La crisi di governo spacca in tre il Movimento 5 stelle

Da una parte ci sono Di Maio e la compagine ministeriale, interessati a restare in sella. Dall'altra Casaleggio e i filo-leghisti pronti a dare manforte a Salvini. Infine i peones e gli ortodossi rimasti senza incarichi che sperano in un Conte bis e spingono per Fico.

12 Agosto 2019 14.23
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Ci sono i fedelissimi del capo, l’ala filo-leghista e i peones che con un ritorno alle urne temono di non essere eletti perché i posti in lista saranno dati ai soliti noti.

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L’ipotesi di un governissimo con il Pd, non spacca solo i democratici ma anche i cinque stelle che si presentano frammentati: non ci sono correnti come quelle della Prima o della Seconda Repubblica, ma anime, gruppuscoli molto fluidi che potrebbero coagularsi di fronte a due soluzioni, e cioè la cancellazione del vincolo del secondo mandato e l’ipotesi di alleanza con gli “ex” nemici del Nazareno. Scenari che potrebbero mutare ulteriormente la pelle del Movimento.

LA MAGGIORANZA DEI GRILLINI CONTRO DI MAIO

In tale polverizzazione, però, l’obiettivo della maggioranza dei grillini è comune: da un lato, “rottamare” Luigi Di Maio, considerato frontman inadeguato, dall’altro evitare le elezioni. Non a caso, un esponente molto stimato dal vicepremier come il capogruppo al Senato Stefano Patuanelli ai microfoni di Radio24 ha dichiarato: «Il nostro capo politico è Luigi Di Maio, ma sul candidato premier ci sono diverse possibilità, le valuteremo nelle prossime settimane».

Il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini con il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.

L’INNER CIRCLE DEL CAPO: LA COMPAGINE MINISTERIALE

In quest’ottica, come è emerso durante la riunione dei gruppi parlamentari, nel partito si stanno palesando almeno tre anime. In primo luogo, c’è l’inner circle del capo che vede unica via d’uscita dall’impasse un accordo con il Pd e preme per il via libera a un terzo mandato in caso di elezioni. Un’area identificabile con la compagine ministeriale messa nel mirino da Matteo Salvini, cioè i vari Alfonso Bonafede, Riccardo Fraccaro, Danilo Toninelli, Giulia Grillo, Barbara Lezzi, Laura Castelli o Vincenzo Spadafora. Esponenti non rieleggibili e non sempre in accordo con Di Maio, ma consci del fatto che il loro destino è legato a doppio filo a quello del vicepremier. Sono loro a farsi scudo con l’ultima uscita di Beppe Grillo che ha aperto a ogni ipotesi pur di rinviare le elezioni e restare al governo.

Davide Casaleggio.

CASALEGGIO E I FILO-LEGHISTI

Poi c’è il quartier generale di Milano, la Casaleggio associati. Il capo supremo Davide, che da settimane sta studiando un’alternativa a Di Maio, non vedrebbe di buon occhio né l’ipotesi di un governo con il Pd né la cancellazione del limite dei due mandati. Sul primo fronte il nostro, anche memore degli insegnamenti paterni, vede il Nazareno come il male assoluto. Sull’altro, spiegano esponenti del Movimento che lo conoscono, Casaleggio jr considera un terzo mandato come una iattura che minerebbe la stessa filosofia del M5s: il ricambio, con la possibilità di ottenere importanti incarichi dirigenziali, è il migliore incentivo per spingere la società civile a impegnarsi in politica. Senza dimenticare le sue simpatie politiche passate che l’avrebbero spinto, così si mormora, a votare Lega, non certo Partito democratico.

Stefano Buffagni davanti alla Camera.

L’APERTURA CAUTA DI SALVINI AI GRILLINI “RIFORMATORI”

In questo scenario si inserisce un gruppo di deputati M5s del Nord, guidati dal potente segretario Stefano Buffagni (l’uomo delle nomine) e dal gruppo della comunicazione. Preoccupati dal calo esponenziale di consensi da Roma in su, questa frangia ha stretto attraverso il leghista Giancarlo Giorgetti ottimi rapporti con esponenti del Carroccio. In queste ore stanno facendo muro contro l’ipotesi di votare con il Pd la mozione di sfiducia contro Salvini. Ma nei prossimi mesi potrebbero diventare dei “volenterosi” pronti a uscire dal Movimento e appoggiare un governo del Capitano. Lo stesso Buffagni si è detto a favore delle elezioni anticipate. Dal canto suo Salvini ha dichiarato che «non tutti i grillini sono come Di Maio» e si è detto pronto ad aprire, con cautela, le porte a quei grillini che vogliono davvero riformare il Paese.

Paola Taverna.

I PEONES E GLI ORTODOSSI SENZA INCARICHI

Mai come in passato, questa crisi nella maggioranza si gestirà e si deciderà in parlamento. Dove i gruppi di Camera e Senato si lamentano da mesi di essere sotto utilizzati e di subire le scelte della comunicazione. Sono molti attivi i parlamentari scelti direttamente da Di Maio nel 2018 (molti di questi eletti all’uninominale), chiamati dal leader anche per limitare il peso degli ortodossi, come il falco Mattia Crucioli o il più pacato Mauro Coltorti. Il loro ragionamento è semplice: se si va a votare, con i sondaggi in picchiata, rischiano di non essere rieletti, perché i posti migliori in lista al proporzionale e quelli nei collegi sicuri saranno dati agli storici esponenti del Movimento. Ergo, salviamo la legislatura, facciamo un accordo con il Pd per il governo e soprattutto confermiamo il vincolo dei due mandati. Una posizione, questa dei peones, che potrebbe fare proseliti anche tra gli esponenti della prima tenuti lontani dai ministeri da Di Maio – come Nicola Morra, Carla Ruocco, Paola Taverna – che non potrebbero essere rieletti e hanno voglia di chiudere i conti con il vicepremier. Per tutti loro la salvezza passa per un Conte bis oppure dall’arrivo a Palazzo Chigi di Roberto Fico.

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