Lo Stato si fa col business

Redazione
11/10/2010

L’hanno già soprannominato “fayyaddismo”, dal nome del Primo ministro dell’Autorità palestinese Salam Fayyad, economista educato negli Usa e ex ministro...

Lo Stato si fa col business

L’hanno già soprannominato “fayyaddismo”, dal nome del Primo ministro dell’Autorità palestinese Salam Fayyad, economista educato negli Usa e ex ministro delle Finanze. È il new deal, il nuovo corso della politica economica palestinese, a cui il settimanale Time dedica un ampio servizio firmato da Stacy Perman a Ramallah.
«L’attuale leadership crede che la creazione di un’economia sostenibile sia il presupposto fondamentale per una Palestina indipendente». L’ambiziosa strategia di Fayyad consiste nell’abbandonare «il sistema di sostentamento dipendente dai donatori internazionali e creare un tessuto economico capace di attrarre gli investimenti esteri e incentivare così la crescita del settore privato». (Leggi anche la storia di Nadim Khoury, birraio-imprenditore di Ramallah)
Altrettanto importante è il fatto che Fayyad «ha drasticamente rafforzato la sicurezza delle strade, sgomberate dai militanti violenti, e questo ha facilitato il movimento di beni e persone. Israele ha risposto smantellando numerosi checkpoint che inibivano gli scambi commerciali».
L’economia palestinese sta investendo dunque sulla crescita economica come perno di una futura indipendenza politica: attrazione di capitali esteri, nuove tecnologie, venture capitalism e una agguerrita pattuglia di incubatori e dunque di imprese start-up.

Un’economia che cresce dell’8%

Le previsioni per il 2010 indicano una crescita dell’8% dell’economia locale. Un risultato realizzato grazie all’accorto utilizzo di strumenti fondamentali. 
È il caso del semigovernativo Palestine Investment Fund, Pif, un piano di finanziamento e prestiti per le piccole e medie imprese «i cui benefici superano di gran lunga l’investimento iniziale per via della creazione collaterale di know how. Il Pif prevede l’investimento di una cifra che va da 500 mila a 7,5 milioni di dollari in aziende palestinesi con un fatturato inferiore ai 50 milioni o con meno di 250 dipendenti».
L’altro grimaldello per scardinare i lucchetti dell’economia locale è la Pita, Palestinian Information Technology Association, rete che riunisce oltre 100 imprese ad alto contenuto tecnologico. «Con quattro mila laureati in ingegneria all’anno e gli espatriati che rientrano alla spicciolata, in molti vedono la tecnologia come potenziale motore dell’economia locale. Secondo un recente studio, il settore It è cresciuto dai 130 milioni di dollari di fatturato del 2008 ai 231 milioni del 2009. Dato significativo perché la tecnologia non è dipendente dagli spostamenti fisici ed è in qualche modo non influenzato dai checkpoint, dalle chiusure e dalle irrequietezze della politica».

Microsoft e Hp, i primi nei Territori

E infatti i colossi mondiali arrivati in Palestina, tra i primissimi Microsoft e Hp, sono quelli del settore tecnologico. Prima organizzando semplici workshop, poi lunghi seminari e infine gettandosi nel business sonante. Ne è un esempio Cisco, che nel 2008 ha messo a disposizione 10 milioni di dollari a supporto delle start-up tecnologiche di West Bank e Gaza.
C’è naturalmente un rovescio della medaglia. «Lo sviluppo economico non è comunque un surrogato della soluzione politica. Confini, spazio aereo, acqua e comunicazioni sono ancora sotto il controllo israeliano, e così il 60% della West Bank» che, però, ha attratto 50 milioni di dollari di capitali di investimenti nell’It.
Ma se il mondo del business non sta fermo al palo ad attendere la politica, è pur vero che «l’impatto di questi sforzi è diluito se manca un movimento politico parallelo. Allo stato delle cose, lo sviluppo economico è come un uccello che vola con un’ala soltanto».