M5s, Di Maio e il garantismo a targhe alterne

M5s, Di Maio e il garantismo a targhe alterne

19 Febbraio 2018 15.36
Like me!

La normalizzazione del Movimento "dimaiano" può dirsi compiuta. O quasi. Perché se nel caso del comandante Gregorio De Falco, candidato di punta del M5s e accusato dalla moglie di aver alzato le mani contro di lei e la figlia, Luigi Di Maio si è espresso con i guanti di velluto – «La prima cosa che ho fatto oggi è stato chiamare De Falco: lui ha smentito a me e pubblicamente. Ma la violenza sulle donne è inaccettabile: chiedo quindi alla signora di inoltrare la denuncia in modo che possiamo accertare i fatti. In modo che possiamo verificare se c'è stato un caso di aggressione» – nel caso di Roberto De Luca, figlio del governatore campano coinvolto nell'inchiesta sui rifiuti e gli appalti, la sentenza è stata ben più netta: «Assassino politico».

CONTRO I «CRIMINALI POLITICI». «Voglio farvi vedere il volto degli assassini politici della mia gente», ha detto il pentastellato indicando De Luca jr sullo schermo durante un incontro elettorale dov'è stata mandata in onda la prima parte della video-inchiesta di Fanpage.it sui rifiuti. «Quando saremo al governo inaspriremo la legge Severino che è troppo timida per i criminali politici».

USATI DUE PESI E DUE MISURE. De Luca jr, al momento, risulta indagato per corruzione dalla procura di Napoli sulla scorta della video inchiesta Bloody Money e si è dimesso dall'incarico di assessore al Bilancio a Salerno. Indagato, esattamente come lo sono (con accuse diverse, va da sé) Chiara Appendino, Virginia Raggi (che è anche rinviata a giudizio per falso ideologico) e Filippo Nogarin, sindaci 5 stelle che, però, beneficiano del garantismo inaugurato dal capo politico del M5s. E come lo è lo stesso Di Maio, indagato per diffamazione.

Sono lontani i tempi in cui Di Maio chiedeva le dimissioni per un abuso di ufficio. Almeno lo sono se a essere indagato è un pentastellato. Un esempio? Alla notizia dell'avviso di garanzia ad Appendino per la vicenda Westinghouse Di Maio commentò secco sul Blog: «Siamo sotto attacco, il Movimento è sotto attacco. In questo momento stanno provando ad accerchiarci da tutti i lati: tivù e giornali, partiti e dirigenti pubblici lottizzati sanno che rischiano di perdere tutto».

«MA QUALE GIORNALISMO D'INCHIESTA». Al secondo avviso, relativo ai fatti di Piazza San Carlo, il gruppo M5s in Consiglio comunale diede prova di massimo garantismo puntando il dito contro i processi mediatici. «Stiamo assistendo a un giornalismo che non può definirsi di inchiesta ma che sta solo alimentando un clima di paura e di sospetto e, speriamo, non perché siamo alla vigilia dell'importante appuntamento elettorale in Sicilia. Come abbiamo dichiarato dal primo giorno abbiamo piena fiducia nella magistratura e siamo vicini alla sindaca assediata e aggredita da un giornalismo che mai avremmo pensato di vedere in un Paese democratico».

ORGANIZZATO UN FLASH MOB A NAPOLI. Sono passati alcuni mesi. Ora la posta in gioco non è il governo di una Regione, ma di un Paese. E nel mirino c'è il figlio di un governatore del Pd, non più un esponente grillino. Così la prospettiva cambia. Le dimissioni da assessore non sono sufficienti per l'ortodosso Roberto Fico che invoca per De Luca jr anche le «dimissioni dalla politica». «Questa Regione», ha aggiunto, «è inadempiente ovunque, dobbiamo fare estrema chiarezza; mi fido del lavoro della magistratura e sono contento che Fanpage sia riuscita a scoperchiare questo vaso». Questo mentre un centinaio di attivisti pentastellati a Napoli hanno dato vita a un flash mob davanti alla sede della Regione per chiedere le dimissioni pure del padre brandendo tablet e cellulari con in streaming l'inchiesta del quotidiano.

La normalizzazione "dimaiana" a targhe alterne riguarda però anche i giornalisti. Fino a ieri erano "il male" per il Movimento, ora sono paladini della libertà di espressione a cui offrire solidarietà. Soprattutto se difendendo la stampa si attacca Matteo Renzi: come prendere due piccioni con una fava. «Io sono garantista, penso che un avviso di garanzia non sia una sentenza», aveva detto il segretario dem intervistato proprio da Fanpage. E diretto agli autori dell'inchiesta, a loro volta indagati, aveva aggiunto: «Penso voi abbiate il diritto e il dovere di mostrare le vostre carte e la vostra innocenza e di provarla come pure faranno gli altri indagati ma non potete chiedere a me finché c'è la magistratura in campo, di mettere la mia parola o il naso in questa dinamica: finché c'è la magistratura i politici è meglio che tacciano».

DI MAIO: «RENZI COME ERDOGAN». E Di Maio ha preso la palla al balzo: «Renzi come Erdogan», ha twittato il vice presidente della Camera il 17 febbraio. «Giornalisti di Fanpage.it finiscono sotto inchiesta per aver scoperto la corruzione del suo partito e lui dice che dovranno dimostrare la propria innocenza. Vergogna! Massima solidarietà ai giornalisti».

Non solo. Di Maio il giorno dopo ha espresso la sua solidarietà a una giornalista di Fanpage «aggredita mentre faceva il suo lavoro al comizio Pd per Piero De Luca. Son nati comunisti e stanno morendo squadristi. I giornalisti di Fanpage non sono soli: gli italiani hanno bisogno di inchieste come le vostre».

ARRIVA PURE L'ATTACCO DI DI BATTISTA. A ruota lo ha seguito il leader delle piazze Alessandro Di Battista: «Quando noi attacchiamo (duramente ma dialetticamente) il pessimo giornalismo italiano dalle redazioni dei giornaloni parte la difesa corporativa. Oggi tutti zitti, vero? Al comizio dell'altro "deluchino" schiaffi a una giornalista, ma silenzio di tutti (o quasi). Che pena!».

Quindi era solo «dialettica» quando nel gennaio 2017 Di Battista, arringando gli ambulanti in piazza Montecitorio, li invitava a prendersela con i giornalisti senza batter ciglio mentre dal capannello si era alzato il grido «ammazziamoli tutti». Cosa che provocò la dura reazione della Federazione nazionale della stampa. «Il video con il quale l'onorevole Alessandro Di Battista arringa gli ambulanti, invitandoli a prendersela con i giornalisti, va oltre qualsiasi forma di libera manifestazione del pensiero e rispolvera un inaccettabile e pericoloso squadrismo verbale», spiegarono in una nota il segretario generale e il presidente della Fnsi, Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti.

«I GRILLINI SI METTANO L'ANIMA IN PACE». «L'onorevole Di Battista e coloro che la pensano come lui si mettano l'anima in pace: la libertà di espressione è un pilastro insostituibile della democrazia e non sarà l'allergia di Beppe Grillo e dei suoi seguaci a qualsiasi forma di pensiero critico a impedire ai giornalisti italiani di fare il loro dovere di informare i cittadini».

Non solo: a settembre 2017 anche Enrica Agostini, inviata Rai alla kermesse riminese del Movimento, stava solo "facendo il suo lavoro" (come dice Di Maio) quando venne aggredita da attivisti pentastellati mentre intervistava il senatore Nicola Morra al grido di «Menateli, a 'sti giornalisti!», tanto da rendere necessario l'intervento della sicurezza e della polizia. Fico prese in quel caso le distanze dagli atteggiamenti violenti ma lo stesso non fece Beppe Grillo che del Movimento è pur sempre Garante. Resta alle cronache la scenetta del comico intento a distribuire ai cronisti banconote da mille euro. E rispondere alle domande con un: «Ma non vi vergognate? Vi mangerei, solo per il gusto di vomitarvi» (leggi anche: minacce ai giornalisti, il punto).

LA BASE GRILLINA CONTRO LE IENE. Dunque anche per il M5s dei "giornalai", del "giornalista del giorno", dei "pennivendoli" e delle liste dei giornalisti renziani e berlusconiani esiste un giornalismo buono. Ed è quello quello che fa da cane da guardia agli avversari politici o che "aiuta" a fare chiarezza all'interno del Movimento come le Iene. Anche se al di là delle parole e del video di Di Maio, basterebbe leggere i commenti dei fan pentastellati contro la trasmissione e Filippo Roma per capire che il giudizio della pancia del M5s è ben lontano da quello del suo leader. O rileggere il post a firma Di Maio dell'8 febbraio – tre giorni prima della messa online del primo servizio – sul Blog delle stelle intitolato: «Rai e Mediaset facciano informazione e non propaganda».

CONFLITTO D'INTERESSI DI DIBBA. Però anche in questo caso c'è un distinguo: sullo scandalo M5s bene le Iene, ma non Panorama, che con una inchiesta ha fatto luce sui rimborsi dei parlamentari M5s. Perché? Perché come ha detto Di Battista a L'Aria che tira: «Panorama è Berlusconi». Esattamente come la Rizzoli, la casa editrice del suo ultimo libro sulla paternità Meglio liberi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

ARTICOLI CORRELATI

Commenti: 0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *