Le ragioni dietro le dimissioni del ministro dell’Interno francese

03 Ottobre 2018 07.56
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Emmanuel Macron perde un altro ministro. Il settimo dalle elezioni del 2017. Poco più di un mese dopo Nicolas Hulot (Ambiente), il "numero 3" del governo, e Laura Flessel (Sport), lascia anche il titolare dell'Interno Gerard Collomb. In precedenza, erano rimaste vuote le poltrone di François Bayrou (Giustizia), Marielle De Sarnez (Affari esteri), Sylvie Goulard (Forze armate), Richard Ferrand (Coesione territoriale). Una vicenda, quella di Collomb, che si trascinava da tempo, con il presidente francese che prima ha respinto la richiesta di dimissioni, poi l'ha accettata. In un'intervista rilasciata a Le Figaro, l'ormai ex ministro aveva detto di non volere «che la mia futura candidatura» a sindaco di Lione «possa turbare» il funzionamento del dicastero più importante di Francia. Collomb aveva manifestato l'intenzione di correre nel 2020 a Lione – città di cui è già stato sindaco dal 2001 al 2017 – in un'altra intervista, a L'Express, a metà settembre. Inizialmente, sembrava che le dimissioni potessero attendere il voto per le elezioni europee del 2019, ma negli ultimi giorni si è assistito a una accelerazione. E Macron, alla fine, ha ceduto, accettando il 3 ottobre di liberare il ministro e affidare l'incarico ad interim al premier Edouard Philippe.

DALL'IDILLIO ALLE CRITICHE: IL RAPPORTO MACRON-COLLOMB

Per Collomb, quello di 'ministro a scadenza' era divenuto un incarico difficile da sostenere, oggetto di critiche e interrogativi, specie in un Paese ancora in stato d'allerta terrorismo – il 2 ottobre c'è stata una nuova operazione antiterrorismo a Grande Synthe – e in cui il premier flic de France, come definiva Clemenceau il ministro degli Interni, deve esprimere massima credibilità al comando. «Serve chiarezza rispetto ai nostri concittadini e chiarezza rispetto ai cittadini di Lione», riconosce lui stesso a Le Figaro. Settantuno anni, l'ex 'barone' socialista era la figura del "saggio" e dell'uomo esperto della vecchia politica entrato a far da chioccia ai giovani della Republique en Marche. All'iniziativa di Macron di candidarsi all'Eliseo, Collomb aderì tra i primi con entusiasmo. Nel suo ruolo di ministro aveva incarnato, almeno nel primo anno di governo, la stabilità e la fermezza, ma soprattutto l'assoluta lealtà con le linee guida del 40enne presidente per cui nutriva quasi un amore filiale. Almeno fino a questa estate, quando il caso di Alexandre Benalla, l'ex bodyguard di Macron indagato per le violenze del primo maggio in Place de la Contrescarpe, non guastasse l'idillio.

DARMANIN, LE DRIAN, CASTANER: I POSSIBILI SOSTITUTI

«Manca l'umiltà» è stata la critica snocciolata dal ministro in tivù a inizio settembre. «In greco», aveva aggiunto commentando pubblicamente il forte calo di popolarità di Macron nei sondaggi, «c'è una parola, hubris, ed è la maledizione degli dei quando, a un certo punto, diventi troppo sicuro di te e pensi di poter vincere sempre». Chiamato in causa, il presidente già scaricato a fine agosto dal suo ministro più popolare, Hulot (Transizione Ecologica), non ha gradito e da allora, nonostante i tentativi di ricucire – incluso con l'intercedere di Brigitte Macron – tra i due è progressivamente calato il gelo, fino alla separazione. Mentre a Parigi già circola il totonomi su un possibile sostituto, come l'ex capo della Polizia Frédéric Péchenard, o un cambio di ministri già in carica come Gérald Darmanin (Conti Pubblici), Jean-Yves Le Drian (Esteri) o Christophe Castaner (Rapporti col Parlamento oltre che segretario di En Marche).

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