Ma perché i prof universitari non hanno diritto di scioperare?

Paolo Madron
29/08/2017

Protestano per gli scatti arretrati degli stipendi. Siccome però sono "casta", "baroni", "oziatori e perditempo", il loro è ritenuto un abuso e non un diritto. Così il ministro li snobba. Visto che non portano caterve di voti.

Ma perché i prof universitari non hanno diritto di scioperare?

Scandalo, indignazione. Ci sono 50 mila docenti universitari che non hanno ancora ricevuto gli scatti arretrati del loro stipendio, congelati nel 2011 e sbloccati quattro anni più tardi, come invece è stato fatto per il resto dei dipendenti pubblici. Così una parte di loro – per la verità esigua: circa il 10% – ha deciso di incrociare le braccia e far saltare la sessione autunnale degli esami.

IL DISAGIO È PARTE DELLA PROTESTA. Lo hanno annunciato tra mille distinguo e riluttanze, temperando le loro recriminazioni con la volontà esplicitata di non nuocere troppo agli studenti, ovvero i loro utenti finali. Apprezzabile, anche se verrebbe da dire che il senso dello sciopero è proprio quello di arrecare un danno a chi utilizza un servizio. Così non fosse si tratterebbe di una innocua protesta che non comportando disagio alcuno difficilmente verrebbe presa in considerazione.

MAI CONVOCATI DAL MINISTERO. Stranamente però, tra tante categorie della pubblica amministrazione use a incrociare reiteratamente le braccia (vedi per esempio quelle del trasporto pubblico), che siano i professori universitari, i “baroni”, a farlo, suscita riprovazione. E non solo nell’opinione pubblica, con torme di genitori contrariati che la loro creatura abbia speso vanamente del tempo tra le sudate carte per poi non poter sostenere l’esame, ma anche tra gli organi competenti come lo stesso ministero dell’istruzione la cui titolare, informa in un’intervista a La Stampa il presidente della Commissione di garanzia sugli scioperi, non li ha mai convocati per sentire le loro ragioni. Se lo avesse fatto, spiega senza giri di parole il garante, la contrapposizione non sarebbe degenerata.

Forse Valeria Fedeli considera anche lei quella dei professori universitari una vituperata casta di privilegiati con cui non si deve interloquire

Forse Valeria Fedeli ha preso sotto gamba la cosa, forse era troppo impegnata a sostenere la sua proposta di liceo breve che tanto ha fatto parlare di lei sui giornali. O forse, più semplicemente, considera anche lei quella dei professori universitari una vituperata casta di privilegiati con cui non si deve interloquire.

RITENUTI LAVORATORI VIZIATI. Di caste, obietterà qualcuno, nel pubblico come nel privato ce ne sono molte, ma in taluni casi basta che qualcuna di esse accenni solo alla sua insoddisfazione perché le sue istanze vengano prontamente accolte e soddisfatte. I professori universitari, invece, sono considerati dei lavoratori viziati. Ma soprattutto sono una categoria che in termini di consenso paga poco: vuoi mettere i tassisti o i ferrotranvieri portatori di cospicue quantità di voti?

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Presa in contropiede dalla protesta, e forse preoccupata di qualche critica nella sua gestione della vicenda, la ministra ha fatto sapere (ma al condizionale) che sarebbe già stata trovata un’intesa con Palazzo Chigi per sbloccare i soldi, ma che il conquibus non sarebbe stato disponibile prima dell’approvazione della legge di Bilancio.

PREGIUDIZIO SUGLI INTELLETTUALI. Rassicurazioni che evidentemente non sono bastate per indurre i professori, memori dei pregressi e del motto “prima vedere cammello”, a recedere da uno sciopero percepito, forse per il pregiudizio che non considera gli intellettuali lavoratori ma oziatori e perditempo, non come un diritto ma un abuso.