Mario Margiocco

Salvini e Di Maio dovrebbero ripassare la lezione greca

Salvini e Di Maio dovrebbero ripassare la lezione greca

11 Marzo 2018 17.00
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Basterebbe un Luigi Di Maio premier per poco e si vedrebbe se il grillismo funziona. Come sarà la «Repubblica dei cittadini»? Aspetterà certamente tutta, con ansia, i moduli del reddito di cittadinanza. Di Maio ha detto perentorio, e il balzo glielo consente, che senza il Movimento «la legislatura non parte». I grillini hanno un terzo quasi esatto dei voti nazionali. Degli 88 collegi vinti alla Camera con il maggioritario 80 li hanno conquistati al Sud, dove ne erano in palio 101, e solo 3 al Nord e 5 nelle ex quattro regioni “rosse”, osserva Roberto d’Alimonte dell’osservatorio elettorale della Luiss (leggi anche: l'analisi del voto).

I DUBBI DEGLI EX. Si deve ora partire per fare il governo, ha detto Di Maio, dal programma nazionale del Movimento 5 stelle, «basato sulla partecipazione e sulla democrazia diretta online grazie al Sistema operativo Rousseau». Un programma inedito, che «risponde alle esigenze delle persone comuni». E «questa è la nostra ricchezza». Profondi conoscitori del sistema 5 stelle, come l’ex assessore alle Partecipate della Giunta Raggi, l’imprenditore veneto Massimo Colomban, e ancor più l’ex ghostwriter di Beppe Grillo Marco Morosini, da anni docente al Politecnico di Zurigo e che nel 2004 cementò il sodalizio Casaleggio-Grillo, nutrono serissimi dubbi.

LO SPETTRO DELLA TROIKA. Ma non sarà facile far accettare a ipotetici alleati il più che costoso, insostenibile, e ingiusto – per chi lavora – reddito di cittadinanza, temporaneo si dice ma presto definitivo, si sa, soprattutto al Sud. Ugualmente poco spendibile la dichiarata volontà, nel programma, di “abolire la troika” simbolo dell’oppressione della finanza internazionale, cioè la triade Commissione, Bce e Fondo monetario che è intervenuta in Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna prestando soldi ma imponendo le sue politiche. È un vano flatus vocis. Se mettono l’abolizione della troika a qualsiasi ordine del giorno Ue si troverebbero con un “accomodatevi”, e verso la porta.

Ugualmente vacui e vani sono i solipsisti propositi di riforma della Nato e dell’ordine (o disordine) finanziario mondiale: l’Italia può chiedere e proporre, ma lo si fa creando alleanze su proposte serie e attuabili, altrimenti ci si copre solo di ridicolo come già ampiamente ci si è coperti con il grillismo. Nel mondo grillino aleggia sempre l’ipotesi utopistica di una Città del Sole versione post-postmoderna, dove "l’Italia farà da sé”. In fondo tra le tante libertà invocate da Grillo c’è anche la “libertà di fare fallimento”, come l’Argentina, libertà (preziosa?) che ci è stata tolta dalla Ue, dall’euro e dal “sistema”. Emerge poi nel programma un debole per Mosca, come se non sapessero che Mosca, per intuitivo interesse nazionale, scommette e opera su una Ue allo sfascio.

L'ANALISI DELL'EX GHOSTWRITER DI GRILLO. Sulla base del programma il Movimento si può alleare solo con se stesso. D’altra parte deve scegliere fra identità e scioglimento nel compromesso. A capire i 5 stelle aiuta Marco Morosini, oggi un 60enne professore di eco-sostenibilità e affini al Politecnico di Zurigo ma anche per oltre 20 anni autore di canovacci per gli spettacoli di Beppe Grillo, per il quale ha inventato infinite storie e battute. Molti grandi comici hanno questi suggeritori, che in questo modo si divertono. Fu Morosini a mettere nel 2004 in contatto Gianroberto Casaleggio, su sua richiesta, con Grillo. Il manager informatico aveva una visione e una strategia per fare della mistica del web una forza politica nuova. Grillo aveva il pubblico e la notorietà. Matrimonio perfetto, Allah e il suo profeta. E Morosini, come l’Arcangelo Gabriele mandato da Allah a Maometto-Grillo, il suggeritore.

Emerge nel programma M5s un debole per Mosca, come se non sapessero che Mosca, per intuitivo interesse nazionale, scommette e opera su una Ue allo sfascio

Da qualche tempo Morosini però esterna dubbi, con garbo e prudenza ma anche chiarezza, forse chissà anche per una forma di pentimento. Lo ha fatto recentemente anche su Lettera 43. Sono letture utili. Digitalismo politico, questa l’essenza dei 5 stelle, dice Morosini. Ma è una forza o «un Chianti virato ad aceto?». Il digitalismo politico è una «mistica di emancipazione», perché il web fa saltare le mediazioni della rappresentatività. Al centro la democrazia diretta, «governare se stessi senza partiti né (altre) ideologie».

IL FALLIMENTO DELLA DEMOCRAZIA DIRETTA. Perché anche quella del web mistico è un’ideologia. La democrazia diretta è vecchia di millenni, non ha mai funzionato se non in minuscole comunità, non funziona nemmeno in Svizzera dove è assai "corretta” e anche nell'Atene di Pericle la trattavano con molte cautele e diretta non lo era affatto. Il suo trionfo fu il Terrore francese del 1792-94. Insomma, così come la raccontano i grillini una clamorosa balla, ma è su questo che si regge il tutto.

Nessun indirizzo, telefono, congresso, maggioranze, un partito nel cloud, nella nuvola dei mega archivi digitali online, spiega ancora Morosini. L’oracolo è stato il Blog, che non fu mai un diario di Grillo, ma il luogo mistico e «araldo della linea, dei plebisciti, dello scherno continuato ai nemici politici, il giornale delle espulsioni, lo sfogatoio dei commentatori più violenti e volgari».

IL REGNO DI UTOPIA. Oggi i blog sono due, Grillo fa il battitore libero. Il Blog è stato «soprattutto una macchina pubblicitaria», ricorda Morosini, cioè da incassi pubblicitari. La pubblicità online è infatti pagata in base a quanti cliccano il sito, e quindi per Casaleggio e Grillo molto proficua. E quindi perfettamente inserita, ricorda Morosini, in quella che è la nuova dittatura del web dominata dai giganti Google, Facebook e altri che hanno creato con i social media il più grande business pubblicitario del mondo perché la chiacchiera è inesauribile. E in questo business il digitalismo politico à la Casaleggiò perfettamente si inserisce. È un regno di Utopia, continua Morosini. L’Italia ne ha già avuta una, il 68 nostrano e soprattutto gli eccessi dell’infinito post-68. «Sulla terra di Utopia – bruciata due volte in 50 anni – mi è purtroppo difficile immaginare presto una rinascita».

La democrazia diretta è vecchia di millenni, non ha mai funzionato se non in minuscole comunità. Il suo trionfo fu il Terrore francese. Così come la raccontano i grillini è una clamorosa balla, ma è su questo che si regge il tutto

Colomban è meno sofisticato: «Grillo disegna un modello di società che non deve creare ricchezza» e farebbe dell’Italia «un Venezuela». È «un istrione e un sognatore», non capisce nulla di economia. E «nessuno ha il coraggio di contraddirlo», nel Movimento. Per Morosini se il Movimento «cercherà di governare, le sue contraddizioni verranno a galla». Non è affatto democratico, cioè bottom-up, ma è solo Blog-down, dice invece l'ex ghostwriter Morosini. Pochissimi controllano tutto. La Casaleggio Associati è il vertice. Essendo un business, non ci vuole molta fantasia per capire che con un governo Di Maio diventerebbe passaggio obbligato per tutto il lobbismo d’alta gamma.

LE MENZOGNE SALVINIANE. Purtroppo anche Matteo Salvini, che aveva sui temi di immigrazione e sicurezza materia più che sufficiente per crescere in voti, si è infognato in una infantile campagna anti Ue e anti euro la cui vacuità (non quando giustamente critica, ma per gli eccessi a cui sale) si può misurare dal ritornello «meno spread e più Italia». Meno spread? Ci sarà sempre lo spread, cioè il confronto con i tassi del Paese più forte dell’area, anche se torneremo alla lira. E l’unico sistema per abolirlo è abolire la moneta e ridursi al baratto. Ma non lo capisce, Salvini? Forse lo sa benissimo, ma ha capito che la battuta piace. Questa però non è leadership, è menzogna e circonvenzione di incapaci.

Il Movimento ha oggi meno enfasi anti-euro, ma mantiene nel programma l’ipotesi di un’uscita dalla moneta unica, se ci fosse «una chiara volontà popolare in tal senso». Tutto deve venire dal basso. Mistero di un Movimento che è tutto governato dall’alto dalla ditta Casaleggio Associati. L’euro è a malapena sopportato dai grillini poiché strumento del potere di Bruxelles e Berlino. Salvini, che lo attacca, e Di Maio che mal lo tollera perché «non democratico», farebbero bene tuttavia a far tesoro della lezione greca.

LA LEZIONE GRECA. In Grecia il governo conservatore di Antonis Samaras si dimise a gennaio 2015 perché rifiutò l’aumento dell’Iva chiesto dalla troika. Il 25 gennaio si andò al voto e stravinse Syriza, partito eco-marx-noglobal e anti troika. Alexis Tsipras divenne subito premier e Yanis Varoufakis andò all’Economia. Il popolo sovrano, la volontà dei cittadini su accettare o meno le politiche di Bruxelles, si espresse al referendum del 5 luglio 2015 e disse no, le rifiutiamo: il 61 contro il 39%. La Ue, avendo messo al riparo ormai le banche francesi e tedesche che erano piene di debito greco salvandole con i “crediti alla Grecia”, disse a Tsipras nella drammatica notte del 12 settembre 2015 a Bruxelles (con Varoufakis ormai molti ministri Ue si rifiutano di parlare) che Atene se ne poteva anche andare dall’euro. Tsipras alla fine rimase, smentì il referendum, e la Grecia, tutt’altro che felice, è ancora nella moneta unica. Due anni e mezzo fa smentendo la volontà del popolo Tsipras arrivava in fretta a decidere che fuori sarebbe stato peggio. Dimezzando con il ritorno alla dracma il valore dei risparmi dei greci in pochi mesi, e il potere d’acquisto di quasi tutti, avrebbe dovuto farsi crescere la barba e uscire solo di notte. La Grecia non è certo felix, oggi, ma l’abisso ha fatto paura.

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