La fascinazione del M5s per il Venezuela di Maduro

24 Gennaio 2019 18.13
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Le grandi potenze mondiali si sono schierate, e non da oggi. La crisi istituzionale che ha travolto il Venezuela ha spaccato in due la comunità internazionale, tra Stati che sostengono il «presidente eletto» Nicolás Maduro – come Cina, Russia e Turchia – e altri come gli Usa e gran parte dei Paesi occidentali che, denunciando la «deriva autoritaria» dell'ex delfino di Hugo Chàvez e «l'illegittimità» del suo mandato, riconoscono la leadership dell'oppositore Juan Guaidò, numero uno dell'Assemblea Nazionale autoproclamatosi il 23 gennaio capo dello Stato sudamericano.

In questo quadro in continuo aggiornamento, resta ancora ignota la posizione dell'Italia. Il governo gialloverde nicchia. Prende tempo. E, intanto, resta a metà del guado. Colpa, innanzitutto, della faglia che, in tema di approccio al dossier venezuelano, attraversa l'esecutivo: da una parte la Lega che, per bocca di Matteo Salvini, pur non endorsando apertamente Guaidò ha preso una posizione netta contro Maduro; dall'altra il Movimento 5 stelle che, in attesa di intervenire in maniera esplicita sulla questione, ha dimostrato in più occasioni una certa fascinazione per il leader chavista.

UN MODELLO DI DEMOCRAZIA DIRETTA PER CASALEGGIO

L'ultimo pentastellato a esporsi in questo senso è stato il deputato Pino Cabras il quale il 23 gennaio, in commissione Affari esteri alla Camera, prima ha elogiato il sistema elettorale venezuelano, «giudicato dal Carter Centre tra i migliori ed i più efficienti al mondo», quindi ha evidenziato come «la stampa gode di un’ampia libertà di espressione, soprattutto se confrontata con la situazione di altri Paesi latino-americani». Falso, a giudicare dal World Press Freedom Index del 2018, che vede il Venezuela 143esimo su 180 Paesi e maglia nera nel continente. Le parole di Cabras sono arrivate in risposta alla risoluzione presentata in Commissione da Fratelli d'Italia, che invitava «a non riconoscere l'esito delle elezioni presidenziali svoltesi in Venezuela il 20 maggio 2018», oltre «a dare precise indicazioni all'ambasciatore d'Italia in Venezuela di non accettare qualsivoglia invito a cerimonie ufficiali che prevedano la presenza» di Maduro. Nulla di più inopportuno, secondo Cabras. Perché in Venezuela, Paese citato nel 2016 da Davide Casaleggio come modello di democrazia diretta, «il regime gode di un ampio sostegno popolare» e «occorre evitare ogni forma di ingerenza, che rappresenta un principio di diritto internazionale, dal momento che analoghe interferenze esterne hanno prodotto situazioni di caos incontrollato, come è accaduto, in Libia».

L'EQUILIBRISMO DI DI BATTISTA E LA VISITA DI DI STEFANO

Proprio in Libia il Venezuela di Maduro era stato invitato da Luigi Di Maio a svolgere un ruolo di garanzia, nei panni di mediatore della crisi fra Tripoli e Tobruk. In una intervista rilasciata nel maggio del 2017 a La Stampa, l'attuale vice premier pentastellato propose «una conferenza di pace che coinvolga i sindaci e le tribù, mediata da Paesi senza interessi, tipo quelli sudamericani del gruppo Alba (Alleanza bolivariana di cui fanno parte Cuba e Venezuela ndr)». Tradotto: la (tentata) investitura di Maduro a broker di una delle più intricate crisi internazionali. Tre mesi dopo, Alessandro Di Battista, incalzato sulla presidenza del leader chavista da un militante di Forza Europa, evitò di condannarne apertamente la condotta autoritaria: «Entrambi gli schieramenti fanno molti errori», disse, «la situazione è molto difficile». Il tema era caldo. All'inizio di quell'anno, all'alba delle proteste anti-governative che avrebbero scosso il Paese per mesi e visto la morte di 165 persone, una delegazione grillina aveva visitato il Venezuela, incontrando esponenti dell'esecutivo sudamericano in occasione della commemorazione della morte di Chàvez. E sollevando un polverone.

LE CRITICHE DELLA COMUNITÀ ITALO-VENEZUELANA

A capo di quella delegazione – composta anche da Ornella Bertorotta (capogruppo alla commissione Affari Esteri del Senato) e Vito Petrocelli (vicepresidente del Comitato italiani all’estero) – c'era Manlio Di Stefano, che per tranquillizzare i connazionali in Venezuela assicurò che «anche in Italia si sta male», notando come nel Paese sudamericano la situazione non fosse poi così drammatica: «Ci sono anche cose buone, come il programma di musica nelle scuole». Oggi, Manlio Di Stefano è Sottosegretario di Stato al ministero degli Affari esteri. E proprio la sua nomina nella squadra di governo, avvenuta un anno e mezzo dopo la visita a Caracas, fu accolta con «preoccupazione» dalla comunità italo-venezuelana, che citò «la simpatia che l’onorevole nutre nei confronti di chi opprime il popolo venezuelano e che preannuncia ostacoli alle iniziative europee a favore del ripristino della libertà e della democrazia in Venezuela». In quella stessa nota, la comunità italo-venezuelana ricordava che «dal 2014 in Italia sono state numerose le mozioni di solidarietà al popolo [del Paese sudamericano] che la delegazione pentastellata ha liquidato come “atto di guerra diplomatica verso un Paese sovrano”».

SALVINI VA IN PRESSING (E IL GOVERNO SI SPACCA)

Oggi, gli ammiccamenti dei pentastellati a Caracas tornano a galla, dietro il pressing di un alleato di governo che non fa nulla per togliere il Movimento dall'imbarazzo: «Io sto con il popolo venezuelano e contro i regimi come quello di Maduro, fondato su violenza, paura e fame», ha twittato Salvini il 24 gennaio. «Quanto prima cade, senza ulteriori scontri, meglio è». La posizione del leader leghista non è, per il momento, quella del governo. Che per bocca del presidente del Consiglio Giuseppe Conte si limita a esprimere «forte preoccupazione per i rischi di un'escalation di violenza», auspicando «un percorso democratico che rispetti libertà di espressione e volontà popolare». E mentre l'ambasciatore italiano a Caracas, Silvio Mignano, viene immortalato stringere la mano a Guaidò, il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, fa sapere che riferirà in Aula sulla situazione in Venezuela non prima della prossima settimana. Segno che, in seno al governo, una linea univoca non c'è.

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