Il sabato del villaggio di Macerata, dove la paura non è passata

19 Febbraio 2018 09.57
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Non può essere inverno più di così. Qui a girare, a cercare parcheggio sotto le mura spioventi di Macerata, di sabato pomeriggio, ma nessun passerotto che non deve andare via si aggira tra i rami ossuti delle piante che sembrano bestemmie a un cielo senza Dio. Un velo di nebbia piovosa, figure sparse per la strada, rade come i denti di un pettine o di un vecchio.

FANTASMI PRESENTI NELL'ARIA. Extracomunitari per lo più. Africani, proprio loro. Passano via soli, come bucando un inverno che non può essere più inverno di così. Coi fantasmi della paura ancora, con l'odore di sangue ancora, il buco di un proiettile sul vetro di un bar. È quello lasciato dall'esaltato, Traini, il perdente che si è fatto fascista e ha trovato un alibi contro i “negri”.

TESTA BASSA DENTRO I CAPPUCCI. Gli stessi che camminano nei loro cappucci, testa bassa, ciascuno perso nel suo correre di fantasma. Che fatica, Macerata. Quanti negozi morti, lungo i viali che scendono e s'incontra la targa, “Qui Giuseppe Garibaldi nel gennaio 1849 stette e formò la prode legione che rintuzzando l'orgoglio straniero difese il 30 aprile in Roma il labaro dell'italica libertà”.

Quante vetrine che non ci sono più. Qualcuna andata via «per le problematiche connesse al terremoto», avverte un cartello giallo. C'è stato il sorpasso, Civitanova Marche, balneare, di colpo ha più abitanti di Macerata “Civitas Marie”, il capoluogo di provincia, la città dello Sferisterio, del Teatro Lauro Rossi, di Musicultura, dell'Università: 42.251 contro 41.867.

UNA REGIONE CHE SI SPOPOLA. Persi 342 residenti in un anno. Rotolano a mare, vanno via. È il problema di questa piccola Regione, che ovunque si spopola ma soprattutto frana lungo la costa: e i centri dell'interno si perdono, specie i più piccoli e i più vecchi ai quali il terremoto ha dato il colpo di grazia. Scrigni di memorie che si disperdono.

QUALCOSA STAVA COVANDO. Ma a Macerata almeno questo non è colpa del trauma a mosaico, la giovane deragliata, Pamela, “uccisa da viva” come dice qualcuno e a suo modo non sbaglia, poi trucidata, testimone tragica e inconsapevole di qualcosa che c'era, che covava: «Non capisco», dice uno che non è contento, un vecchio, coi baffetti e lo sguardo acqueo, «non capisco: hanno trucidato una giovane, è stata una cosca di nigeriani, e fanno la manifestazione antirazzista». «Cosa dici! Sei, ha cercato di ammazzarne, quell'infame, quel fascista». «Se la ragazza invece che di Roma era di Macerata, te ne ricordavi?». Discorsi da crocicchio nel pomeriggio di un sabato ossuto.

Una vetrina del Partito democratico locale invita a partecipare al corteo ecumenico dell'indomani, coi sindacati, i partigiani, le associazioni, i centri sociali. Il Pd avverte che ha provveduto a denunciare lo stragista Traini, non si è capito bene se per danni all'immagine o per cos'altro. Le locandine dei giornali tradiscono tutto il trauma a catena, uno choc che non verrà smaltito facilmente: “Osegale, 3 ore di silenzio: è lui il macellaio?”; “Pamela, tutte le novità dall'inchiesta”.

GIORNI DI FOLLIA IRRIVERENTE. Ma le locandine sono le uniche a strillare. Come se i passi felpati per il centro cittadino, la Piaggia dell'Università, giù per i corsi che discendono, fossero ancora più felpati. Ancora più prudenti. «Allora, passata la paura?». La ragazzina che ti serve la pizzetta sorride e non risponde, meglio non insistere, meglio dimenticare, se si può, questi ultimi giorni di follia irriverente: «Senta questa pizza appena sfornata quanto è buona».

Passa un corteo un po' stentato, con un dragone di cartapesta, è il Capodanno cinese, di cinesi a sfilare nessuno. È una manifestazione ecumenica, culturale, roba dell'Università, “Istituto Confucio”, sono diretti nella piazza centrale, sotto la torre. Annunciati da un traffico di sicurezza, chiude un blindato della polizia con gli sbirri dentro che ridacchiano, stanno al caldo, quello che doveva succedere è successo, che vuoi che sia questo patetico corteo di poche persone e due tamburelli? Mai visto tanto lampeggiare azzurro di sirene in Macerata la pia, la bella addormentata. Un passante non la prende tanto bene: «Questa è la politica che fa spettacolo».

«ORA DANNO SEMPRE LA COLPA A NOI». Ed è così. «Se la vogliamo mettere così, certo che è spettacolo un blindato pieno di noi. Specialmente qui. Ma qui, adesso, se qualcuno inciampa in un sasso qui danno la colpa a noi e, francamente, non ce lo meritiamo: anche venire pestati con la consegna di non reagire, di prenderle sempre, non è spettacolo? Non è politica?».

SI VEDONO SOLTANTO DEI RAGAZZINI. E allora sia: la vigilessa che dirige il traffico della sicurezza, prima passano i colleghi della polizia urbana, poi l'utilitaria blu dei carabinieri, infine è il turno della volante. Il blindatone è sempre lì, a passo d'uomo, risale il corso, fa un po' fatica. Non può essere più inverno di così. Adesso sono le 18 e qualcuno si comincia a vedere. Ma pochi. Ragazzini, per lo più. Neanche universitari, ancora i fanciulli delle scuole dell'obbligo.

I più grandi stanno nelle sale da te, le pasticcerie, ma poca roba. Forse è il freddo, il freddo. Dio, ma come hanno fatto a chiudere tutti questi negozi? E in così poco tempo? È un presepe dimenticato Macerata oggi, Capodanno cinese, anno del Cane: si spostano giù in piazza Mazzini, a ridosso dello Sferisterio e qui ci sarà lo spettacolo ecumenico, coi costumi orientali, col Dragone che si contorce. «Io voglio provare gli involtini primavera», dice una vecchia golosa.

MACERATA CHE IL SUO L'HA FATTO. “Macerata libera, Macerata antifascista”, diranno poi gli striscioni del corteo: non troppa gente in verità, gli stessi che ancora hanno voglia di sentirsi engage, parte di una tradizione resistenziale, culturale che si riverbera, dove le librerie, la Feltrinelli in faccia alla Bottega del Libro, si fronteggiano e esibiscono i libri agiografici del Che Guevara, i complicati scritti francofortesi non per le masse, i testi di una certa tradizione divenuta pop, ma sempre viva, come di chi la rivoluzione l'ha sognata ben dentro le mura impassibili, l'ha vissuta per procura, e adesso, ai primi fumi, ai furori fuori tempo, 50 anni dal mitico '68 del “Raccontar cantando” che discende da Musicultura, riprende vela, si erge nella confortevole certezza della raffigurazione, della mise en scéne. Ah, perdio, che Macerata democratica la sua parte l'ha fatta e non dimentica!

NON SI CAMPA PIÙ TRANQUILLI. E invece hanno paura. E invece sopportano senza entusiasmo tutto, i cortei come i blindati, i politici come i discorsi, gli indigeni come gli allogeni. Ci vorrà ancora un po'. «Allora? È passata l'ansia?». Ma non passa e non ci si fida, non si campa tranquilli in questa città che sulla tranquillità aveva sempre riposato, che al suo sabato del villaggio fatica ad accendersi, resta invischiata nel suo febbraio lugubre che schiaccia i cartelli “vendesi”, le offerte di alloggi – “solo a studentesse!” -, le botteghe dove ti sorridono ma non parlano, uno stormo di risatelle di ragazzini e fanciulle con gli ardori della gioventù, cappottini svolazzanti su ombelichi a vista, su golfini aderenti a pelle di tettine a sfidare un inverno che non può essere più inverno di così.

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