L’umana bellezza di Melozzo

Stefania Romani
30/01/2011

A Forlì una mostra sull'artista romagnolo del Quattrocento.

L’umana bellezza di Melozzo

di Stefania Romani

Riscrive la storia del Rinascimento la mostra Melozzo da Forlì. L’umana bellezza tra Piero della Francesca e Raffaello con una carrellata di opere in cui trionfano il bello e la gioia dei sensi. Con 77 dipinti e sette codici miniati esposti ai Musei di san Domenico di Forlì, dal 29 gennaio al 12 giugno, la rassegna, che per la prima volta riunisce tutto il corpus dell’artista romagnolo, offre uno spaccato del Quattrocento italiano.
DA MANTEGNA A BRAMANTE. Il percorso si apre con nomi del calibro di Mantegna, Bramante e Piero della Francesca, ai quali Melozzo ha guardato negli anni giovanili della formazione.
Nel soggiorno a Urbino, dove ha iniziato la sua carriera, il forlivese ha fatto propria anche la lezione dei fiamminghi (tramite Giusto di Gand) che si traduce nell’amore per i particolari, come i fili dorati che disegnano i capelli degli angeli. Ne risulta una pittura armonica ma palpitante che, grazie a figure personalizzate, supera la freddezza legata all’astrazione geometrica.

Il precursore di Raffaello

Tocca quindi ai pittori della cerchia romana, che faceva capo ai pontefici Pio II e Sisto IV, dai quali Melozzo ha ricevuto incarichi prestigiosi, diventando un riferimento di primo piano nella corte papale. E qui, oltre ad arredi e paramenti liturgici, sfilano quadri di Beato Angelico, Mino da Fiesole e Bartolomeo della Gatta. Ma non è tutto. Perché ci sono anche i grandi che il forlivese ha ispirato, a cominciare da Raffaello, presente con tre capolavori di soggetto religioso.
COLORI LUMINOSI. L’esposizione ripercorre così tutto l’iter di Melozzo che, coniugando il rigore di Piero della Francesca e l’illusionismo prospettico di Mantegna, ha creato uno stile in grado di lasciare il segno: personaggi di una bellezza classica, ma declinata di volta in volta in modo diverso, sono realizzati con scorci audaci e inquadrati da solenni cornici architettoniche. E i colori alti, luminosi, sottolineano gli spazi dilatati che diventano una sorta di scenografia teatrale.
L’AFFRESCO DI PAPA SISTO IV. Una chicca? L’affresco staccato in cui Melozzo dipinge papa Sisto IV, che nominò l’umanista Bartolomeo Platina prefetto della Biblioteca apostolica, fra prelati e dignitari.
Nel 1475 il pontefice Della Rovere, lo stesso che qualche anno dopo chiamerà umbri e fiorentini per decorare la Cappella Sistina, affidò proprio al romagnolo il suo manifesto politico, realizzato con un linguaggio elegante e raffinato. Un stile che getta le basi di quella pittura vaticana, poi interpretata in maniera magistrale da Raffaello.
Insomma, la mostra restituisce all’artista forlivese un ruolo di primo piano nell’arte figurativa dell’Italia centrale, tanto che Antonio Paolucci, curatore dell’evento assieme a Daniele Benati e Mauro Natale, afferma che «senza Melozzo, il Cinquecento di Raffaello e Michelangelo non sarebbe mai esistito».