Macron, i 100 giorni del “Napoleone” che ha già stufato la Francia

Carlo Terzano
16/08/2017

Ha tradito gli italiani su migranti e Fincantieri. Poi il taglio al parlamento, lo strappo con l'Ue sulla crisi libica e la revoca dello stato d'emergenza. Il primo bilancio sul presidente di cui si fida solo il 37% dei cittadini.

Macron, i 100 giorni del “Napoleone” che ha già stufato la Francia

Con i suoi 39 anni è il più giovane leader che la Francia abbia mai avuto dai tempi di Napoleone Bonaparte. Sono tanti i rimandi che sarebbe possibile fare tra i due. I giornalisti di tutto il mondo in tre mesi non hanno fatto altro, e pare che a Emmanuel Macron il paragone non dispiaccia affatto. Eppure, dopo soli 100 giorni (caduti il 15 agosto 2017), la luna di miele con gli elettori sembra già conclusa. Un altro tratto in comune con l'imperatore, che si vide costretto a introdurre il divorzio nel codice civile proprio per la sua sfortuna nei rapporti interpersonali.

Il rapporto con se stesso: si considera l'uomo della grandeur ritrovata

Prima ancora di salire all'Eliseo, aveva già delineato una immagine ben definita di sé da dare in pasto ai media e al popolo. Macron è l'uomo della grandeur ritrovata. È l'uomo che ha sconfitto l'avanzata non dei giacobini ma dei lepenisti (che miravano a tutt'altro tipo di terrore). È l'uomo che, arrivando all'Eliseo senza passare da precedenti elezioni e senza servirsi dei partiti tradizionali, ha messo in pratica il motto attribuito a Napoleone: «Nel mio dizionario non esiste la parola impossibile» (declinato in vari modi: «Impossibile trova posto solo nel dizionario degli sciocchi» o, secondo i più sciovinisti: «Non rientra nel vocabolario francese»).

NUOVO CORSO DAL VOLTO SEVERO. Come Napoleone, ha acceso gli animi degli italiani, che il giorno seguente alle elezioni facevano a gara a chi fosse il più Macron di tutti. Al pari di Napoleone, ha tradito quegli stessi italiani che aveva illuso, mostrando loro, sul tema dei migranti, il volto assai severo della Francia di nuovo corso.

Il rapporto con le istituzioni: vuole tagliarle e primeggiare su tutte

Macron ha ricevuto i parlamentari nella regale cornice di Versailles per tendere loro un tranello: l'annuncio che li avrebbe ridotti di numero, e che mira a una Francia più snella, con meno leggi e meno burocrazia. Una astuzia degna del grande condottiero francese. Monsieur le Président ha detto che «un parlamento meno numeroso, rinforzato nei suoi mezzi, è un parlamento che lavora meglio, dove il lavoro è più fluido».

CORTE DI GIUSTIZIA «DA SOPPRIMERE». Quindi ha parlato anche della necessità di ringiovanire le Assemblee con una stretta sul numero e sul cumulo dei mandati. Nella stessa sede ha promesso la soppressione della Corte di Giustizia (omologa al nostro Tribunale dei ministri, competente a giudicare i membri del governo per i reati commessi nelle loro funzioni) dato che «i nostri cittadini non capiscono più perché solo i ministri debbano ancora avere una giurisdizione d'eccezione».

UN RITRATTO UFFICIALE EXTRA LARGE. Emmanuel Macron viene insomma dipinto come un uomo che vuole primeggiare su tutte le istituzioni. Anzi, lui stesso si dipinge così visto che il suo ritratto ufficiale, quello che viene affisso negli uffici delle istituzioni che tende a dominare, è più grande del solito e la Francia dovrà spendere 3 milioni di euro per rinnovare le cornici.

La fine dell'état d'urgence, l'assolutismo dei giorni nostri

In Francia, grazie al combinato disposto di due norme – l'articolo 16 della Costituzione e la loi n° 55-385 du 3 avril 1955 – è possibile attribuire al presidente della Repubblica poteri eccezionali, da monarca, e diminuire fortemente le libertà pubbliche «quando le istituzioni, l'indipendenza della Nazione, l'integrità del territorio o l'esecuzione degli impegni internazionali sono minacciati in maniera grave e immediata e il regolare funzionamento dei poteri pubblici costituzionali è interrotto».

PROROGATA CINQUE VOLTE DOPO NIZZA. Quella sullo stato d'emergenza è una legge che attribuisce poteri eccezionali, voluti per far fronte alla Guerra d'Algeria e mantenuti da Charles de Gaulle ben oltre la fine del conflitto. In seguito, la norma è rimasta dormiente nel diritto francese. L'ultima volta che un inquilino dell'Eliseo l'ha scomodata è stato nel 2015, a causa degli attentati di Parigi, prorogata per cinque volte dopo la strage di Nizza del 14 luglio 2016.

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Non è dunque un caso se molti commentatori parlano ormai di «uno stato di eccezionalità permanente». Il 29 marzo 2017, prima delle presidenziali, diverse associazioni che si occupano dei diritti e il sindacato dei magistrati hanno scritto all'allora primo ministro, Bernard Cazeneuve, chiedendo che il suo governo pubblicasse tutti i dati sullo stato di emergenza, così da capire se sia ancora una misura valida o se rappresenti solo una inutile soppressione – tutt'altro che temporanea – dei diritti costituzionalmente garantiti.

CIRCOLAZIONE DI PERSONE LIMITATA. L'état d'urgence prevede di dare ai prefetti il potere di «limitare la circolazione delle persone e dei veicoli» e di effettuare arresti contro chiunque cerchi di opporsi alle misure stabilite. Prevede che le autorità possano condurre perquisizioni senza uno specifico permesso dei giudici, che siano limitate le manifestazioni e le riunioni pubbliche, ma anche un maggior controllo sui media e il blocco di siti ritenuti pericolosi.

Almeno sul fronte interno, Macron sembra discostarsi da quanto diceva Napoleone: "Ci sono due modi per far muovere gli uomini, l'interesse e la paura"

François Saint-Bonnet, giurista e professore di storia del diritto all’università Panthéon-Assas di Parigi, ritiene che non si possa far fronte a un fenomeno che non ha limiti temporali come il terrorismo jihadista con misure emergenziali e limitate nel tempo. Sarebbe una contraddizione in termini.

ENTRO LA FINE DEL 2017 LA REVOCA. Simili leggi potrebbero solleticare un presidente dal piglio autoritario come Macron. Eppure, nel suo discorso alle Camere riunite in Congresso a Versailles, monsieur le Président ha detto che farà cessare il regime eccezionale entro il 2017. In cambio vuole dal parlamento nuove leggi contro il terrorismo «sotto la sorveglianza dei giudici, nel pieno rispetto delle esigenze costituzionali e dell'esigenza di libertà». Almeno sul fronte interno, Macron sembra discostarsi da quanto diceva Napoleone: «Ci sono due modi per far muovere gli uomini, l'interesse e la paura».

Il rapporto con l'Europa: vissuta come un freno e spiazzata sulla Libia

Napoleone voleva conquistarla. A Macron, che il suo entourage ha persino soprannominato “Jupiter” (Giove), invece sta stretta. Forse è proprio per quello: abituato alle ampie vedute offerte dalla sommità dell'Olimpo, allo Zeus francese è ora difficile comprendere le tante restrizioni europee in fatto di leadership.

LEGAMI FORTI CON PUTIN E TRUMP. Dopo l'incontro con la cancelliera tedesca Angela Merkel per ristabilire l'asse franco-tedesco (un modo nemmeno troppo implicito per dire che se Unione europea deve essere, sarà guidata da due nazioni), si è mosso autonomamente. Il 30 maggio ha ricevuto a Versailles Vladimir Putin, lo zar di tutte le Russie; il 14 luglio Donald Trump, altro uomo forte e solitario al comando. Macron sembra voler tessere rapporti molto forti con entrambi, non si sa se per pragmatismo politico o perché li senta caratterialmente vicini.

MAL DI PANCIA DI MEZZO MONDO. Monsieur le Président ha però spiazzato tutti con la convocazione a Parigi dei due ras libici senza avvertire Bruxelles, l'Onu o Roma. Una mossa che ha creato imbarazzo al governo francese e procurato mal di pancia alle cancellerie di mezzo mondo. Chiaro, infatti, l'intento di pacificare la Libia in solitaria, scalzando magari l'Italia (e l'Eni) dal Paese nordafricano, a favore di Total.

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Il rapporto con l'Italia: rispediti a Ventimiglia i migranti e sgarbo su Fincantieri

L'Italia (almeno la sua classe politica) ama Macron, ma Macron non sembra amare l'Italia. Finora Roma è stata trattata a pesci in faccia dal nuovo inquilino dell'Eliseo. Sui migranti, il presidente francese è stato tanto chiaro quanto ipocrita: accettiamo solo quelli che fuggono dai conflitti (e quindi non coloro che scappano dalla fame, dalle carestie e dalla miseria, considerati di serie B).

INASPRITI I CONTROLLI ALLA FRONTIERA. Infatti non solo la Francia continua a rispedire a Ventimiglia tutti i disperati che le arrivano – con tanto di gendarmi sul suolo italiano, nella stazione della cittadina ligure, per controllare che non si imbarchino sui treni che attraversano il confine -, ma ha persino inasprito i controlli lungo la frontiera.

RIPERCUSSIONI ANCHE SU VIVENDI-TIM. L'altro fronte caldo con les cousins d'Italie riguarda la battaglia ingaggiata con la nostra Fincantieri, che sarebbe dovuta diventare azionista di maggioranza di Stx, ma Macron, con un colpo di coda, ha nazionalizzato il gruppo transalpino di Saint Nazaire. Un atteggiamento che potrebbe andar contro i profili liberali cui si ispirano i Trattati dell'Unione e che potrebbe soprattutto aver ripercussioni sugli altri accordi tra i due Paesi, in primis quello tra Vivendi e Tim.

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Il rapporto con i francesi: qualcosa sembra già essersi rotto

Napoleone ripeteva: «Se vuoi avere successo a questo mondo, prometti tutto e non mantenere nulla». Ma lui poteva permetterselo, era un imperatore. Emmanuel Macron ha un elettorato che gli alita sul collo. Un elettorato che lo ha portato entusiasta all'Eliseo (ha avuto il 66% delle preferenze) e che ora si sente già deluso dal suo lavoro.

GLI ENTI LOCALI SI SENTONO TRASCURATI. Dopo nemmeno 100 giorni, infatti, i sondaggi dicono che solo il 37% dei francesi gli dà ancora fiducia. A pesare i 300 milioni di euro tagliati agli enti locali, molti dei quali si sentono sempre più periferici e avvertirebbero più delle grandi città il problema dell'immigrazione.

Ma Macron, in meno di tre mesi, è anche riuscito a far approvare la legge “anti-corruzione” (nella quale spicca il divieto, per i politici, di assumere i propri parenti, riferimento non troppo velato allo scandalo che ha colpito il rivale repubblicano François Fillon), a intavolare una nuova riforma del lavoro e a dare inizio a quella scolastica che riguarda, in questa prima fase, gli istituti delle periferie, che operano in condizioni di disagio.

PROTAGONISMO CHE SA DI AUTORITARISMO. Il dinamismo insomma non gli manca, eppure qualcosa sembra essersi rotto nel suo rapporto con l'elettorato che forse, proprio per i numerosi rinvii della stampa a Napoleone, teme possa trasformarsi in protagonismo. O in autoritarismo.