L’ultima curva di Epifani

Daniele Lorenzetti
15/10/2010

La manifestazione Fiom anticipa il passaggio di testimone alla Camusso.

L’esordio fu nel settembre del 2002: nel direttivo che lo elesse a maggioranza schiacciante successore di Sergio Cofferati, la tensione si sciolse in quattro lunghissimi minuti di applauso e un caldo abbraccio con il “Cinese”. Si apriva così, tra qualche volto rigato di lacrime, la stagione di Guglielmo Epifani alla guida della Cgil. A 52 anni entrava nella stanza dei bottoni il primo socialista nella storia del sindacato “rosso”.
Per il commiato, almeno simbolico, gli toccherà un’arena ben più tumultuosa, quella di piazza San Giovanni, luogo simbolo della storia sindacale. L’ultima curva della segreteria Epifani, prima di passare il testimone alla lombarda Susanna Camusso, è una delle più ostiche.
Il leader si troverà di fronte il popolo dei metalmeccanici, dei movimenti e della sinistra radicale (leggi l’articolo), quel mondo che biograficamente non gli appartiene ma con il quale ha sempre voluto tenere aperto il filo del dialogo. Lanciata sull’onda delle grandi battaglie di Sergio Cofferati, la sua gestione della Cgil secondo molti osservatori ha oscillato tra tentazioni riformiste e brusche frenate. E il nodo scorsoio è stato sempre quello, il rapporto con i duri della Fiom.
Il rovello degli ultimi mesi, per Epifani, è stato come far digerire all’ala intransigente del sindacalismo italiano un possibile nuovo corso, che senza fare sconti al governo Berlusconi riesca a riannodare i contatti con la Confindustria e soprattutto con Cisl e Uil. Ma in un clima surriscaldato dalle battaglie sul modello Pomigliano, il rischio per lui è quello di chiudere la carriera nel più grande sindacato italiano tra fischi e contestazioni (leggi l’articolo).
L’altro pericolo è quello di scontentare tutti, destra e sinistra, chi lo chiama “nesci” per la sua aria eternamente perplessa e dall’altra parte chi non gli perdona un carattere troppo morbido per infiammare le masse. Epifani vittima dell’eterno rovesciamento della storia, che assegna ai riformisti annunciati il ruolo di conservare e ai supposti conservatori il lampo degli strappi improvvisi?
Lettera43 ha chiesto un’opinione a osservatori e protagonisti del mondo del lavoro.

SAVINO PEZZOTTA, segretario Cisl dal 2000 al 2006
«Ho lavorato con lui e lo ricordo come persona gradevole, che non accentua mai i toni nei rapporti personali.  Tutti noi attendevamo cosa avrebbe fatto dopo Cofferati, che a mio avviso creò un mare di problemi a tutti. Mi dispiace che si sia creata questa distanza tra sindacati, e che il desiderio di un’unità di azione sia stato accantonato. Pesano i veti della Fiom: mettere insieme un sindacato a cultura partecipativa come la Cisl e uno a cultura antagonista è difficile.  Ricordo il tormento e la fatica di uno come Bruno Trentin. Ma consideriamo che Epifani ha dovuto tener conto di un contesto storico difficile. Nella base della Cgil c’è un forte tasso di antiberlusconismo, ma anche al governo un tasso di anticigiellismo che ha accentuato la divisione e non l’ha aiutato. Ora arriva la Camusso? La conosco bene, è lombarda come me. Una donna tosta, non una mammoletta e credo che all’ala antagonista darà filo da torcere».

SERGIO COFFERATI, segretario Cgil dal 1990 al 2002
«Ricordo bene il periodo che abbiamo passato insieme con Epifani: prima in segreteria confederale quando il segretario era Trentin: Guglielmo seguiva l’organizzazione, io l’industria. Hanno scritto quando fu eletto dopo di me che era il primo segretario di impronta socialista: ma l’appartenenza ai partiti già allora contava poco. Come giudico questi anni? Beh, io ho fatto altro come si sa. Da osservatore esterno mi pare che si sia accentuato il problema sul carattere e natura del sindacato. Cisl e Uil si sono incamminati su funzioni di servizio rispetto alla contrattazione, la Cgil meno. Non c’è freddezza da parte mia. L’altolà che ho lanciato su Pomigliano? Credo che sia un accordo sbagliato che mette in discussione il contratto nazionale e il diritto di sciopero».

MICHEL MARTONE, giuslavorista docente alla Luiss
«Epifani? Mi aspettavo di più. Sotto il profilo organizzativo nel bene e nel male ha tenuto unito il sindacato in una fase difficile. Però in nome del totem unitario non è riuscito a far prevalere la parte riformista, né quando Montezemolo provò a lanciare il dialogo sul secondo livello, né poi con la Marcegaglia. Sono passati otto anni, governi di centrodestra e centrosinistra e sotto il profilo delle regole siamo fermi al ’93. Ora la Cgil è fuori dai giochi, e anche sotto il centro-sinistra non ha ottenuto la legge che cercava sulla democrazia sindacale. Su Pomigliano è stata fatta troppa ideologia: le deroghe riguardano solo l’assenteismo e l’orario, non c’è nessuna lesione di diritti costituzionali. Epifani è rimasto nel limbo, alla fine non ha compiuto il grande passo lasciando la patata bollente alla Camusso. La sua storia è una storia riformista, poi lui è un filosofo di formazione, capace di comprendere i passaggi di epoca. Ma non ha avuto il coraggio di mettere in discussione i tabù».

GIANNI RINALDINI, segretario generale Fiom dal 2002 al 2010
«Cosa penso della stagione Epifani? (scherzando..) Mi avvalgo della facoltà di non rispondere. Seriamente: lo sostenni nel 2002, venivamo dalla stagione di lotte sociali con Cofferati. All’ultimo congresso del 2009 ho condotto come tutti sanno una battaglia contraria. Credo che abbiamo una lettura molto diversa della situazione. Di qui nasce la manifestazione della Fiom: per raccogliere un mondo di dissenso sociale che è quello degli studenti, del movimento per l’acqua bene comune. Per noi è in discussione l’esistenza stessa del sindacato, nato contro la pura logica di mercato, per affermare vincoli sociali alla competitività. Dicono che Epifani sarà fischiato? No, quello che dirà dal palco lo ascolteremo volentieri. Più preoccupanti mi sembrano gli avvertimenti preventivi come quello di Maroni. Ho l’impressione che ci sia gente interessata a fomentare il clima e che spera che succeda qualcosa per incolparci».

ROBERTO SANTARELLI, direttore generale Federmeccanica
«Onestamente avremmo sperato che durante la segreteria Epifani si potesse sciogliere il nodo Fiom. E’ chiaro a tutti che la Fiom oggi ha un ruolo antagonistico rispetto al sistema delle imprese ma anche rispetto alla maggioranza della Cgil. Dopo la firma dell’accordo sul Welfare nell’estate 2007 ci fu una dialettica spinta, ricordo dichiarazioni di Epifani che giudicavano fuori dalla logica il rifiuto della Fiom. Ora questo conflitto perenne ci distoglie dal tema vero che è quello della competitività del sistema industriale. Aspettative sulla stagione di Susanna Camusso? Certo è una controparte solida, ma conosce bene questo mondo e sa fare il suo mestiere. Speriamo che sappia compiere qualche passo in avanti».