Ma non chiamateli russi

Redazione
05/10/2010

Nati, cresciuti ed educati in Russia, ma cittadini europei. Il premio Nobel per la Fisica assegnato il 5 ottobre ad...

Ma non chiamateli russi

Nati, cresciuti ed educati in Russia, ma cittadini europei. Il premio Nobel per la Fisica assegnato il 5 ottobre ad Andre Geim e Konstantin Novoselov (leggi) fa già discutere. In Russia esponenti della comunità scientifica hanno subito sottolineato che la coppia, residente in Gran Bretagna, non può essere definita “russa”.
Geim e Novoselov, 52 e 36 anni, hanno ottenuto il prestigioso riconoscimento per i loro «studi rivoluzionari sul grafene a due dimensioni» si legge nella motivazione pubblicata dall’Accademia reale di scienze svedese. Entrambi sono docenti all’università di Manchester.
Il primo, originario di Sochi, ha lasciato l’Unione sovietica nel 1982 per la Gran Bretagna. L’altro, nato a Nizhny Tagil, è partito per l’Olanda a fine anni ’90. I due si sono conosciuti da professore e dottorando all’università olandese di Nijmegen nel 2001. Alla partenza di Geim per la Gran Bretagna il suo assistente non ha potuto che seguirlo.

Il Nobel “sfiora” la Russia

È proprio il loro passato sovietico e il loro presente occidentale al 100% che in patria potrebbe diventare terreno di accese polemiche.
Alla notizia dell’assegnazione del premio, il Nobel russo per la Fisica(2000) Zhores Ivanovich Alferov ha subito precisato: «Le ricerche di Geim e Novoselov sono importantissime e porteranno novità nel campo elettronico, ma non si può dire che questi due scienziati siano russi, vivono e lavorano in Gran Bretagna».
L’agenzia Interfax sembra della stessa opinione di Alferov e ha titolato “Il Nobel passa vicino alla Russia”. A rimarcare che i due “laureati” sono russi, ma non del tutto.
Sfodera, invece, un anacronistico orgoglio patriottico l’emittente vicina al Cremlino Ntv, che parla di “Nobel alla fisica sovietica”. Mentre il vicepresidente dell’Accademia russa delle Scienze, Gennadij Mesjac, non ha dubbi: «I geni non smettono di essere russi solo perché vivono a Manchester».

La diaspora dei cervelli

Per ora nessun alto esponente del governo russo ha commentato la notizia. Forse perché l’assegnazione del Nobel alla coppia di “profughi della scienza” imbarazza. Rischia di sollevare di nuovo le polemiche sullo stato disastroso della ricerca scientifica nella Russia di oggi, dove tra il disinteresse delle nuove generazioni e la mancanza di adeguati stanziamenti pubblici le menti più brillanti preferiscono emigrare in Occidente con la prospettiva di stipendi migliori.
Un tempo fiore all’occhiello dell’Urss, il settore scientifico nella Federazione russa langue da tempo. Nel luglio scorso 2.200 tra ricercatori, professori e scienziati in patria e all’estero hanno firmato una lettera indirizzata al presidente Dmitri Medvedev, criticando la politica governativa nel campo delle tecnologie e della scienza e suggerendo strategie per colmare il gap tra la Russia e i Paesi più avanzati.
Non si tratta solo di elargire stanziamenti, ma di rivedere tutto il sistema legislativo che regola i finanziamenti pubblici alla ricerca e i salari dei ricercatori. Che non arrivano neppure a 800 dollari mensili. Come se non bastasse, nota il quotidiano economico Vedomosti, la paranoica caccia alle spie che si è scatenata negli ultimi due anni ha solo contribuito a peggiorare il quadro generale, rendendo più difficili i contatti tra ricercatori russi e il resto della comunità scientifica.
Così, chi vuole fare carriera e costruirsi un futuro dignitoso è costretto ad andare all’estero. Meglio Stati Uniti e Nord Europa. A molti che hanno vissuto i fasti della scienza sovietica sembra assurdo: all’epoca il regime voleva assoggettare il mondo, per questo vietava la cosiddetta “fuga di cervelli”. Stalin poteva mandare uno scienziato in Siberia, ma non lasciarlo partire per l’Occidente. La Russia contemporanea, a quanto pare, ha ambizioni minori.