Lunga vita al raìs

Redazione
04/02/2011

di Raffaele Vitali «Sotto la guida della ragione noi seguiremmo di due mali il minore». La teoria del filosofo Spinoza...

di Raffaele Vitali

«Sotto la guida della ragione noi seguiremmo di due mali il minore». La teoria del filosofo Spinoza ben si addice al quadro mediorientale ed egiziano in primis.
Da una parte si trova Mubarak, il raìs o presidente che dir si voglia, da 30 anni al potere e da sempre alleato degli occidentali (leggi l’articolo sui rapporti tra Il Cairo e Washington). Dall’altra c’è l’incertezza. Quel dubbio insito in ogni possibile cambiamento, violento o pacifico, che può arrivare dalle elezioni in uno Stato. Cosa scegliere di fronte a queste due posizioni? Qual è il male minore?

Le forze armate divise sul Faraone

Washington e Gerusalemme, e di conseguenza anche l’Europa, da troppo tempo vivono all’interno di un paradigma irrisolvibile se non con il mantenimento di alcuni status quo. Per loro, nel Medio Oriente, la parola democrazia si abbina a fondamentalismo. Con la conseguente evoluzione dell’equazione tra fondamentalismo e terrorismo.
In questa ottica, le mosse diplomatiche non possono che prevedere il salvataggio del dittatore illuminato o del regime magari nato da finte elezioni e foraggiato da anni con piogge di dollari (gli Usa hanno regalato all’Egitto 35 miliardi dal 1979 in aiuti economici, 1,3 all’anno come contributi militari).
CAMBIO DI STRATEGIA. Mubarak ha capito di avere ormai le ore contate, ma non ha scelto come lasciare il suo posto (leggi la cronaca degli scontri egiziani e della dichiarazione di Mubarak all’Abc). Inizialmente aveva accettato a denti stretti le manifestazioni di protesta, bloccando ogni possibile risposta violenta da parte di polizia ed esercito. Poi, però, dopo aver pronunciato li deboli concetti di «riforme» e «spazio all’opposizione» ha cambiato tattica. Lo ha fatto nell’ombra lasciando campo libero ai cosiddetti ‘picchiatori’. Personaggi infiltrati all’interno della polizia che hanno il preciso compito di colpire e punire gli oppositori e di dare la carica ai fan del presidente.
L’ATTESA DELL’ESERCITO. Il vero problema del generale è che l’esercito pare non seguirlo (leggi la storia dell’esercito egiziano). Pur non mettendoglisi contro, Mubarak è considerato un eroe, i militari non hanno alzato un dito per bloccare i manifestanti.
La giovane folla, anzi, pare aver raccolto più di un simpatizzante tra i vertici delle forze armate. È questo uno dei nodi che impedisce a Mubarak ogni ulteriore ed esplicita prova di forza.
Nodo legato a doppio mandato con gli States – «Mubarak mostri ciò che è e si comporti in maniera democratica», ha dichiarato Barack Obama,  – che del presidente, oltre che sostenitori, sono i grandi finanziatore.

Gerusalemme teme l’ondata islamica

L’Egitto, insieme all’Arabia Saudita e al Pakistan, rappresenta il blocco sunnita all’interno del mondo arabo-asiatico, su cui si sono sempre appoggiati Israele e America nei momenti difficili.
Gli israeliani, dopo l’accordo di pace del 1979 hanno intessuto relazioni strette con il colosso africano. Mubarak, salito al potere nel 1981 è il simbolo della diplomazia intesa come ricerca del ‘male minore’. Pur non condividendo i metodi di governo, Israele non ha mai pensato a una vera alternativa all’ex generale.
L’ACCERCHIAMENTO ISRAELIANO. E il motivo è semplice. La fine di Mubarak potrebbe significare l’ascesa di movimenti o partiti dichiaratamente islamici. Con l’arrivo di forze di stampo religioso, Gerusalemme si troverebbe così accerchiata: in Libano Hezbollah, a Gaza Hamas, in Egitto i Fratelli Musulmani o chi per loro, in Iran Ahmadinejad e in Turchia un governo non più così amico.
Uno scenario terrificante che il premier Netanyahu sta cercando di allontanare. Per ora a parole chiedendo all’America e all’Europa di prendere posizione e di esigere «il rispetto dei trattati di pace, qualunque sia l’esito della rivolta anti Mubarak» (leggi l’articolo sulle reazioni di Israele alla rivoluzione egiziana).
Ma non sono da escludere ulteriori ingerenze o concessioni, come quella data al presidente egiziano che ha potuto schierare 800 uomini sul Sinai – in deroga agli accordi del 1979 – per difendere il territorio e garantire i confini.
TRATTATIVA PALESTINESE. Mubarak, ma soprattutto il suo vice presidente Suleiman, è da sempre in prima linea nelle trattative di pace. Il presidente dell’Anp, Abu Mazen, ha chiamato il presidente egiziano per esprimergli la sua solidarieà. Da anni, durante le trattative, l’Egitto si è sempre schierato con la rappresentanza più moderata dei palestinesi, quella di Fatah, a discapito di Hamas (leggi l’analisi sul dopo-Mubarak).
La caduta di Mubarak potrebbe dare un duro colpo alle prospettive di pace nell’area della Terra santa. Lo ha capito anche Netanyahu che si è appellato ad Abu Mazen chiedendogli di «valutare la riapertura dei negoziati prima che le manifestazioni egiziane degenerino».

Ossigeno all’anti-sionismo iraniano

«L’Egitto non sarà un nuovo Iran, i popoli musulmani», ha sottolineato sottolineato Bani Sadr, primo presidente della Repubblica islamica dell’Iran, «reclamano libertà e democrazia».
La speranza del politico fuggito dal suo Paese e rifugiato in Francia è quella delle diplomazie mondiali che temono, senza dirlo, l’ascesa di un nuovo Khomeini.
NUOVE ALLEANZE. Gli iraniani stanno alla finestra, ma sono cominciate ad alzarsi le prime voci: «La caduta di Mubarak potrebbe aprire le porte a una nuova collaborazione tra l’Iran e l’Egitto in chiave anti israeliana». Le parole sono uscite dal portavoce del ministro degli Esteri iraniano. Quale messaggio più chiaro per far capire chi aiuterà Ahmadinejad? Quale messaggio migliore per far pensare a un possibile interessante di Al Qaeda nell’evoluzione egiziana?
L’APPELLO DI KHAMENEI. «L’esercito egiziano si concentri sul nemico sionista e non sul popolo», ha rincarato la dose il 4 febbraio la Guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, parlando in occasione della preghiera collettiva del venerdì a Teheran. «In questi giorni stiamo assistendo a un’esplosione di rabbia sacra, un movimento di liberazione islamico, e io prego per la vostra vittoria», ha spiegato Khamenei, parlando in arabo per rivolgersi direttamente agli egiziani. L’ayatollah non ha perso l’occasione per lanciare un avvertimento all’opposizione: «Non fidatevi delle manovre politiche degli Usa che, dopo avere sostenuto per 30 anni Mubarak, adesso parlano dei diritti del popolo e cercano di sostituirlo con un altro loro agente». «Non accettate nulla di meno di un regime indipendente che creda nell’Islam» è stata la sua benedizione.
REAZIONE AFRICANA. Per quanto riguarda i Paesi confinanti con l’Egitto, il quadro è più variegato. Ci sono gli Stati del bacino del Nilo che osservano con attenzione quanto sta accadendo. I primi a muoversi sono stati Burundi e Repubblica Democratica del Congo che hanno paventato una possibile riduzione di erogazione di acqua del Nilo nei confronti dell’Egitto. Mubarak, pur nel caos attuale, ha manifestato il suo interesse a garantire i buoni rapporti con i vicini, ma la minaccia e l’eventuale ripercussione socio- economica di questa mossa sarebbe gravissima.
L’APPOGGIO DELLA GIORDANIA. Dall’altro lato, Giordania e Arabia Saudita non hanno mancato di far sapere al generale che sono al suo fianco. Il re Abdallah ha parlato «di minaccia reale costruita da piccole opposizioni fondamentaliste pronte a  minare la stabilità dell’area».
A ribadirlo è stato anche un alto funzionario egiziano dalle colonne di Haaretz, il principale quotidiano israeliano. La Giordania è uno dei migliori partner arabi di Gerusalemme, logica quindi la sua presa di posizione in favore del raìs.

L’attesa dell’Europa e la strategia americana

L’Europa non ha una idea. Non ha una posizione. Non sa come muoversi divisa tra la valorizzazione dei principi democratici e la stabilità dell’area, che le permette di navigare serena per il Canale di Suez e di ricevere rifornimenti energetici.
Quindi, resta in attesa delle decisioni americane. E dopo giorni di riflessioni e tentennamenti dovuti anche alle pressioni della potente lobby ebraica, l’America di Obama ha cambiato marcia iniziando a lavorare con i diplomatici, i generali e i vertici della politica egiziana al piano di uscita del presidente Mubarak (leggi le analisi sui futuri scenari del dopo Mubarak).
Obama ne ha chiesto le dimissioni e l’immediata sostituzione con il vicepresidente Suleiman in attesa a di andare al voto, previsto nei piani americani per settembre. Elezioni che sarebbero aperte a tutte le forze, Fratelli Musulmani compresi, a meno che gli scontri non degenerino in una sanguinosa guerra civile. Rischio più che reale per scongiurare il quale il presidente egiziano ha ribadito: «Rimango perché non posso lasciare il Paese nel caos». Che l’esercito sia pronto ad abbandonare Mubarak non è certo, ma la scelta di Suleiman potrebbe portare il presidente a fare un passo indietro.
OBIETTIVO: CAMBIAMENTO. Parole che tutti vorrebbero sentire, ma che lo stesso Obama ha paura di ascoltare, conscio della debolezza americana, in questo momento, a livello diplomatico e lobbistico nel mondo mediorientale.
In un quadro così frammentato, si stagliano i Fratelli Musulmani (leggi chi sono i Fratelli Musulmani) ed El Baradei (leggi il profilo di El Baradei). Figure diverse che hanno lo stesso obiettivo: prendere il potere e cambiare l’Egitto. Se all’iraniana o alla turca lo capiremo presto. Ma di certo questa crisi è, come ha scritto Lucio Caracciolo, la fine dell’idea che si possa sempre costruire «il miglior vicino Oriente possibile». È arrivata l’ora delle scelte, chiare e dirette. Non solo per Mubarak.