Si fa presto a dire Made in Italy: qual è lo stato del fare impresa nel nostro Paese

Luca Sabia
14/01/2024

Mentre il governo lavora a disegni di legge «per attrarre investitori dall’estero», la realtà è che per la Banca mondiale siamo al 58esimo posto nel mondo per facilità di aprire un business: Usa e Uk sono sesti e ottavi. Dare vita a una startup costa il doppio che in Germania e tre volte la Spagna. Meloni e Urso vogliono favorire i prodotti considerati tradizionali. Ma cosa significhi non si sa. Ecco perché l'attenzione verso l'innovazione resta scarsa.

Si fa presto a dire Made in Italy: qual è lo stato del fare impresa nel nostro Paese

Il governo italiano tiene molto a cuore la questione del Made in Italy, ossia del Fatto in Italia, per restare fedele ai tentativi di fare piazza pulita degli anglicismi. Così ha preso di petto il problema: un nome nuovo per un ministero e un disegno di legge, che tra gli altri include un liceo (a cui pochissime scuole per ora hanno aderito, tanto da fare parlare già di fallimento), una giornata commemorativa e un fondo «per attrarre investitori dall’estero per la crescita e lo sviluppo delle filiere strategiche italiane», ha spiegato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. Dal canto suo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ribadito, sia ad Atreju sia durante la conferenza stampa di fine/inizio anno, che chi fa ha molto più valore di chi griffa. Più precisamente, «ha più valore chi produce le eccellenze italiane che chi le mostra», e il riferimento era al caso Chiara Ferragni. Pazienza però se la campagna Open to Meraviglia, con il compito di promuovere l’Italia nel mondo, abbia avuto tra i suoi principali difetti quello di usare una parola che non è facilmente esportabile, ostica se non impossibile da pronunciare per chi italiano non è, o non conosce abbastanza bene la lingua. «Mamma mia!», per dirla con il vecchio adagio che accompagna gli italiani all’estero.

Si fa presto a dire Made in Italy: qual è lo stato del fare impresa nel nostro Paese
Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso con la premier Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Quanto è facile fare business in Italia? Siamo al 58esimo posto nel mondo

Restano però due domande senza risposta: la prima è di quali eccellenze parliamo, cioè in che direzione vogliamo andare. Dire Made in Italy resta infatti una definizione piuttosto vaga, come ci mostra uno studio dell’Università Politecnica delle Marche. La seconda, più generale, è quanto sia facile fare business in Italia. Partendo da quest’ultima, lo studio più recente della Banca mondiale condotto nel 2020 ha classificato l’Italia al 58esimo posto nel mondo per facilità di fare business. Nuova Zelanda, Singapore e Hong Kong occupano i primi tre gradini del podio, Stati Uniti e Regno Unito si trovano rispettivamente alla sesta e ottava posizione, Germania invece al 22esimo posto.

Le tempistiche sono ok: è il costo di aprire una startup che ci penalizza

L’Italia, tuttavia, fa meglio della media europea guardando al tempo medio per aprire una nuova azienda, con cinque giorni in meno. Il che è una notizia molto positiva considerando l’importanza delle startup nella creazione di ricchezza, posti di lavoro e innovazione. Tuttavia, il conto da pagare è il più salato d’Europa: aprire una società nel nostro Paese infatti costa il doppio che farlo in Germania e circa tre volte tanto rispetto alla Spagna. Secondo la Banca mondiale, la maggior parte degli oneri va in spese notarili.

Si fa presto a dire Made in Italy: qual è lo stato del fare impresa nel nostro Paese
L’Italia è 58esima al mondo per facilità di fare business (Getty).

Inflazione e instabilità globale pesano sull’ecosistema italiano

Nonostante tutto, le startup italiane continuano ad attrarre investitori. Per esempio, secondo l’ultimo rapporto di StartupItalia, That’s Round, l’ecosistema italiano si attesta oltre il miliardo di euro di investimenti annui, malgrado il calo del 51 per cento rispetto al record del 2022. A pesare, secondo gli analisti, sono inflazione e instabilità globale. In ogni caso, l’ecosistema italiano dell’innovazione continua a essere vivace. Interessante, per esempio, il dato sulle forme di finanza alternativa come l’equity crowdfunding, che pur restando ancora troppo di nicchia ha ampi margini di crescita.

Investitori interessati soprattutto a medtech e biotech

Guardando invece ai settori che hanno suscitato il maggiore interesse degli investitori, oltre l’8 per cento dei 166 round di investimento ha interessato il medtech (il settore delle tecnologie mediche), seguito da biotech (biologia), cleantech (riduzione dell’impatto ambientale) e tecnologie applicate al lavoro. Poi food, software, per arrivare all’Intelligenza artificiale (2,4 per cento) e infine deeptech (tecnologie ad alto impatto per l’umanità, basate su scoperte scientifiche o innovazioni) e automotive.

Maggiore freddezza da parte dei fondi di venture capital

Paolo Barberis, imprenditore e fondatore di Nana Bianca, un acceleratore per startup digitali, ha parlato di una maggiore freddezza da parte dei fondi di venture capital. Che hanno sentito «la necessità di avere numeri più in ordine, riducendo gli investimenti in società con margine negativo. Ed è per questo che sono aumentati gli investimenti in progetti che già avevano dimostrato di essere scalabili, mentre ci sono state meno scommesse nella fase early stage», cioè all’inizio dell’investimento nella vita di un’impresa. In altri termini, in periodi incerti avere qualche certezza aiuta a gestire meglio il rischio. Fermo restando che è chiaro in che direzione sta andando la creazione d’impresa italiana.

Scarsa attenzione verso l’innovazione: un problema di sviluppo economico

Così, mentre imprenditori e investitori privati sono all’opera per costruire futuro, resta da rispondere alla prima domanda, vale a dire in che direzione voglia puntare il Made in Italy. Infatti, guardando al nuovo fondo creato dal governo, per proporzioni inferiore ai volumi degli investitori privati l’attenzione è tutta sulla creazione di prodotti considerati tradizionali. Cosa questo significhi non si sa. Un problema messo a nudo anche dalla britannica Sifted, testata del Financial Times dedicata al mondo delle startup europee fondata dal leggendario John Thornhill, che ha raccolto le voci degli startupper italiani che lamentano scarsa attenzione verso l’innovazione. Insomma: se il Made in Italy non è una mera questione ideologica, allora si pone un problema più ampio di sviluppo economico. Perciò diventa essenziale che chi fa azienda e chi definisce le regole del gioco ballino insieme. Perché si sa – non ce ne vogliano i puristi – it takes two to tango, cioè bisogna essere in due per ballare il tango…