Lo strappo Fiat e la crisi di Confindustria

Paolo Madron
14/12/2010

Per Marcegaglia è il momento di ripensare al ruolo dell'organizzazione.

Lo strappo Fiat e la crisi di Confindustria

Si può far finta che sia successo poco o nulla, che la scelta di Sergio Marchionne di portare Fiat fuori da Confindustria per avere le mani contrattualmente libere sia temporanea, giusto il tempo per consentire alla fabbrica globale di sistemare al meglio i rapporti con la controparte sindacale.
Si può dire anche che lo strappo rientra in quella devastante crisi dell’idea di rappresentanza che oramai agisce a tutti i livelli, a partire dalla politica che in queste settimane ne sta fornendo la testimonianza  più emblematica e per certi aspetti vergognosa.
Tutto vero, ma non abbastanza da neutralizzare la valenza simbolica del gesto, perché a chiamarsi fuori dall’associazione degli imprenditori non è un’azienda qualsiasi, ma quella che forse ancora oggi (in termini di contribuzione e peso specifico) è il suo azionista di riferimento.
Insomma, la Fiat che lascia viale dell’Astronomia è qualcosa  fino a poco tempo fa  inimmaginabile. Ed è sicuro che, al di là del suo fare buon viso a cattivo gioco, a Emma Marcegaglia un’iniziativa così destabilizzante sia andata di traverso.
Anche perché è l’ultima di tante che hanno minato ruolo e compattezza dell’associazione in questi due anni del suo difficile mandato, stretto tra un’inevitabile sudditanza alla politica vista come possibile panacea per sostenere l’urto della crisi e la sempiterna divaricazione di interessi tra grandi e piccole aziende, anch’essa resa più profonda dalla cattiva congiuntura.
In questo Marcegaglia non ha colpe, se non forse quella di aver inizialmente dato al suo agire una connotazione filogovernativa da cui poi ha cercato di smarcarsi non appena si è accorta che l’esecutivo la blandiva senza poi di fatto esaudirne le richieste.
Paradossalmente, il presidente degli industriali ha portato molta più acqua al suo mulino negli accordi con le banche, diventate negli ultimi anni il principale antagonista, per il finanziamento alle imprese prese che la stretta creditizia rischiava di mettere fuori mercato.
Per il resto, ogni suo sforzo è andato  appunto nella direzione di arginare l’endemica crisi di rappresentanza che ha eroso i margini di autonomia e di manovra anche dell’istituzione confindustriale.
Che ora sia il suo socio più di rango a delegittimarla se non mette a repentaglio il senso e l’esistenza dell’organizzazione, le impone un approfondito confronto al suo interno per ridiscuterne identità e strategia senza indulgere in analisi auto consolatorie.
Del tipo: siccome la Fiat è diventata un’azienda globale con una chiara propensione a spostare in terra americana il suo baricentro, non fa testo rispetto alla realtà industriale italiana ancora saldamente innervata nel suo tessuto di piccole e medie imprese.
Insomma, lasciamo andare il Lingotto che per sopravvivere deve adeguarsi a prerogative transnazionali  uscendo dalle gabbie del sistema contrattuale domestico, e cerchiamo di tenere assieme tutto il resto del sistema evitando altre fughe in avanti.
L’esito più clamoroso dell’iniziativa di Marchionne, su cui forse i vertici confindustriali dovranno riflettere, è che ha messo il sindacato dei padroni in una posizione esattamente analoga e speculare alla Fiom.
Per entrambi, vale l’anacronismo delle posizioni, la rigidità delle logiche legate al contratto nazionale, il ritardo nel rispondere alle esigenze di quelle imprese che per sopravvivere debbono cambiare in fretta pelle non importa (ma qui il problema investe la politica) se cinesizzando i processi lavorativi e così assestando poderosi colpi agli ultimi baluardi del welfare.