L’ultima di Walter

Salvatore Cannavò
24/01/2011

Veltroni: appoggiare Bersani per una candidatura a premier.

La speranza inconfessata dei veltroniani è che si possa
realizzare lo schema del ’96-’98, un’epoca felice per
il centrosinistra italiano. Romano Prodi sedeva stabilmente a
Palazzo Chigi, aveva ministri del calibro di Carlo Azelio Ciampi
e Giorgio Napolitano e la diarchia antica in casa diessina era
risolta momentaneamente con la presenza di Walter Veltroni al
governo, nel ruolo di vice-premier, e con quella di Massimo
D’Alema alla segreteria del partito.
Ora, dopo il successo mediatico e anche politico della convention
al Lingotto (vai all’articolo) del suo
Movimento Democratico, con cui Veltroni si è riposizionato nel
panorama politico italiano, quella suggestione sta prendendo
nuovamente forza. Perché il progetto del primo segretario del Pd
è quello di riconquistare la candidatura alla presidenza del
Consiglio per il centrosinistra, offrendo a Pierluigi Bersani il
rafforzamento del suo ruolo come segretario del partito.
Lo dicono a mezza bocca i veltroniani e lo temono i dalemiani,
anche se per ora la consegna è quella di ribadire l’unità
del partito. Intanto Veltroni si muove con una strategia ad ampio
raggio: ieri sera, domenica 23 gennaio, è stato ospite del Tg3,
oggi sarà ospite di Otto e mezzo, ha ampio spazio sui
giornali e, in particolare, domenica ha potuto contare su
un’entusiastica investitura da parte di Eugenio Scalfari,
tutto sommato ancora un padre putativo del centrosinistra.
LE SFIDE VELTRONIANE. Insomma, la sfida è
lanciata, la partita può essere giocata anche se dovrà
affrontare diverse variabili. La prima è il rapporto con il
segretario, Bersani, che al momento non ha intenzione di lasciare
il campo al suo avversario. Veltroni non vuole sfidare chi,
legittimamente, ha vinto le primarie per la segreteria del
partito e una sua eventuale corsa per la leadership del
centrosinistra passerebbe per un patto con l’attuale leader
del Pd.
In ogni caso, la possibilità di poter contare sulle primarie
rafforza il suo potere di interdizione e non caso, Giuseppe
Fioroni, che con Veltroni e Beppe Gentiloni ha dato vita al
MoDem, ha sottolineato l’importanza dei risultati di Bologna e Napoli (vai all’articolo).
Ancora non a caso, Veltroni ha anche inviato un messaggio di
distensione a Nichi Vendola, che delle primarie è il più
strenuo sostenitore e che su questo può giocare di sponda con il
leader democratico.
Continuando su questa strada Veltroni può impattare nel solito
D’Alema, l’unico dirigente di peso a non essersi recato
al convegno dei MoDem dicendo ai suoi compagni di partito che
«il Lingotto porta sfortuna: all’epoca del congresso dei Ds
– quello famoso per il motto I Care, ndr. – cadde il mio
governo e dopo l’investitura ottenuta da Veltroni per la
prima segreteria del Pd, cadde il governo Prodi».
Sulla contesa tra i due dirigenti ‘democratici’ si
potrebbero scrivere libri e girare film, ma oggi il problema che
li vede contrapposti è più banale. Difficile, infatti,
intravedere tra i due reali divergenze politiche se, sul caso
più spinoso affrontato dal Pd negli ultimi tempi, il problema
Fiat, entrambi hanno appoggiato la posizione di Sergio
Marchionne.
Nemmeno sulle alleanze ci sono ormai distanze incolmabili.
Veltroni ha fatto sua la posizione di Bersani sull’ampia
alleanza democratica per battere Silvio Berlusconi, quindi
arrivando a ipotizzare un’intesa non solo con l’Udc, ma
anche con Gianfranco Fini. Dall’altra parte della coalizione,
Nichi Vendola, presente a Genova il 21 gennaio, ha parlato
dell’esperienza ligure come di un modello da seguire e in
Liguria il governo democratico vede nell’alleanza sia
Sinistra e Libertà che l’Udc.
L’ACCORDO CON L’UDC. In realtà, lo
scontro può vertere solo sul destino istituzionale di coloro che
dovranno sottoscrivere un’alleanza. Se ci sarà accordo con
Pier Ferdinado Casini, per esempio, in cambio dell’appoggio a
una premiership democratica il leader dell’Udc salirà al
Quirinale, come spiega a Lettera43.it chi il
Transatlantico lo conosce da una vita.
A quel punto, al Pd non potrebbero toccare più di due caselle,
tra le quattro principali: Palazzo Chigi, Camera, Senato e
Quirinale. Se una va a Veltroni, D’Alema è sicuro di poterne
prenotare un’altra, per esempio la presidenza della Camera o
del Senato? La lotta interna potrebbe farsi di nuovo cruenta
anche se non ci fosse l’alleanza con l’Udc, e il
centrosinistra vincesse le elezioni future con le sue sole
forze.
In quel caso, il Quirinale sembra già prenotato da Romano Prodi,
con altri contraccolpi interni al Pd. Insomma, il ginepraio delle
alleanze e del ‘chi sta con chi’ si può leggere solo
guardando anche ai destini futuri dei vari leader, senza contare
il ruolo che potrebbero giocare altri alleati, come Antonio Di
Pietro o, ancora, Vendola
Per ora, questo è quello che rassicura la corrente di minoranza
del Pd: Veltroni, con la mossa del Lingotto, è rientrato in
gioco e si è posizionato. La vita dei democratici e gli scenari
che potrebbero aprirsi in caso di un ‘governo tecnico’ lo
vedrebbero comunque come uno di quelli da consultare e questo
recupero era il problema principale per chi, fino al 2009, era al
centro della scena. Tutto quanto, però, ruota attorno
all’esito della partita fondamentale che oggi non ha ancora
un esito scontato: la messa fuorigioco di Berlusconi su cui, per
ora, nessuno è disposto a scommettere.