L’ultimo rigore di Eric

Redazione
06/12/2010

di Giuliano Di Caro Ai tempi del Manchester United, l’attaccante francese Eric Cantona prendeva a pedate un po’ tutti. I...

L’ultimo rigore di Eric

di Giuliano Di Caro

Ai tempi del Manchester United, l’attaccante francese Eric Cantona prendeva a pedate un po’ tutti. I difensori avversari, che si scontravano contro la mole fisica dell’imponente transalpino. I palloni, naturalmente, come nella celebre pubblicità della Nike in cui l’esplosivo Eric salutava con un perentorio au revoir gli avversari di turno, prima di prendere la rincorsa e scagliare un siluro verso la gloria (e le loro sfortunate mascelle).
Non bastasse, Cantona prendeva a calcioni pure gli spettatori. A calci volanti, per la precisione, come ben ricorda il tifoso del Crystal Palace che, a ridosso del campo, aveva avuto l’ardire di insultare il campione delle teste calde. Ma oggi ha cambiato obiettivo. 

Cantona, l’anti-establishment

Era l’anno 1995 e la sua bravata da kung fu master gli costò nove mesi di squalifica e di servizio sociale: lo spedirono a insegnare il gioco del pallone ai bambini della periferia di Manchester, e tutti, stampa e britanniche mamme indignate dalla rudezza del gesto, alla fine vissero felici e contenti.
Tutti, ma non lui. Dai tempi del suo community service, evidentemente il gallico Eric ha sviluppato una certa coscienza collettiva, sociale appunto. Così ha deciso, dopo aver appeso le scarpette al chiodo anni fa, che fosse ora di tornare a colpire. E se l’è presa, il capopopolo Eric, le cui bravate sono sempre state perdonate dalla massa adorante di fan e persino dai bacchettoni del calcio per via di quel fascino ineffabile da omaccione saggio, nientemeno che con il capitalismo. Più precisamente, con le banche. Proprio loro, le too big to fail, gli istituti di credito le cui distorsioni hanno causato la crisi e che oggi, a detta di Cantona, non hanno pagato realmente il prezzo delle loro malefatte.
Come quando indossava la casacca dei Red Devils, Cantona è riuscito nel suo intento di catalizzare l’attenzione su di sé. L’intervista in cui il ribelle Cantona ha lanciato il suo attacco alle banche è diventata, con decine di migliaia di visualizzazioni, una vera e propria hit su YouTube. «No, credo che nessuno di noi possa essere completamente felice, con tutta la miseria che ci circonda», ha dichiarato il 44enne francese ai microfoni del giornale Presse Océan, impegnato insieme alla Abbé Pierre Foundation nella campagna di sensibilizzazione sul tema delle migliaia di persone che hanno perduto la propria casa per via dei debiti verso gli istituti di credito.

Il 7 dicembre contro i diavoli in cravatta

«Allora mi chiedo: che cosa serve protestare per le strade al giorno d’oggi? Esistono metodo migliori, molto più efficaci e totalmente non violenti per abbattere il sistema. Non ci servono mica le armi: se 3 milioni di persone, anziché protestare, ritirassero tutti i loro risparmi dalle banche, allora questo sistema distorto collasserebbe. Perché il sistema dipende dal potere dalle banche. Fatte fuori loro, crollerebbe. Oggi abbiamo a disposizione un modo semplicissimo per fare la rivoluzione. E dovremmo cogliere l’occasione, tutti quanti». 
Da quell’intervista, l’ex idolo della curva dei Red Devils si è spinto oltre, organizzando per il 7 dicembre una giornata nazionale contro le banche, in cui migliaia di persone dovrebbero ritirare i propri soldi dai conti dei veri diavoli, quelli in giacca e cravatta, alla guida dei colossi del credito.
È incerto quante persone risponderanno per davvero all’appello anti-establishment di Cantona. D’altronde non tutti i palloni scagliati verso la porta piegano le mani del portiere. Ma all’ostinato attaccante trasalpino, un po’ rivoluzionario un po’ bad boy, non è mai importato granché.  Aspri i primi commenti all’iniziativa dell’ex calciatore francese. «Un’operazione del tutto irresponsabile» ha affermato il presidente dell’Eurogrupo Jean-Claude Juncker. Polemico anche il commissario Ue agli affari economici e monetari, Olli Rehn, per il quale Cantonà «é stato forse un buon giocatore, ma di certo non è un buon economista».