Cosa sappiamo sui magistrati di Roma arrestati per corruzione

14 Gennaio 2019 17.18
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Millantando che avrebbe pilotato un solo processo, il giudice tranese Michele Nardi, ora pm a Roma, tentò di farsi consegnare da un imprenditore pugliese due milioni di euro. Somma che non ottenne perché ritenuta dalla vittima troppo elevata. In precedenza lo stesso magistrato, per insabbiare altri procedimenti giudiziari, aveva già ottenuto dallo stesso imprenditore, Flavio D'Introno, lavori di ristrutturazione di una casa romana (per 130mila euro), di una villa (per 600mila euro), un Rolex Daytona in oro da 34mila euro, due diamanti da un carato ciascuno (da 27mila euro ognuno) e un viaggio a Dubai.

IN MANETTE ANCHE IL PM SAVASTA

Secondo la Procura di Lecce, Nardi era il capo dell'associazione per delinquere che a Trani pilotava le sentenze penali e tributarie e insabbiava le indagini a carico di ricchi imprenditori assieme al collega pm Antonio Savasta, ora giudice a Roma. Nardi e Savasta il 14 gennaio sono stati arrestati e condotti in carcere con le accuse di associazione per delinquere, corruzione in atti giudiziari e falso per fatti commessi tra il 2014 e il 2018. Con loro ha varcato le porte del penitenziario di Lecce l'ispettore di polizia Vincenzo Di Chiaro, ritenuto complice di Savasta.

L'INCONTRO TRA SAVASTA E LUCA LOTTI A PALAZZO CHIGI

Sono stati invece interdetti dalla professione due avvocati pugliesi (Simona Cuomo e Vincenzo Sfrecola), ritenuti intermediari, e l'imprenditore fiorentino Luigi Dagostino, che in passato ha avuto rapporti d'affari con il papà dell'ex premier Matteo Renzi. Savasta da anni è al centro di indagini penali e disciplinari, proprio per questo nel 2015 tentò di ottenere un incarico fuori ruolo a Roma, per allontanarsi dai 'pettegolezzi' tranesi. In aiuto di Savasta intervenne l'imprenditore Dagostino che, secondo la Procura di Lecce, procurò al pm un incontro a Palazzo Chigi con l'allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Luca Lotti. Questo incontro, che Savasta sollecitò a Dagostino tramite l'avvocato Sfrecola, avvenne il 17 giugno 2015. Per questo fatto, Savasta, Sfrecola e Dagostino sono indagati per corruzione in atti giudiziari. Tutti e tre, infatti, parteciparono all'incontro con Lotti e in cambio Savasta, che indagava su Dagostino per un giro di presunte fatture false, omise volutamente – secondo l'accusa – approfondimenti sul conto dell'imprenditore fiorentino che era il vero beneficiario degli utili del raggiro.

LOTTI: «NON RICORDO COME L'HO CONOSCIUTO»

Ma chi riuscì a portare Savasta a Palazzo Chigi? Secondo le indagini sarebbe stato proprio Tiziano Renzi, il padre dell'ex presidente del Consiglio, Matteo. A confermarlo ai pm di Firenze (che hanno indagato sulla vicenda prima di trasmettere gli atti a Trani) è stato lo stesso imprenditore. Interrogato nell'aprile 2018, Dagostino ha riferito di aver chiesto a Tiziano Renzi di incontrare Lotti perché il pm Savasta aveva in mente un disegno di legge sui rifiuti a Roma. Sul punto è stato successivamente sentito due volte lo stesso Lotti, ad aprile e a maggio 2018. «Ho una conoscenza superficiale di Antonio Savasta», ha spiegato Lotti ai pm, «sicuramente me l'hanno presentato ma non ricordo chi né in quale occasione». Lotti dice di non ricordare l'argomento dell'incontro ma «di regola Dagostino», ha aggiunto, «mi parlava di suoi interesse a Firenze e delle sue attività riguardanti il the Mall e sul fatto che voleva costruire un centro commerciale in Puglia, a Fasano».

SEQUESTRATI ANCHE DIAMANTI E ROLEX D'ORO

Ma per capire l'ampiezza dell'indagine sul malaffare tranese coordinata dal procuratore di Lecce, Leonardo Leone de Castris, basta dare un'occhiata ai beni per due milioni di euro sequestrati agli indagati. Al magistrato Nardi sono stati sequestrati 672mila euro, tra cui un Rolex e diamanti; all'altro magistrato Antonio Savasta 490.000 euro; altri 436mila sono stati sequestrati rispettivamente all'ispettore Di Chiaro e all'avvocatessa Cuomo. Dagostino e Sfrecola sono stati privati 'solo' di 53mila euro. La magistratura leccese ha ritenuto di dover disporre il carcere per i due magistrati "tenuto conto del concreto pericolo di reiterazione di condotte criminose e del gravissimo, documentato e attuale rischio di inquinamento probatorio".

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