L’ultimo show del Re

Alessandro Giberti
16/12/2010

Larry King, quello stile compassato che non piace più.

Giovedì 16 dicembre è la data in cui ufficialmente si chiude l’era di Larry King, il più popolare intervistatore televisivo d’America, da 25 anni al timone dello show-ammiraglia della Cnn. Non si sa ancora nulla sugli ospiti che appariranno nell’ultima puntata (come sempre in onda alle 21, orario costa Est), ma pare sarà una sorta di happening corale, probabilmente animato da alcuni dei personaggi più affezionati allo show e al conduttore con le bretelle.

Mister 50 mila interviste non piace più

Tra radio e televisione, King ha confezionato oltre 50 mila interviste, un record assoluto. Il suo stile, compassato e recettivo nei confronti dell’ospite, è ormai considerato sorpassato.
O perlomeno così la devono aver pensata i vertici del network di Atlanta, che non hanno gradito la discesa netta dell’audience: dagli anni del boom, in cui gli spettatori del Larry King Live erano in media 1,64 milioni (1998), si è scesi gradualmente ai 700 mila dell’edizione attuale. Troppo pochi.
La critica è stata inesorabile: il vecchio King è troppo accomodante con i suoi ospiti. Non attacca, non replica, non incalza l’interlocutore. Dopo aver rivolto una domanda, spesso vaga e poco pungente, King se ne sta lì, impassibile, ad ascoltare la risposta dell’intervistato. Non interrompe, e non rilancia. Solo quando l’interlocutore ha terminato, è arrivato il momento di mettere in campo un’altra domanda.
Non ha aiutato King neanche la sua proverbiale impreparazione alle interviste. Il suo metodo ha sempre previsto questo: non essere sovra-informato sulla vita e le vicende dell’interlocutore che si apprestava a incontrare, e non avere una scaletta precisa. «Tutto quello che so è che io non ho una sequenza pre-determinata. Pongo domande brevi, e ascolto le risposte», ha dichiarato candidamente il 77enne conduttore spiegando il suo metodo di lavoro.

Putin: «In America c’è solo un King»

Un metodo che gli ha consegnato le chiavi dell’etere americano per un quarto di secolo. Più che trasversali sono stati gli apprezzamenti raccolti durante la cavalcata da oltre 7 mila puntate del suo show.
Ross Perot, che proprio da King annunciò nel 1992 la sua intenzione di candidarsi come indipendente alla Casa Bianca, è sempre stato uno dei più fedeli difensori dell’anchorman: «Larry è semplicemente unico. A differenza degli altri conduttori, che ti interrompono se non dici le cose che vogliono sentire, lui semplicemente aspetta che tu finisca di rispondere».
Pochi giorni fa, il primo dicembre, anche Vladimir Putin gli ha personalmente espresso il suo gradimento durante l’intervista allo show. «In America ci sono molte persone interessanti, ma un solo Re (King, in inglese)». (Leggi l’articolo sull’intervista di Putin alla Cnn). Anche l’ex presidente americano George H. W. Bush si è definito «molto vicino a Larry», aggiungendo di avere «un’alta considerazione» per il conduttore bretellato.
Non sono mancate le gaffe, sempre a causa del suo metodo. Il caso più noto risale a tre anni fa, quando King chiese al comico Jerry Seinfeld se avesse abbandonato volontariamente la sua sit-com o se fosse stato il network a licenziarlo. Seinfeld, visibilmente sbalordito, gli rispose secco: «Ero il numero uno in televisione, Larry. Ma sai chi sono?». Non aveva torto: tutta America sapeva che a Seinfeld erano stati offerti ponti d’oro per rimanere al suo posto. Tutti, ma non lui, Larry King.

«Oggi i conduttori intervistano se stessi»

Ma non sono state queste le ragioni alla base dell’allontanamento di King. Lui stesso ne è consapevole, tanto da aver considerato il cambiamento di clima all’interno della televisione americana come «la parte più triste dell’intera vicenda».
«Se guardate i media oggi», ha detto King al New York Times, «tutti i conduttori degli show intervistano se stessi. L’ospite è un puntello per l’anchorman nella tivù via cavo di ora. Per me l’ospite invece è sempre stato fondamentale». Il riferimento diretto è ai nuovi volti vincenti degli show di approfondimento: Rachel Maddow e Sean Hannity. 
La prima, una 37enne lesbica che conduce il Rachel Maddow Show sul network Msnbc, si è definita provocatoriamente «così liberal da essere praticamente d’accordo con l’intera piattaforma programmatica repubblicana di Eisenhower»; mentre il secondo, cresciuto tra i seminari delle scuole cattoliche newyorchesi per poi finire a fare il barista prima di arrivare alla radio a 29 anni, è il conduttore di Hannity, uno show fortemente conservatore in onda su Fox News. Per entrambi, posizioni forti, toni alti e ascolti record.

E ora alla Cnn arriva Morgan l’inglese

Per la successione dell’uomo in bretelle, la Cnn ha puntato su uno straniero: il britannico Piers Morgan, volto noto nelle case americane per essere stato uno dei giudici del popolare programma America’s Got Talent, una specie di Xfactor.
Contrariamente a quanto si possa credere però, Morgan non è soltanto un personaggio televisivo. Nel suo passato infatti, il 45enne inglese ha diretto i tabloid News of the world e Daily Mirror con successo, prima di diventare così popolare da essere diventato il prescelto alla sostituzione di un mostro sacro come King.
«Tutti gli Stati Uniti sono in attesa di vedere ciò che farò», ha dichiarato Morgan, «e io non voglio deludere gli inglesi: è un po’ come se fossi il portabandiera della Gran Bretagna». Il suo show comincerà a gennaio e al momento è avvolto dal mistero: non si sa quali e quanti cambiamenti apporterà al format classico della Cnn.
«Sono un intervistatore molto diverso da King, e penso che nessuno possa accusarmi di essere troppo morbido», ha aggiunto Morgan, che per marcare ancora di più la sua distanza da King ha precisato che a lui piace prepararsi le interviste minuziosamente. «In ogni caso», ha concluso, «non credo che gli spettatori vogliano vedere in prime time uno show in cui il conduttore mette il dito nei punti deboli del suo ospite». Forse un po’ di King sopravviverà.