Gioventù bruciata è un buon album ma Mahmood sia più soul

22 Febbraio 2019 15.20
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I sovranisti non avevano capito niente: c'era molto più popolo, molta più Italia in Alessandro Mahmood, l'ex barista nato e cresciuto al Gratosoglio, che in Ultimo, borgataro romano: bastava stare a Sanremo per capirlo, l'uno a suo agio in mezzo agli altri, con la sicurezza già di chi ha le idee chiare, ma mai sopra le righe; l'altro sempre scostante, con l'insicurezza di chi non sa dove andare, se non in una precisa direzione: soldi, soldi, soldi per non tornare nella borgata. Mahmood invece i soldi li ha cantati come metafora di una famiglia naufragata, di un padre incoerente nei valori di fondo, dal suo ruolo di capo famiglia al suo rapporto con la fede: e ha vinto il Festival con un pezzo che non era sanremese eppure lo era, una cosa che aveva tutti gli ingredienti per risaltare, dal battito esotico al battito delle mani, dalla strofa gravida d'un tormentone («mi chiedi come va, come va, come va») al ritornello killer («volevi solo soldi, soldi…»).

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Sbarrava gli occhi Alessandro sentendosi chiamare il vincitore, e il neomelodico Ultimo rosicava malamente: «Complimenti al, come si chiama, ragazzo Mahmood». Poi avrebbero potuto dire che era tutta una manfrina per compiacere il multiculturalismo, ma la verità è che il pezzo due giorni dopo sfondava su tutte le piattaforme, che Mahmood ha i tratti egizi di uno nato al Gratosoglio, che c'era più scavo mediterraneo nei dischi di Pino Daniele.

GIOVENTÙ BRUCIATA, ESORDIO DA OUTSIDER

La verità è che, se manovre c'erano state, le aveva fatte l'industria discografica, trovatasi in mano un potenziale best seller da affiancare ad altri due già lanciati. E così è stato e così sta succedendo, al punto che l'album d'esordio di questo outsider che proprio esordiente non è, che ha già scritto abbastanza per sé e per altri, tra i quali un certo Marco Mengoni, è stato fatto uscire in fretta e furia anticipando i tempi per battere il ferro incandescente. Si sente: Gioventù Bruciata, con citazione anche visiva di James Dean (la scena del latte versato), risente, giocoforza, di certa concitazione nell'assemblaggio: di fatto, è la riproposizione dell'ep dell'anno scorso con l'aggiunta del successo sanremese, Soldi, dell'altro successo presanremese, quello tra i giovani, l'eponimo Gioventù Bruciata, più tre inediti assoluti, più la versione incisa di Soldi con Gue Pequeno. Totale 11 tracce. Per dire cosa?

Un affresco urbano su coordinate che spaziano dall'urban pop a misurati echi trap fino al soul e R&B alternativo

Per comporre un affresco urbano su coordinate che spaziano dall'urban pop a misurati echi trap fino al soul e R&B alternativo, quanto a dire di largo consumo, sulla scia del modello dichiarato, Frankie Ocean. Con l'onnipresenza produttiva di Charlie Charles, che a chiamarsi Paolo Alberto Monachetti, suonerebbe più bauscia milanese che internazionale, ma è quello che sta dietro o a fianco dei vari Sfera Ebbasta, Ghali, Tedua, Dark Polo Gang, Izi, tanto per speziare il disco; con anche altri alchimisti quali Ceri (Frah Quintale, Coez, Salmo), Katoo, MUUT, Dario Faini, e l'altro ospite, Fabri Fibra (nella reminiscente Anni 90) e così si capisce lo sforzo complessivo per un outsider che in realtà è un vincitore annunciato: non tanto a Sanremo, dove nessuno, fidatevi, sospettava niente, ma sul mercato.

LIRICHE RIUSCITE DI UN ARTISTA CHE SA CANTARE

Tante mani, tanti stilemi, sfaccettature dispersive di un ventiseienne che riallaccia le sue radici estese, intrecciate: ma non è così Milano, la sua Milano, nella quale cresce, si muove, diventa una star in procinto di volar via dal Gratosoglio, capolinea del tram? Difatti, Gioventù Bruciata di urban non ha solo il pop, ha anzitutto il riferimento, l'ispirazione: è disco di un milanese che canta di Milano nelle sue desolazioni, nei suoi squallori che rivelano, loro malgrado, la vita che cova sotto, che si agita incurabile. Ora Alessandro vi cerca Il Nilo nel Naviglio (terror dei sovranisti), ora insegue certe algide Milano Good Vibes, ora vi chiude una storia romantica davanti a un Uramaki, e siamo già in Chinatown meneghina, siamo in via Paolo Sarpi. Che poi tutta la faccenda sia anche molto calibrata per catturare un certo tipo di pubblico metropolitano, a cerchi concentrici, fino a non avere più i confini delle seicentesche mura milanesi per allargarsi a un immaginario giovanile, è difficile non sospettarlo: questione di suoni, molto precisi, molto stilosi, buoni per salpare da una periferia immaginaria e approdare senza problemi a corso Como.

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La differenza la fa lo scenario, perché Mahmood ha carte multietniche da giocarsi e lo sa; e lo sa fare, con quelle liriche che a volte gli riescono davvero bene, prendiamo proprio Soldi: è una storia di vita, amara ma non patetica, costruita per versi brevi, quasi slogan, qualcosa che avrebbe potuto fare, nel rock, un Vasco Rossi. E questi testi, anche quando, come in Figlio Unico, giocano esplicitamente sul doppio registro etnico («oggi taglierò/i capelli da Mustafà/sono di Milano Sud/ma sembra l'Africa/sul tram non ascolterò/Ne l'indie né Rihanna… Sì lo so/ho una faccia da schiaffi/sono i tratti orientali/dimmi che posso farci…»), anche quando, inevitabilmente, si parlano addosso, riescono a disegnare il disagio paradigmatico, figlio del tempo, di un ragazzo nato e cresciuto sotto a un Duomo nel quale si riconosce eppure avverte come uno scarto, lo spaesamento di chi proviene, almeno per via genetica, da altri scenari. Qui sta la particolarità dell'album, qui emerge il suo valore aggiunto, e probabilmente è un valore calcolato alla virgola, perché di malizia ce n'è, perché Alessandro nelle interviste ribadisce, come cosa ovvia, la sua collocazione italiana e milanese – e non è colpa sua se gli rompono le palle con certe questioni da pianerottolo del mondo.

TANTI RIFERIMENTI ETNICI, MA MAMHOOD PUÒ OSARE DI PIÙ

D'altra parte, le sue canzoni letteralmente ribollono di riferimenti etnici, di mar Rosso, di Nilo, di espressa dialettica Asia/Occidente, di rimandi arabi che sembrano tradire una nostalgia forse latente, forse strategica. O forse entrambe. Sul versante musicale, invece, le composizioni non si staccano da una ariosità di maniera, molto leggera per quanto elaborata. Diciamo che le potenzialità restano latenti, che le buone premesse di Soldi e di Gioventù Bruciata non emergono come era lecito aspettarsi; diciamo che dentro contesti ampi, in senso geografico e generazionale, alla fine Alessandro rifluisce troppo spesso in correnti sentimentali, imbuti romantici; e i momenti più scoperti, come in Remo, invece che in una confessione a cuore aperto, emotivamente coinvolgente, si risolvono in esercizi di stile, penalizzati da una certa freddezza.

Se imparerà a lasciarsi andare di più, puntando su un soul più autentico, più antico e dunque colto, potremmo trovarci davvero davanti a un autore diverso, a un artista nuovo

Mahmood non è un passionale, è uno che ragiona, che sa come e per dove muoversi. Uno che pensa lucido, insomma, e questo se da una parte lo ha sostenuto nella costruzione di una carriera, alla lunga rischia di risolversi in una zavorra. Se imparerà a lasciarsi andare di più, a osare di più, puntando su un soul più autentico, più antico e dunque colto e dunque più intenso, che sta tutto nelle sue meravigliose corde vocali, sporcando gli arrangiamenti, puntando lo sguardo più in profondità, dentro e fuori di sé, senza più quei filtri, potremmo trovarci davvero davanti a un autore diverso, a un artista nuovo. Perché Alessandro è uno che può restare, che ha talento e più di qualcosa da dire: deve trovare, però, il modo di dirlo, deve comporre le sue anime di ragazzo del freddo Gratosoglio e del caldo Mediterraneo, e, possibilmente, esaltare quest'ultimo.

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