Mario Margiocco

Con le ricette di 5 stelle e Lega faremo la fine dell'Argentina

Con le ricette di 5 stelle e Lega faremo la fine dell’Argentina

22 Aprile 2018 12.00
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C’è una strana calma. Troppa calma e poco realismo. L’attuale nuova fase politica potrebbe finire con solo escoriazioni (e un paio di fratture leggere) o potrebbe finire malissimo. Ma quest’ultima ipotesi è scongiurata per ora dal sorriso tunisino di Luigi Di Maio, e dal volto barbuto e neo-rubicondo di Matteo Salvini. Il tutto potrebbe risolversi o quasi se i 5 Stelle sostanzialmente non onorassero diversi punti del loro programma, a partire dalla promessa sul reddito di cittadinanza che gli ha fruttato un’ovazione senza precedenti. Soprattutto fra gli elettori dell’Italia meridionale,+20,7% mentre nel Centro hanno preso un +7,2 sul 2013 e nel Nord hanno perso leggermente, nel complesso, rispetto a cinque anni fa.

ANCHE LA FLAT TAX È UNA 'FESSERIA'. Anche l’archiviazione della flat tax da parte del centrodestra sarebbe un sollievo. È una promessa già fatta e mai mantenuta in vari Paesi occidentali, un cavallo di battaglia dei repubblicani americani che mai l’hanno applicata, neppure con Reagan. Martin Feldstein, capo dei suoi consiglieri economici, non credeva alle sue orecchie sentendo lodare questa “fesseria”. Anche archiviabile, con l’aiuto di qualche aggiustamento di facciata, l’abolizione della legge Fornero sulle pensioni, di fatto già “digerita” sia pure male e con dolore da chi ha dovuto aggiungere alcuni anni di lavoro.

I VOTI SULLE PROMESSE RISCHIOSE. Matteo Salvini i voti li ha presi essenzialmente su immigrazione e sicurezza. I 5 Stelle invece il balzo lo hanno fatto in misura sproporzionata, come il 20,7% al Sud dimostra, sul reddito di cittadinanza. E il reddito, se adottato, probabilmente scatenerà i mercati, costandoci carissimo. Non realizzare il reddito di cittadinanza vorrebbe dire però rischiare al prossimo voto, magari non troppo lontano, un ritorno al 25% del 2013 e assai meno. E allora, perché i pentastellati dovrebbero suicidarsi, dopo l’exploit eccezionale che li ha portati in 9 anni da nulla a primo partito/movimento d’Italia?

La calma di questi giorni, mercati e spread, non deve ingannare.

Quindi, faranno il reddito di cittadinanza, o almeno proveranno molto seriamente a mettere insieme i voti necessari. Gli cambieranno il nome, certamente, ma resta da vedere se gli cambieranno la natura, che per ora è quella di un prepensionamento a vita delineato nel disegno di legge 1148 del 2013 che lo ha proposto, prima firmataria Nunzia Catalfo. Le due clausole che consentono di rifiutare un lavoro se non «congruo» rispetto a «propensioni, interessi e competenze» e a non più di 50 chilometri dalla residenza percorribili in non più di 80 minuti di mezzi pubblici fanno del tutto (salvo nuove clausole, per molte aree dove il lavoro a 50 chilometri e “adeguato” non c’è) un prepensionamento a vita. E a milioni lo hanno capito benissimo.

MERCATI PER ORA FERMI. Per ora il 1148 è lettera morta. Diversa la valutazione se si trattasse di un vero aiuto all’inserimento nel lavoro, abolendo tra l’altro il concetto singolare, e solo in pochi casi specifici adottabile, che il lavoro va portato al lavoratore, e non viceversa. E chi lo porta al lavoratore? Lo Stato, naturalmente. E con che soldi? La calma di questi giorni, mercati e spread, non deve ingannare. Stanno a vedere che cosa succede. Non appena c’è un segnale chiaro, tutto si muove.

E L'IMPEGNO PER IL DEBITO PUBBLICO? Secondo Tito Boeri, presidente Inps, e altri, il reddito di cittadinanza – con tutti gli aumenti anche pensionistici che comporta – supera abbondantemente a regime il costo di 30 miliardi annui. Nel programma presentato a fine febbraio i 5 stelle hanno anche l’impegno ad abbattere il debito pubblico. Con questo balzo di spesa? Con dozzine di altri progetti di spesa a partire da massicci investimenti in opere pubbliche?

La confusione è tanta sotto il cielo del M5s. Per averne una prova basta scorrere il Programma Sviluppo Economico, 92 pagine di pdf che chiamiamo qui “testo lungo”, molto sintetizzate poi, e in senso assai meno polemico, quando si è passati alla versione definitiva, ufficiale e di otto pagine del Programma Sviluppo Economico definitivo del 21 febbraio. Più polemiche invece restano le pagine, anche qui otto, del Programma Unione Europea, anche queste preannunciate dal “testo lungo” citato, velate in versione 21 febbraio, ma con un netto sottofondo nazionalista che lascia aperta la porta a un referendum sull’euro e a uscite dalla moneta unica. il documento ribadisce la superiorità giurisdizionale di Roma su Bruxelles, negazione di fatto dei Trattati.

LEGA E GRILLINI, DUE MOVIMENTI NAZIONALISTI. Come la Lega salviniana, anche i grillini sono nazionalisti, questo si sapeva. E, al di là di dichiarazioni europeiste di Di Maio delle ultime settimane, nazionalisti, oltre che populisti, rimangono. Del resto non esiste populista che non sia anche nazionalista. Per illudere di poter mantenere le sue promesse ha bisogno di avere mani libere sulla cassa comune, cosa che Bruxelles oggi impedisce. Il “testo lungo” partiva da una dichiarazione chiarissima, parlando dell’Europa: «All’interno di questi vincoli per il M5s sarebbe impossibile realizzare il suo ambizioso programma di governo». I vincoli sono quelli europei dei Trattati e soprattutto dei limiti di spesa e in particolare il supervincolo è l’euro.

EURO NEL MIRINO. Abbandoniamolo, diceva il “testo lungo”, riprendiamoci il diritto di finanziare il debito con una Banca d’Italia tornata nazionale (e sottoposta al Tesoro «in modo che la politica fiscale e quella monetaria seguano un indirizzo coerente»). Un giochino semplice: «La nostra banca centrale sarebbe vincolata ad acquistare quella parte di titoli di stato invenduti sul mercato». Sì, ma quanti, invenduti, e per quanto tempo? Pochi per pochissimo tempo sarebbero acquistabili da Bankitalia, e poi sarebbe lo sfacelo: tassi alle stelle prima, lira a capitomboli, e poi il default.

Prima di poter applicare i sogni sovranisti alla fine, con l’Italia ancora nell’euro, ci sarà la Troika.

Chi scrive non sa chi abbia formulato queste baggianate ma certamente Di Maio prima delle diplomatiche sintesi del 21 febbraio le ha sottoscritte. Del resto anche gli economisti preferiti di Salvini, e Salvini stesso, lo dicono. Non stanno né in cielo né in terra. L’Italia, e la lira, non sono gli Stati Uniti e il dollaro e nemmeno la Svizzera e il franco svizzero. Alla prima monetizzazione del debito, sottoscritto da una “rinnovata” Bankitalia, lo spread volerebbe e lo spread ci sarà sempre, anche se torniamo alla lira, come c’è sempre stato anche se una volta se ne parlava assai meno, e misurerà sempre la credibilità della nostra moneta rispetto a quella di riferimento.

IL RISCHIO DI TROVARE LA TROIKA. Ma prima di poter applicare questi sogni sovranisti alla fine, con l’Italia ancora nell’euro, ci sarà invece la Troika, di cui peraltro i 5 stelle hanno chiesto varie volte l’abolizione. Arriveranno cioè gli uomini e le donne di Commissione e Bce, più per la parte di competenza quelli del Fondo Monetario, e ci diranno che cosa fare. Poi a un Ecofin i ministri europei ci diranno più o meno prendere o lasciare, cioè bye bye uscita dall’euro, o fate questo e quest’altro. La Grecia nel luglio 2015, alla fine di questo percorso di guerra, ha preferito restare, in lacrime ma restare, smentendo un referendum popolare. Chissà cosa sceglieranno i nostri fieri nazionalisti.

VERSO NUOVE TASSE. Il meccanismo che si sta delineando è il seguente. Reddito di cittadinanza: forti nuove tassazioni su case depositi eredità (in Italia l’imposta è bassa) che verranno però giustificate non con il finanziamento del reddito, ma con i “tagli” al debito. Dopotutto l’Italia dice da 15 anni che ha una fortissima ricchezza e risparmio privati e a quelli occorrerà mettere mano. Tasse subito comunque e tagli dopo, si vedrà.

I mercati recepiranno chiaramente un altro messaggio: l’Italia spinge il fisco per finanziare la spesa corrente, cioè il reddito di cittadinanza. Ed entreremo così nella spirale argentina, del Paese che più volte si è indebitato all’estero per pagare pensioni e sanità, finendo in rovina. Se tassiamo per spendere, poi dobbiamo aumentare il debito pubblico, che è per oltre un terzo in mani estere, ed è qui la spirale argentina. E chi sottoscriverà, dopo questo passaggio, il debito italiano? Non la Banca d’Italia, che sarà ancora parte dell’Eurosistema. Usciamo, e così finanziamo. Sì, per un mese poveri illusi, se va bene.

SUPERATI ANCHE DALLA SPAGNA. E prima di arrivare a questo sarà entrata in scena la Troika, e poi il prendere o lasciare. E allora, se non avessimo gli occhi pieni di lacrime, ormai distanziati in Pil pro capite da una Spagna che ci ha da poco superati e da altri, sarebbe il caso di ridere sulla dabbenaggine infantile di tanti nostri compatrioti. Non ingiustificata, non incomprensibile, dopotutto sono quasi 20 anni che l’economia non funziona bene, ma sempre dabbenaggine infantile, perché non siamo a soluzioni serie, ma a una sciocca caricatura del tutto. Dietro il sorriso di Di Maio, e altro.

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