In Maestro Cooper racconta magistralmente l’uomo Bernstein lasciando la musica in sottofondo

Cesare Galla
13/01/2024

Chi si aspetta un ritratto completo, umano e artistico, di colui che venne definito the Music’s Monarch resterà deluso. Il film ricostruisce infatti gli amori e i tormenti del celebre direttore immergendo lo spettatore nell'atmosfera dell'upper class americana tra i 50 e i 70. Le note, scelte con sapienza, accompagnano una narrazione dichiaratamente spuria. Ma non per questo meno intensa.

In Maestro Cooper racconta magistralmente l’uomo Bernstein lasciando la musica in sottofondo

Il giorno dopo la sua morte (14 ottobre 1990), il titolo del New York Times definiva Leonard Bernstein «Music’s Monarch». Non un banale “King”, un re della musica fra i tanti che vengono incoronati dal pubblico e dagli addetti ai lavori, o magari si auto-incoronano. Ma colui che sulla musica aveva esercitato – per quasi mezzo secolo – un’autentica dominazione. Nell’ambito compositivo attraversando con sovrana (appunto) disinvoltura i generi più diversi, non sempre con eguale successo ma sempre con brillante profondità. In quello esecutivo riaprendo strade che l’indifferenza e l’oblio avevano reso difficili (e basterebbe il “recupero” delle Sinfonie di Mahler per consegnarlo alla storia). In quello comunicativo stabilendo uno standard nella divulgazione scritta e multimediale che per decenni non sarebbe stato superato e rimane ancora oggi un punto di arrivo a prescindere. Questa universalità era allora e almeno in parte rimane anche oggi controversa, ma oltre le discussioni (alle quali offre supporto una discografia imponente e una mediateca formidabile), resta evidente che Bernstein è da considerare uno dei più significativi protagonisti culturali e musicali del secondo Novecento: un fenomeno complesso, a volte sfuggente, spesso a rischio di incompiutezza, ma di forza indubitabile ed efficacia sorprendente, alla luce e al calore di un’energia creativa febbrile e stordente.

Al centro di Maestro c’è la vicenda umana di Bernstein

Difficile che un film, nella lunghezza di un paio d’ore o poco più, possa rendere ragione in maniera compiuta ed esaustiva della personalità di un artista così complesso e così capace di superare i suoi tormenti esistenziali nella scintillante energia delle sue creazioni. Non lo fa Maestro, il biopic scritto, diretto e interpretato da Bradley Cooper, presentato in anteprima alla più recente Mostra del Cinema di Venezia e ora in streaming su Netflix, nonché accreditato di qualche candidatura agli Oscar 2024. E del resto, si tratta di un lavoro che dichiaratamente non ambisce a fornire un ritratto completo di Bernstein, né biograficamente né artisticamente.

 

La vicenda narrata non è infatti specificamente né quella del direttore né quella del compositore (e tanto meno quella del divulgatore televisivo, popolarissimo per le sue trasmissioni in cui spiegava la musica ai ragazzi), ma quella personale di un uomo che era un artista di enorme e multiforme talento: al centro del discorso c’è il suo matrimonio, dalla nascita dell’amore alla crisi, fino all’amara conclusione, con la presa di coscienza dei valori rimasti. Tutto si svolge dentro all’upper class americana dagli Anni 50 agli Anni 70, ricca e sempre in cerca di leggerezza, attenta alla cultura e all’arte ma inevitabilmente snob e inesorabilmente di ristrette vedute. I luoghi sono quasi esclusivamente l’East Coast, da Harvard a Tanglewood, dal Connecticut a Boston e al centro focale di tutto, New York. Il titolo del film è quindi per certi aspetti fuorviante: Maestro fa pensare al ritratto di un musicista, secondo la denominazione un po’ pomposa che dall’Italia è dilagata ovunque, ma la storia è un’altra, è quella di Lenny & Felicia. E il fatto che lui fosse un direttore d’orchestra e un compositore è paradossalmente secondario, anche se non mancano i punti in cui è proprio la musica alla maniera di Bernstein a fare da sutura e da elemento propulsivo per lo sviluppo della narrazione. Musica forgiata dal podio e musica creata in assoluto: magnifica per scelta narrativa e drammaticità la presenza di brani della teatrale Messa cattolica dedicata a JFK, una composizione commissionatagli da Jacqueline Kennedy nel 1971.

In Maestro Cooper racconta magistralmente l'uomo Bernstein lasciando la musica in sottofondo
Leonard Bernstein con la moglie Felicia Montealegre (Getty Images).

Il musicista viene delineato in maniera obliqua: forse qualche tassello in più sarebbe stato utile

Questa ambivalenza è tuttavia anche il fascino sottotraccia di un lavoro che Cooper conduce in maniera virtuosistica sia per quanto riguarda il linguaggio filmico sia per la minuziosa aderenza dell’ambientazione all’epoca e ai personaggi che vi si muovono. Così, mentre lo spettatore assiste alle schermaglie sentimentali fra il musicista laureato ad Harvard e la sofisticata attrice di origine costaricana Felicia Montealegre Cohn, e le vede calate in ricostruzioni magistrali di com’era Broadway dopo la guerra o nello splendore naturalistico della vera casa di campagna di Bernstein, il musicista in quanto tale viene delineato in maniera ellittica, obliqua. Perché la musica è altro dalla vita, sembra dire Cooper, anche se alla vita appartiene. Ma se si racconta una storia nella quale il mondo dei suoni rappresenta il tessuto connettivo, la cornice e lo sfondo, il pensiero dominante, la causa e l’effetto di tutto ciò che avviene, forse qualche tassello in più – oltre i tic del personaggio, a partire dalla perenne sigaretta da tabagista ossessivo – sarebbe stato utile.

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Bernstein con la New York Philharmonic (Getty Images).

Un amore che si sviluppa tra l’Adagietto della Quinta Sinfonia di Mahler e la Resurrezione della Seconda

L’amore fra Lenny e Felicia – egregiamente impersonata da Carey Mulligan – sboccia all’epoca in cui lui tentava la strada dei musical o del balletto a Broadway, ma aveva già indossato l’aura del predestinato del podio la mattina del 14 novembre 1943, quando il manager della New York Philharmonic, Artur Rodziński lo aveva convocato per fargli sostituire di lì a poche ore il venerabile transfuga dal nazismo Bruno Walter che si era ammalato. E la narrazione ha il ritmo e il bianconero caratteristico di un musical d’epoca, fino a quando – non casualmente – è l’Adagietto della Quinta Sinfonia di Mahler, sentimentale e struggente, infausto nel profondo, a segnare l’inizio dell’amore. Lui è sul podio, lei dietro le quinte. E quando lui esce da proscenio, fra le ovazioni del pubblico, sono gli abbracci e i baci con lei a dare il senso della lancinante interpretazione che si è appena ascoltata. Al capo opposto di questo itinerario, dopo che il deflagrare della crisi coniugale ha segnato il passaggio al colore con virtuosistica continuità, il colossale Finale con coro della Seconda mahleriana, vedi caso intitolata Resurrezione, segna una sorta di approdo definitivo. È la conclusione di una lunga traversata nell’incomprensione e anche nel rancore dentro a una coppia messa in crisi dalla bisessualità di Bernstein, incline a trasgressive amicizie omosessuali. A “stranezze” (il termine “queer” non era entrato nell’uso) che mettono a repentaglio anche la grande complicità affettuosa che pure il direttore aveva saputo creare con i suoi tre figli. Da lì in avanti, Lenny accompagnerà Felicia nel doloroso viaggio lungo la malattia mortale che l’ha colpita e compirà il percorso interiore necessario per comprendere il ruolo imprescindibile avuto dalla moglie nella sua vita. Sempre fra contraddizioni e conflitti interiori. Una volta scomparsa lei nel 1978, il film rapidamente si chiude, anche se la vita e la carriera di Bernstein dureranno altri 12 anni.

Cooper ha saputo interiorizzare persino il gesto direttoriale di Bernstein

L’esecuzione mahleriana nella cattedrale di Ely, Inghilterra (nella carriera del direttore americano uno storico concerto alla testa della London Symphony Orchestra), è anche il culmine della prodigiosa mimesi fisica e intellettuale che Bradley Cooper mette in campo come attore nel delineare la figura di Bernstein. Non solo la somiglianza fisica è impressionante (e rende pretestuose e superflue le polemiche molto americane sulla protesi nasale adottata dall’attore-regista, polemiche del resto respinte totalmente dai figli); non solo la sua voce è la memoria verace e coinvolgente dell’originale (per apprezzarla, è consigliabile la visione in lingua originale – i sottotitoli in italiano sono disponibili – magari preceduta dalla visione e dall’ascolto di qualcuna delle lezioni di Bernstein). Ma specialmente colpisce l’interiorizzazione del gesto direttoriale, delineato da Cooper con la consulenza del direttore della Philadelphia Orchestra, Yannick Nézet-Séguin. Perché Leonard Bernstein si muoveva sul podio realizzando plasticamente nel gesto il suo pensiero interpretativo. Una prassi sicuramente irrituale, eppure fondamentale nella costruzione del suo mito, per l’adesione ai contenuti musicali profondi senza inutili schermi causati dalle buone maniere tecniche. E Cooper che dirige il finale della Seconda (un momento terribile per la sua difficoltà, ha raccontato in seguito il regista-attore) è una scena di grande cinema.

In Maestro Cooper racconta magistralmente l'uomo Bernstein lasciando la musica in sottofondo
Bradley Cooper nei panni di Bernstein in Maestro (dal trailer).

Mancano sia la fortuna in Europa, Italia compresa, sia il Bernstein politico sostenitore delle Black Panthers

Poi, certo, mancano allo spettatore appassionato di musica vari passaggi decisivi per avere del musicista americano un ritratto completo. E segnatamente tutti quelli che riguardano la sua fortuna in Europa, con le straordinarie prove (fortunatamente conservate in registrazioni e video) alla testa dei Berliner e dei Wiener Philharmoniker e in Italia alla guida dell’orchestra di Santa Cecilia, diretta 22 volte, dal 1948 all’anno prima della morte. Mancano le testimonianze sul suo genio comunicativo nelle trasmissioni tv, se non come riferimento in qualche intervista che serve a fornire spunti metanarrativi al film.

 

In Maestro Cooper racconta magistralmente l'uomo Bernstein lasciando la musica in sottofondo
Leonard Bernstein nel 1948 (Getty Images).

E ancora, l’Io sessualmente diviso di Bernstein, pure causa evidente di tutti i problemi coniugali e familiari, resta sostanzialmente sullo sfondo, trattato con un ritegno al massimo venato di qualche spunto ironico, che appare antitetico rispetto alla sua visione libertaria. E forse per questo, anche, viene del tutto evitato il discorso sul Bernstein politico, sostenitore delle Black Panthers, suo malgrado primo titolare dell’espressione “radical chic”, coniata da Tom Wolfe nel geniale racconto-reportage pubblicato sul New York Magazine nel giugno del 1970. In quel vero e proprio monumento del New Journalism americano si raccontava il party per Vip che si era tenuto all’inizio di quell’anno nel lussuoso attico del direttore a Park Avenue, con lo scopo di raccogliere fondi a favore degli attivisti afroamericani. Sul piano dell’impegno politico, però, Lenny e Felicia erano perfettamente in sintonia e quindi questo pur notissimo e importante episodio risulta lontano dalla materia narrativa principale del film. Che si accontenta di fare di un affollato e chiassoso party, ricostruito perfettamente, il momento in cui esplode la crisi coniugale. Ma quello di Bradley Cooper non è un documentario e non aspira a essere una voce enciclopedica. Si tratta di una sorta di “musical non musical” che parla di vita vissuta. Di un mélo del XXI secolo, tipicamente ed esclusivamente americano, il cui soggetto è la complessa, contraddittoria, drammatica vicenda sentimentale di un grande protagonista della musica nel secondo Novecento. Il primo che sia riuscito a far diventare la classica, almeno in parte e almeno per un po’ di tempo, un fenomeno autenticamente pop. L’unico fra questi pochi eletti del quale si continua a sentire la mancanza.