Tra Bolsonaro e Maduro sono già scintille

Tra Bolsonaro e Maduro sono già scintille

10 Gennaio 2019 14.00
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Dopo che a Capodanno si è insediato alla presidenza del Brasile Jair Bolsonaro, il 10 gennaio inaugura il suo secondo mandato di presidente del Venezuela Nicolás Maduro. Ma Maduro non è stato invitato da Bolsonaro, e Bolsonaro non va da Maduro. Anzi, non lo riconosce proprio come presidente legittimo e i rapporti con il Brasile sono uno dei punti più dolenti per Caracas. Il ministro degli Esteri ha già chiesto le dimissioni, il vicepresidente già parla apertamente di un golpe in arrivo. «Usurpatore» è stato definito Maduro dalla stessa Assemblea Nazionale del Venezuela. Da quando è stata conquistata dal’opposizione alle ultime politiche, l'Assemblea è stata completamente esautorata, ma continua formalmente a riunirsi e a deliberare anche se ai suoi membri non viene neanche più pagato lo stipendio, e ogni tanto qualcuno viene arrestato in totale sprezzo di ogni principio di immunità parlamentare. L’appena eletto nuovo presidente dell’Assemblea Nazionale Juan Guaidó ha detto, in pratica, che data questa “usurpazione” tutti i poteri presidenziali dovebbero passare in linea di principio ai deputati: compreso il comando delle Forze armate. Un invito neanche troppo velato ai militari a deporre Maduro.

CONTRO MADURO 13 SU 14 DEL GRUPPO DI LIMA

Non solo Guaidó parla in questo modo, peraltro. Di illegittimità parlano anche 13 dei 14 membri del Gruppo di Lima, che raccoglie appunto i governi latino-americani critici verso l’involuzione in corso in Venezuela. Di conseguenza, ogni rapporto con funzionari rispondenti a Maduro sarà interrotto. Tagliate le relazioni commerciali e bancarie, congelati fondi e beni dei personaggi vicini a Maduro, sospesa ogni cooperazione militare, viene richiesto al governo venezuelano di permettere l’ingresso di assistenza umanitaria, e vengono preannunciate azioni presso la Corte Penale Internazionale. Il Messico, col cambio di governo di Andrés Manuel López Obrador resta nel Gruppo di Lima ma non aderisce al boicottaggio: però manda una delegazione di secondo livello. Amlo, come lo chiamano in Messico dalle iniziali dei suoi due nomi e due cognomi, sembra non volersi compromettere troppo. Ma anche il governo di sinistra uruguayano manda una delegazione minore, così come i governi “amici” di Russia, Turchia e Cina. In pratica gli unici nomi di spicco sono quelli del presidente boliviano Evo Morales – che stava pure da Bolsonaro; del cubano Miguel Díaz-Canel e del nicaraguense Daniel Ortega, che invece in Brasile erano stati a loro volta esclusi.

IL VICEPRESIDENTE GIÀ PARLA DI UN GOLPE

Anche l’Unione Europea considera questo mandato illegittimo, per il modo assolutamente non trasparente in cui le elezioni presidenziale si sono svolte, peraltro boicottate dalla maggioranza dell’elettorato. Quanto agli Stati Uniti, quale linea concordare contro Maduro era stato tema di colloqui tra Mike Pompeo e Bolsonaro proprio in occasione dell’insediamento di quest’ultimo, dove il segretario di Stato era stato inviato da Trump in sua rappresentanza. Il ministro degli Esteri brasiliano Ernesto Araújo ha chiesto apertamente a Maduro di dimettersi e il vicepresidente Hamilton Mourão ha previsto che ci sarà a Caracas un golpe – dopo di che truppe brasiliane sarebbero chiamate in Venezuela con funzioni di peace-keeping. Ma in effetti il Venezuela è stato al centro della campagna elettorale brasiliana, e non solo perché nel frattempo è continuato inarrestabile un flusso di venezuelani in fuga, arrivato a oltre 130.000 persone. Con una certa ambiguità, Lula da una parte prendeva certe distanze simboliche dagli estremismi di Chávez, ma dall’altra ha sempre mantenuto strette relazioni pratiche. Nei 13 anni di governo socialista le imprese brasiliane hanno investito in Venezuela 20 miliardi di dollari, e l’export era arrivato nel 2012 a un valore record di 5 miliardi. Ma con la crisi il flusso commerciale è crollato del 91% e Caracas ha smesso di pagare i debiti col sisterma bancario brasiliano.

VOCI DI UNA BASE PER I MARINES IN BRASILE

Stando alla sua pagina di Facebook, era un ammiratore di Maduro l’uomo che ha dato a Bolsonaro quella coltellata che presumibilmente nelle sue intenzioni doveva impedire che arrivasse alla PPresidenza – ma che invece gliela ha piuttosto spianata. Al ballottaggio il candidato socialista Fernando Haddad è stato accusato di voler ridurre il Paese come il Venezuela, ed ha risposto prendendo le distanze da Maduro, ma accusando Bolsonaro di voler scatenare contro lo stesso Venezuela una guerra che i militari brasiliani avrebbero perso: asserzione che forse è stata anch’essa un boomerang, accendendo le ire dell’elettorato più nazionalista. Da ricordare pure che proprio in risposta alle recenti manovre russo-venezuelane, Pompeo avrebbe ottenuto da Bolsonaro una base per i marines in Brasile. Ci sono anche voci insistenti sulla presenza di elicotteri Usa a Panama, appunto per preparare una invasione. Il governo panamense smentisce, ma Maduro dice di avere abbastanza riscontri per poter dire che vogliono montare un colpo di Stato contro di lui, e forse anche ucciderlo.

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