La moda Space age ha raccontato la donna nuova più che la Luna

Da Pierre Cardin a Paco Rabanne, così negli Anni 60 gli abiti ispirati allo spazio e all'allunaggio hanno vestito, ispirato e interpretato la rivoluzione femminista.

21 Luglio 2019 09.00
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Era bella, la moda che è passata alla storia sotto il nome di Space Age? Forse no, sia per i canoni di oggi sia per quelli di allora, tanto che già Pierre Cardin se ne lamentava molto: la mia moda non vende, diceva. Era esteticamente interessante?  Certamente sì, tanto che in questi giorni di celebrazioni per il Cinquantenario dell’allunaggio siamo ancora qui a scriverne e a parlarne, come non faremmo con tanta produzione, pur bella, di sarti e stilisti che però non hanno saputo imprimere un segno nell’evoluzione del tempo e della storia.

Una creazione di Pierre Cardin degli Anni 60.

DAGLI ABITI IN VINILE AI CAPPELLI A FORMA DI CASCO SPAZIALE

La moda è parte integrante della realtà che scorre, ne è l’interprete e l’anticipatrice nel migliore dei casi, quello appunto che lascia traccia di sé e aiuta a posteriori ad arricchirne il senso, ed è per questo che l’altra sera, a Roma, nel bellissimo auditorium rosso del Macro Asilo di via Nizza progettato da Odile Decq, ci siamo ritrovati a parlare di Space Age con couturier che l’hanno vissuta, come Renato Balestra, docenti di estetica come Stefano Catucci, che all’impianto narrativo e alla valorizzazione culturale ipoteticamente incongrua  delle “vestigia lunari” lasciate sulla Terra e sul suo stesso astro dai tanti programmi spaziali (bandiere, impalcature, strumentazione della Nasa), ha dedicato un saggio, «Imparare dalla Luna». Parlare e scrivere degli abitini in vinile di Rudi Gernreich che oggi pochissimi ricordano (eppure Time gli dedicò una copertina nel 1967) degli abiti di Paco Rabanne costruiti unendo placche di metallo che facevano orrore a Coco Chanel e dei cappelli di feltro di André Courrèges a forma di casco spaziale che stavano bene solo a Audrey Hepburn, non avrebbe senso se non si mettessero in fila anche le tappe non disprezzabili che la seconda corrente del femminismo, e la prima dei diritti degli afro-americani, portò con sé.

I copricapi ispirati ai caschi spaziali di Pierre Cardin.

Qualche data, per i troppi (e le troppe, ragazzine soprattutto) che non le ricordano o le ignorano. Fu un momento di grande spinta e di battaglia in ogni parte del mondo occidentale da parte dei gruppi sociali e del genere femminile. Francia, Usa, Italia. Qualche data. Nel 1965, in Francia, le donne ottengono di poter esercitare una professione senza l’autorizzazione del marito e nel 1972 si vedono garantire la parità salariale, almeno di legge. In Italia, nel 1963, il matrimonio non è più causa di licenziamento, sempre di legge si intende, e fra il 1969 e il 1974 viene approvata e applicata la legge sul divorzio, la stessa a cui oggi si tenta di dare qualche spallata con la nuova normativa sull’assegno.

Le donne hanno bisogno di una corazza.

Paco Rabanne

Nel 1964, negli Usa, viene abolita la discriminazione di genere sui luoghi di lavoro. Spirava forte un senso di libertà, di affermazione e per questo, «Le donne hanno bisogno di una corazza», come diceva Paco Rabanne, avvitando bulloni su lastre di alluminio in guisa di bustier.

Un altro modello futuristico dello stilista Pierre Cardin.

LA MODA SPAZIALE: UNO SLANCIO VERSO L’INFINITO FEMMINILE

Era un eccesso? Lo sembra adesso meno di quanto apparve allora, quando venne messo alla berlina da un film surreale e sarcastico girato in quegli anni da qualcuno che conosceva bene quel mondo, come il fotografo William Klein (Qui etes vous, Polly Maggoo?: se ne trova qualche spezzone su YouTube). Dalle viaggiatrici nello spazio terrestre di allora alle donne cyborg che hanno dominato la fantasia dei sarti, dalle tuniche di Emilie Floge e Gustav Klimt, alle tutine di Thierry Mugler fino gli involucri a pelle illuminati Alexander McQueen, la cosiddetta «moda spaziale» non smette di ispirare questo anelito a un infinito femminile che ha, in realtà, un valore e un significato del tutto terrestre, come le donne compresero subito. Erano abiti che ne slanciavano le forme, ne liberavano i gesti dalle costrizioni vestimentarie in cui le aveva ricacciate Christian Dior e tutti i suoi epigoni dopo la guerra.

Le donne del futuro secondo Pierre Cardin.

Insieme con la moda flower power, fluida e colorata e solo in apparenza opposta a questa, contribuì a raccontare l’evoluzione della donna in una chiave pop, immediata, iconica, impossibile per le decine di saggi pubblicati in quelli e negli anni successivi. Con una sola eccezione, Barbarella. Lei no, la musa dei fumetti space age, a cui diede corpo e volto Jane Fonda, vestita dallo stesso Paco Rabanne nel film di Roger Vadim, non era una donna nuova. Nata dalla matita di Jean Claude Forest nei primissimi Sessanta, era quel genere di caricatura ipersessuata della donna che nasce in realtà costantemente, un secolo dopo l’altro, dalla fantasia erotica maschile, e di cui abbiamo riscontrato una pallida traccia perfino nel ridicolo contratto che l’ex magistrato Francesco Bellomo sottoponeva alle sue studentesse. Le donne la detestano. Ed è da allora, il 1968, che Jane Fonda si impegna per farcela dimenticare.

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