Come si comporteranno i grillini con le aziende di Stato?

Paolo Madron
29/03/2018

Ancora non si conoscono i futuri boiardi ma due punti sono chiari: se da un lato molti manager cercheranno di saltare sul carro del vincitore, dall'altro il M5s sconfesserà la teoria secondo cui le aziende pubbliche devono pensare esclusivamente a fare utili e a creare valore per gli azionisti.

Come si comporteranno i grillini con le aziende di Stato?

Come interpreteranno la gestione del potere i grillini? Non parliamo di politica, dove si è capita la propensione all’assolutismo, con un capo che sceglie e decide su tutto e tutti. Parliamo di economia, di sistema industriale, di grandi aziende di Stato (anche se per alcune il capitale è in gran parte nelle mani di investitori istituzionali e fondi) che a ogni cambio di governo – e in questo caso il cambio sarebbe drastico – sono oggetto di inevitabile spoil system con ribaltoni ai vertici e rifacimento dei consigli d’amministrazione.

IL MESSAGGIO DI ROVENTINI. Che il Movimento abbia deciso di non stare alla finestra lo si è capito mercoledì 28 marzo, quando il loro ministro dell’Economia in pectore Andrea Roventini ha gelato con le sue critiche i vertici della Cdp riuniti a Milano per la presentazione dei risultati. Ma al di là della sua uscita, per altro importante perché fa capire appunto che i pentastellati metteranno becco su tutte le poltrone che di qui a fine anno si rederanno disponibili (quella di Cdp è la più ghiotta), non si capisce ancora bene chi siano gli uomini destinati a incarnare i loro desiderata, né quale sia la loro visione strategica se non quella generica di un sistema di aziende pubbliche che deve essere messo al servizio di innovazione, sviluppo, e supporto a quelle imprese impegnate a competere sui mercati internazionali.

I FUTURI BOIARDI M5S. Sul primo punto, ovvero chi saranno i futuri boiardi del Movimento, una prima risposta l’avremo guardando alla composizione della platea che sabato 7 arile parteciperà a Ivrea a Sum #02-Capire il futuro, ovvero il secondo appuntamento organizzato dalla Casaleggio & Associati in ricordo dello scomparso fondatore. Più o meno, siamo nelle stesse condizioni di incertezza di quando nel 1998 Massimo D’Alema, primo comunista nella storia della Repubblica, divenne presidente del Consiglio. Allora come oggi ci si chiedeva chi sarebbero stati i nuovi padroni che sarebbero emersi sull’onda del nuovo establishment politico. La risposta non tardò a venire con l’opa di Colaninno, Gnutti e Co., i capitalisti della razza padana, sulla Telecom.

SOCIETÀ A SERVIZIO DELLA COLLETTIVITÀ. Sulla visione strategica e l’idea di sviluppo anche qui si brancola ancora nel buio. Una cosa però possiamo dirla, anzi due. Ci sarà il tentativo di manager buoni per tutte le stagioni di saltare sul carro, magari previa sbrigativa conversione al verbo grillino e contando, come fu per l’amministrazione Raggi a Roma, sull’ingenuità e la sprovvedutezza dei novelli dominatori. Secondo, e dalle conseguenze ben più importanti, il Movimento sconfesserà quella teoria affermatasi agli inizi del millennio secondo la quale le aziende pubbliche devono comportarsi come le private, ovvero pensare esclusivamente a fare utili e a creare valore per gli azionisti. L’idea che campioni dell’industria nazionale come Eni, Enel, Cdp o Poste debbano essere messe al servizio della collettività significa dare priorità ai milioni di cittadini che utilizzano i loro servizi. Avremo quindi bilanci meno tonitruanti, ma bollette e prestazioni meno care (e anche stipendi dei manager drasticamente ridimensionati) perché competere sui mercati globali non significa doverlo fare scaricando costi sui clienti-cittadini.

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