Londra, tutti per Wikileaks

Lorenzo Vendemiale
19/08/2012

Attivisti e dimostranti sotto l'ambasciata.

Londra, tutti per Wikileaks

da Londra

L’attesa e la venuta, il sole e la pioggia, la tensione e la festa: è successo un po’ di tutto nello strano pomeriggio del 19 agosto. Quello che Julian Assange ha scelto per tornare a parlare dopo quasi sei mesi di silenzio. Lo ha fatto dal balconcino dell’ambasciata dell’Ecuador di Londra.
QUITO SFIDA L’OCCIDENTE. La piccola Quito che sfida il mondo occidentale e l’Inghilterra: con la sua bandiera che sventola in faccia all’insegna di Harrods, simbolo del Regno Unito, proprio lì a due passi. Per qualche ora, il numero 3 di Hans Crescent, a Knightsbridge, è diventato l’ombelico del mondo.
Polizia, elicotteri e cordoni di sicurezza. Giornalisti in delirio, in un groviglio di microfoni, registratori e telecamere. E, dietro, il popolo. Tutti lì, per assistere a uno spettacolo surreale.
UN UOMO DIETRO LA RINGHIERA. Un uomo, libero solo nel perimetro di un piccolo palazzo in perfetto stile british, in un Paese che lo bracca, gli dà la caccia come un terrorista. E quel balconcino che è diventata propaggine nel mondo reale. Quasi per magia, è bastata una ringhiera alta neanche un metro a fermare le decine di poliziotti che avrebbero dovuto arrestarlo. Tanto che, per paradosso, è venuto il dubbio che anche solo l’errore di sporgersi un pochino troppo avrebe potuto essergli fatale.
Ha parlato prima il suo avvocato, Baltasar Garzon. Poi gli attivisti Tariq Ali e Craig Murray, che hanno letto una serie di messaggi di sostegno: il più applaudito è stato quello inviato dal regista Ken Loach. Per lui, quello di Assange è un «servizio pubblico», e quella che si combatte «una battaglia per la democrazia».
È l’opinione di tutta la folla che si è radunata davanti all’ambasciata, e che si è allargata a macchia d’olio, di minuto in minuto. Eterogenea come poche: giornalisti, dimostranti e curiosi si sono fusi dietro le transenne, contenuti a fatica.

Anonymous Uk: «Assange non è solo, ci siamo noi a difenderlo»

In molti sono arrivati sotto l’ambasciata per manifestare. Il gruppo più numeroso era quello di Anonymous Uk: erano tanti e mascherati. E non se ne sono andati: manterranno un presidio davanti all’ambasciata fino a che il governo inglese non garantirà ad Assange il salvacondotto necessario a rifugiarsi in Ecuador, ha spiega il loro portavoce a Lettera43.it. «È solo un reporter, non un criminale: la sua unica colpa è quella di aver rivelato al mondo la verità. Ma non è solo in questa battaglia, ci siamo noi a difenderlo».
DALLA RUSSIA AL BRASILE. Loro e tanti altri: giamaicani e brasiliani, giapponesi e russi, oltre a un folta schiera di ecuadoregni. Sono venuti da ogni parte del mondo: tutti per Assange, ma in virtù di ciò che rappresenta.
Poi, è arrivato il gran momento. Si sono mosse le tendine, si è alzato il sipario. Assange ha salutato, algido nel suo look impeccabile. Sembrava provato, a osservarlo da vicino. Poi ha attaccato il suo discorso (non più di 6-7 minuti) chiaro, equilibrato. Ha ringraziato tutti: l’Ecuador che ha deciso di difenderlo, insieme ai Paesi dell’America Latina. E i suoi sostenitori.
L’APPROVAZIONE DEL PUBBLICO. È stata quasi una litania: ogni frase scandita da un coro di approvazione del pubblico. Ha scelto di rivolgersi direttamente a Obama nel passaggio chiave del discorso: il suo nome è uno dei pochi a non essere subissato di fischi; il presidente degli Stati Uniti non potrà ignorare l’appello, se vorrà conservare la sua immagine di difensore della democrazia e della libertà.
Ma questa è un’altra storia, ciò che sarà e su cui nessuno può azzardare previsioni. Il presente sono soprattutto i volti, i suoni e gli odori dell’enorme folla astante. Che non si è dispersa neanche quando lo spettacolo si è concluso.
FINALE CATARTICO. Di tutto si tratta, è chiaro, fuorché di una semplice controversia diplomatica: né dell’accusa di stupro (per cui tutti, nessuno escluso, si aspettano un equo giudizio), e neppure di Wikileaks. La posta in palio è ben più alta: la folla l’ha testimoniato.
Anche scegliendo un finale catartico, dopo la tensione delle ultime ore: canti in ogni lingua e balli latino-americani, tamburi, cornamuse e palloncini colorati. Insomma, una festa: seppure tra le quattro mura del numero 3 di Hans Crescent, Julian è ancora libero. Per molti rappresenta un simbolo prezioso: non sarà facile portarglielo via. Gran Bretagna, Svezia e Stati Uniti sono avvisati.