Maggiolone, l’auto entrata nei sogni e negli incubi del Novecento

Massimo Del Papa

Maggiolone, l’auto entrata nei sogni e negli incubi del Novecento

La Volkswagen Typ 1 è stata una macchina schizofrenica come il Novecento: aveva in sé qualcosa maligno, di spaventoso. Ma pure di giocoso, di incosciente e di irrimediabilmente adolescenziale.

10 Luglio 2019 14.38
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Adolf Hitler voleva una macchina per il popolo e gli ingegneri tedeschi, credendo di far cosa gradita, gli progettarono un carrarmato. Il fuhrer gradì. Non sapeva che quel ‘coso’ gli sarebbe sopravvissuto, passando alla storia.

Maggiolino o Maggiolone, truce o tuttomatto, la Volkswagen Typ 1 il Secolo breve l’ha segnato davvero, sempre uguale a se stessa ma sempre diversa, da panzer corazzato a macchina per la civiltà, s’è infilata nella cultura di massa, nel design, nella fantasia, con quel suo corpo sgraziato che invece era sinuoso, a modo suo, come una bella curvy, ha venduto quasi 22 milioni di esemplari in 80 anni. Ottant’anni e ottantamila variazioni sul tema per restare lei.

Non lo comprerà nessuno, finirà in un museo, come succede ai cortocircuiti dell’immaginario da preservare

Oggi, l’ultimo esemplare di una storia eterna: non lo comprerà nessuno, finirà in un museo, come succede ai cortocircuiti dell’immaginario da preservare. Ci finirà dall’11 luglio, data “tristerrima” per i tedeschi, la stessa in cui perdevano la Coppa del Mondo contro l’Italia nel 1982. Ci sono scadenze fatali, le organizza il destino e gli uomini inconsapevolmente le adottano.

UTILITARIA ENTRATA NEI SOGNI E NEGLI INCUBI DEL NOVECENTO

Carrarmato, utilitaria (ma grossa!), fuoriserie, taxi, ambulanza, pullmino, camioncino, furgonato, da corsa, da diporto, da lavoro, da crociera, da sfilata, non si possono contare le versioni del Maggiolino-Maggiolone, non si possono contare le colorazioni pazze, le riduzioni artistiche bizzarre, psichedeliche, oscene (nel senso di Carmelo Bene: fuori di scena), le capote, le marmittone a due scappamenti tutti cromati, le ingioiellature, i restyling di carrozzeria, le revisioni del motore, quel seguire il gusto di un mondo che non sta mai fermo, che cambia di continuo, fino a scavalcare il secolo vecchio e inoltrarsi in quello nuovo, che tanto nuovo non è più.

Il primo modello del Maggiolone Volkswagen del 1936.

E il Maggiolino sempre lì, un po’ ad adeguarsi ai tempi, un po’ a dettarli, ma sempre con quella cifra inconfondibile. Schizofrenico, anche: si porta appresso qualcosa di quella mitologia tetra, sinistra, la vettura pretesa da Hitler sarebbe poi finita negli incubi più abissali della cronaca nera, guidato da Ted Bundy, lo psicopatico, e sappiamo tutti che fine facessero le sventurate che salivano a bordo; lo guidava pure Gheddafi, uno della razza degli Hitler; e Dylan Dog, che macchina potrebbe mai usare per le sue scorribande nella morte? Qualcosa di maligno, di spaventoso. Di maledetto. Ma pure di giocoso, di incosciente, di irrimediabilmente adolescenziale, dalla saga di Herbie alle avventure di Bond, James Bond (Agente 007 al servizio di Sua Maestà).

IN ITALIA IL MAGGIOLONE HA AVUTO UNA FORTUNA SPECIALE

Larger than life, più grande della vita e del suo tempo e del suo destino, il macchinone a guisa d’insetto fu resistente come nessuno (un carrarmato, non per niente), affidabile come un tedesco, ma con la gioia di vivere di un italiano e difatti qui, nel Bel Paese, il prototipo disegnato da Ferdinand Porsche ebbe fortuna speciale, diventando tutto: manifesto ideologico e simbolo del disimpegno, fuga per la libertà e mezzo da sbarco nelle jungle di città, sogno giovanile e gabbia di metallo familiare. Dappertutto nel mondo, ma in Italia un po’ di più: siamo sempre i migliori nel far vivere le cose, nel renderle persone, anche se a volte al prezzo di trasformare le persone in cose.

Siamo noi ad avere sdrammatizzato la tetraggine di quegli archi pararuota così minacciosi in origine, ad avere alleggerito quel tetto arrotondato come una torretta

Ma l’insettone, anche se importato, era roba più nostra. Già dal nome: i crucchi lo chiamavano Kafer, pensa te, noialtri Maggiolino-Maggiolone (Beetle, in molto resto del mondo). Siamo noi, con la nostra frivolezza, ad avere sdrammatizzato la tetraggine di quegli archi pararuota così minacciosi in origine, ad avere alleggerito quel tetto arrotondato come una torretta in qualcosa di allegro come un italiano in gita, noi ad esserci inventati che un Maggiolone poteva volare. Poi, certo, paese che vai Maggiolino che trovi: ogni bandiera lo ha interpretato a modo suo, ma nessuna ha rinunciato a viverlo.

RESUSCITERÀ IN VERSIONE ELETTRICA?

Dovrebbero farlo patrimonio dell’umanità, il Maggiolino. Garantito che ad ogni kermesse di auto storiche “egli” ha il suo posto, il suo brivido assicurato nel pubblico. E adesso, storico lo è per sempre, in Messico, a Puebla, ultimo stabilimento ancora funzionante, hanno detto stop: la versione più recente è filante, elegante, superaccessoriata, ipertecnologica ma, come sempre, manca di quel fascino che solo un mito può sfoggiare. E il mito è se stesso, è la stratificazione del tempo, un tempo che quello stesso mito ha saputo plasmare.

Una catena di montaggio del Maggiolino Volkswagen nello stabilimento di Wolfsburg, in Germania, scattata nel 1966.

Così, dopo quasi 22 milioni di cloni, hanno deciso poteva bastare. Però, siccome questo dannato mondo più si tecnicizza e più diventa frigido, e riscopre sempre le cose vecchie, e le rimpiange, e le riprende chiamandole vintage, retrologia o in altri modi strampalati che poi voglion solo dire nostalgia, allora nessuno ci crede che il Maggiolino finisca chiuso in un museo. Tempo al tempo, e tornerà, magari in versione elettrica. Corsi e ricorsi maggiolineschi. A nessuno piace morire, e se muore il Maggiolino muore un mondo che custodiamo dentro, anche se non l’abbiamo mai guidato. Non si può, non è giusto.

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