La ferale tentazione del Pd di aprire ai cinque stelle

Paolo Madron
07/03/2018

Chiunque sia il successore di Renzi (Calenda? Zingaretti?) parta dalla negazione di ogni abboccamento con i grillini. L'idea di poterli sottomettere in nome di una presunta egemonia culturale è un'illusione.

La ferale tentazione del Pd di aprire ai cinque stelle

Calma e sangue freddo. Nel Partito democratico squassato dalla Caporetto elettorale sta succedendo di tutto e troppo in fretta perché ci sia del raziocinio. Da una parte ci sono quelli che, nonostante le dimissioni post datate – anzi, forse proprio per questo – vorrebbero subito lo scalpo del segretario, la sua rimozione anche fantasmatica. Concepiscono con fastidio persino l’idea che Matteo Renzi possa restare, come lui ha detto annunciando la sua prossima uscita di scena, come senatore di Firenze.

CALENDA È L'ULTIMO SEDUTO A TAVOLA. Dall’altra ci sono quelli eternamente malati dalla sindrome del papa straniero, per cui bisogna consegnare le chiavi del partito al primo che passa, si chiami Carlo Calenda o Nicola Zingaretti. Con tutto rispetto il primo, che ha deciso di iscriversi all’indomani del voto, è un tecnico che nulla ha sin qui condiviso con la storia e la cultura piddina. È un intraprendente di talento, ha mostrato capacità di mediazione non comuni, ma è pur sempre l’ultimo che si è seduto a tavola.

ZINGARETTI, QUELLO CHE "UNITI SI VINCE". Per Zingaretti invece il discorso è un altro: è l’unico vincitore Pd di questa tornata, ha tenuto la Regione Lazio nonostante la forte concorrenza a destra e l’assalto grillino che ha schierato uno dei campioni dell’ala ortodossa. Il fatto di essere stato a capo di una coalizione che comprendeva anche Liberi e uguali galvanizza i fautori del "solo uniti si vince". Zingaretti è il Toti del centrosinistra, quello che è successo in Lazio a parti invertite è lo stesso che è capitato in Liguria. Ma una rondine non fa primavera, e da qui a dargli in mano il partito ce ne passa. E comunque, non nell’ottica di una pavloviana reazione alla sconfitta.

Appoggiare il M5s è una inspiegabile sudditanza al vincitore e fa strame di quel poco che rimane di quel principio identitario che la sinistra deve ritrovare

Infine ci sono i movimentisti, che sono i più pericolosi. Passi per gli Emiliano di turno, disposti a tutto pur di affermare il loro protagonismo. Dispiace invece annoverare tra questi anche una persona di solito prudente e misurata come Sergio Chiamparino. La sua apertura ai grillini, oltre che sorprendente, è una mossa senza costrutto. Sia perché dimostra una inspiegabile e subitanea sudditanza al vincitore, sia perché fa strame di quel poco che rimane di quel principio identitario che la sinistra, pena la sua assoluta marginalità, deve ritrovare.

IL PD SIA UN GIRO FUORI DAL PALAZZO. Perciò chiunque sia il successore di Renzi parta da qui, ovvero dalla ferma negazione di qualsivoglia abboccamento con i grillini, se pur dettata dal timore di essere emarginati dalla scena politica. In questa babele l’esclusione nella chiarezza è un privilegio da coltivare, il Pd ha bisogno per un po’ di tempo, di sicuro una intera legislatura, di restare fuori dal Palazzo. L’idea che anima gli aperturisti di poter alla lunga sottomettere i grillini in nome di una presunta egemonia culturale è una drammatica illusione.

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