L’Italia vista dagli Usa

Redazione
04/10/2010

di Marco Cacioppo Un Paese sempre più arretrato, provinciale, infarcito di luoghi comuni. Così il cinema americano vede l’Italia, stando...

L’Italia vista dagli Usa

di Marco Cacioppo

Un Paese sempre più arretrato, provinciale, infarcito di luoghi comuni. Così il cinema americano vede l’Italia, stando a quello che emerge dagli ultimi film, usciti a poca distanza l’uno dall’altro nel mese di settembre.
A introdurre il dibattito, ci ha pensato il nuovo film di Sofia Coppola, Somewhere, vincitore del Leone d’Oro alla 67° edizione del Festival di Venezia. Subito dopo sono arrivati Mangia, prega, ama di Ryan Murphy, commedia sentimentale con Julia Roberts, e The American di Anton Corbijn, con George Clooney. Si tratta di tre film che in Italia sono stati girati interamente, come in quest’ultimo caso, o solo in parte, com’è stato per Somewhere e Mangia, prega, ama.
Tutti e tre hanno finito per dare dell’Italia un ritratto impietoso. Si potrebbe risolvere la situazione pensando che si tratti solo di facili luoghi comuni. Eppure, a ben guardare, sorge il dubbio che, sotto sotto, questi film, in maniera più o meno riuscita, ci diano un quadro di come siamo o come siamo diventati veramente.

Quando l’importante è apparire

Il film della Coppola è la storia di una celebrità dello star system hollywoodiano (interpretato da Stephen Dorff) che, nel pieno di una crisi esistenziale, viene invitata a Milano a ricevere un premio durante la serata dei Telegatti. È risaputo che questa parentesi italiana all’interno del film nasce da un ricordo dell’autrice quando, poco più che teenager, si trovò ad accompagnare il padre, il regista Francis Ford, a Milano, in occasione di una serata identica a quella che si vede in Somewhere. La vicenda è l’occasione per mettere in scena una serie di luoghi comuni a cui la maggior parte di noi probabilmente è assuefatta ma che, trasfigurata in un contesto per così dire internazionale, ha l’effetto di uno schiaffo che ci fa barcollare nell’orgoglio.
Il dato più sconfortante è che tutte le soubrette che ci hanno messo la faccia, come Simona Ventura, Jo Champa, Valeria Marini, anziché riconoscersi, e quindi vergognarsi, per il loro ruolo, hanno sfilato sul tappeto rosso del Lido atteggiandosi a improbabili dive del cinema. D’altronde, se l’importante è apparire, il cinema americano è il modo migliore per provare l’illusione di essere una grande star.

Dagli ex voto ai lucchetti di Ponte Milvio

In “Mangia, prega, ama”, di Ryan Murphy, Julia Roberts comincia a peregrinare in giro per il mondo alla ricerca della felicità finchè non arriva in Italia. E qui non trova di meglio da fare che abbandonarsi ai piaceri afrodisiaci del cibo, ingozzandosi di pizza e spaghetti. Il film, anche in questo caso, è tratto dalle memorie che la scrittrice americana Elizabeth Gilbert ha racchiuso nel libro pubblicato da Rizzoli Mangia, prega, ama. Una donna cerca la felicità.
Sicuramente, la Gilbert e la sceneggiatrice del film, Jennifer Salt, non hanno le stesse doti di Dalton Trumbo, John Dighton e Ian McLellan Hunter, gli autori di Vacanze romane, così come Ryan Murphy non ha lo spessore di William Wyler che nel 1953 diresse l’indimenticabile film con Audrey Hepburn e Gregory Peck. Ma al di là dei toni caricaturali, bisogna dire che certi ambienti turistici tipici della Roma e della Napoli di oggi non sono così distanti dalla realtà raccontata nella pellicola. D’altronde, giusto per fare un paragone con Vacanze Romane, l’Italia di oggi è quella che ha rimosso l’usanza degli ex voto in marmo sulle mura di Viale del Policlinico, tipica del dopoguerra, ma gongola soddisfatta per i lucchetti di Ponte Milvio.

Moralismo religioso e civetteria

Infine, veniamo a The American, la storia di un sicario americano (George Clooney) che si rifugia in un paesino sperduto dell’Italia centrale, spacciandosi per un fotografo appassionato d’arte. Anche in questo caso, la pellicola di Anton Corbijn prende spunto da un libro: il romanzo di Martin Booth A Very Private Gentleman, appena tradotto da Newton&Compton sull’onda del successo del film.
Anche qui diversi luoghi comuni, legati al modo in cui vengono rappresentate le abitudini della comunità rurale di Castel del Monte, in Abruzzo, o a certe dinamiche sociale nella città di Sulmona: l’eccessiva curiosità dei personaggi, il moralismo religioso, e un po’ bigotto, del prete interpretato da Paolo Bonacelli o la civetteria di Clara, che ha il volto di Violante Placido. Eppure, sotto sotto, un po’ di verità c’è: non è difficile intravedere fra le righe i bonari provincialotti che eravamo e gli ottusi ossequiosi che in parte siamo ancora.

Dagli stereotipi esteri alle cattive abitudini nazionali

Ma non c’è mica solo l’America. Un altro caso recente, ancora inedito in Italia, ma che se uscisse contribuirebbe non poco a portare avanti queste polemica, è lo spagnolo Habitación en Roma. Diretto da Julio Medem, è la storia erotica di due donne che si incontrano per caso nella Capitale e trascorrono un giorno e una notte all’interno della camera di una pensione per poi tornare ognuna alle rispettive esistenze.
Ancora una volta è Roma che, sullo sfondo, agisce come catalizzatore di una passione impossibile. Immancabile è la presenza dell’italiano da manuale. Lo impersona Enrico Lo Verso nelle vesti del tenutario della pensione, tipico dongiovanni che alla prima buona occasione si presenta in camera convinto che le due donne vogliano coinvolgerlo in un rapporto a tre.
Che dell’Italia, scrittori e registi stranieri tendano a cogliere solo i soliti cliché è vero. Ma forse bisognerebbe riflettere sul fatto che tutti e tre gli autori dei libri sul nostro Paese hanno avuto modo di conoscerlo da vicino. Anziché lamentarci, quindi, criticando a priori la superficialità con cui veniamo rappresentati, forse sarebbe più corretta una riflessione critica sui motivi che hanno creato questa immagine dell’Italia.
Se è vero che, dall’estero, ci considerano «la terra della pizza, della mafia e del mandolino», è vero anche che i nostri concittadini hanno da sempre una brutta abitudine: quella di parlare male dell’Italia e vedere tutto nero. Se solo fossimo un po’ più orgogliosi e iniziassimo a farci apprezzare per le nostre qualità, forse gli altri ci guarderebbero diversamente. L’impressione generale è che, salvo i casi in cui qualche “illuminato” ce lo fa notare, l’italiano medio che guarda Somewhere, Mangia, prega, ama e The American non solo si riconosce nelle immagini del film, ma gode nel vedersi dipinto in quel modo. Perché è convinto di essere naïve e di avere un acutissimo senso dell’umorismo, doti che lo fanno apprezzare agli occhi degli altri e lo rendono irresistibile. Quanto si sbaglia, invece.