello che riusciva a far negare l’esistenza
della peste a don Ferrante, non lo neghi. Se poi ci voleva tirare
fuori anche il teorema biblico di Bartolomeo Giachino sul letto
del fiume e l’acqua che ci arriva dopo, beh, non mi pare questo
il momento. Se noi abbiamo l’acqua in casa è proprio perché
qualcuno, invece di pulire gli invasi, spreca il denaro in
inutili trinceroni che alla prima alluvione faranno galleggiare
la sua bella Tav (Treno ad ampie vogate).
Comunque qualcosa non torna. Le ragioni del «sì» vengono
affidate a motivazioni emozionali, filosofiche e anche a spot
pubblicitari tipo Mulino Bianco dove il bimbo – tenero – corre
alla finestra a vedere il treno che passa (È il progresso,
baby. Entriamo in Europa.).
Le valutazioni contro la costruzione della ‘cosa’ hanno
invece serie, comprovate e inoppugnabili motivazioni
scientifiche. L’avete confermato anche voi. Ma una volta non
eravamo noi i montanari ignoranti, quelli che «le caprette ci
fanno ciao» e dei pantaloni di velluto a coste larghe?
Qualcosa non quadra veramente anche perché, tra le altre cose,
nessuno dei soloni dell’opera è ancora stato in grado di farci
capire la compatibilità fra treni veloci e treni merci
all’interno del tunnel a chilometraggio variabile (una volta è
lungo 52 chilometri, un’altra 57. Anche loro hanno le idee poco
chiare).
PASSAGGIO IMPOSSIBILE DEI DUE TRENI. Siccome, a
causa delle differenti velocità, non possono viaggiare insieme
nel tunnel e siccome Barbieri ha garantito il transito di un
treno ogni sei-sette minuti, cosa succederà? Ecco perché hanno
ideato la stazione internazionale a Susa. Nell’attesa che il
merci esca dall’altra parte i passeggeri ‘veloci’ del
treno veloce possono fare un veloce giretto per la città. E
così abbiamo anche risolto il problema del turismo.
Nel frattempo la natura ha deciso di dire la sua, e abbiamo
assistito all’ennesima alluvione didattica che però, in un
mondo di somari, difficilmente avrà effetti istruttivi sulle
menti malate dei produttori di Pil.
Abbiamo assistito al crollo di ponti costruiti dopo l’ultima
alluvione, poiché – in base alla nuova teoria
dell’obsolescenza programmata – così deve essere.
Però vogliamo fare la Tav. Continuiamo a considerare l’Italia
come il ridente Paese del mare, della pizza e dei mandolini da
una parte e quello dei lustrini e delle paillettes dell’asse
metropolitano Milano-Roma dall’altra; la prima una Stoccarda
che si crede New York (cito semplicemente Umberto Eco) e
l’altra una vecchia matrona corrotta e adagiata sui suoi
vizi.
Eppure il territorio italiano è costituito per il 54,3% di
montagne. Di quelle stesse montagne completamente ignorate e che
l’incuria di Stato vuole sacrificare al cemento. L’Italia va
a rotoli non per la mancanza di grandi opere, ma di quelle
piccole.
A Genova la gente muore nell’acqua sotto le macchine, e noi
vogliamo la Tav. Se io raccolgo una pianta abbattuta nell’alveo
di un torrente prendo la multa e rischio la galera, però
vogliamo la Tav. Un ponte costruito cinque anni fa crolla alla
prima piena mentre centinaia di ponti romani resistono da  2
mila anni, e poi vogliamo la Tav.
Ecco perché questa sgangherata Italia non riparte, siamo ancora
fermi tra l’incomprensibilità aulica dei professori e i rutti
dei ministri. Non c’è scampo.

Riccardo Humbert

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