Mai abituarsi allo strazio

Paolo Madron
09/10/2010

La morte senza senso dei 4 militari italiani.

Ci si abitua a tutto, anche alla contabilità macabra dei morti ammazzati in una guerra da noi lontana, e sempre più simile a un Vietnam per chi la combatte sul campo.
Ci si abitua a tutto, e non si dovrebbe, perché le quattro facce dei militari italiani uccisi sono simili a quelle dei tanti ragazzi che ci circondano per i quali, se già la morte prefigura un oltraggio alla loro giovinezza, figurarsi una morte in guerra, qualcosa di inconcepibile per una generazione che ha avuto la fortuna di conoscere a casa sua solo la pace.
Tanto basta per gridare all’assurdità di questa fine, che rende sempre più insopportabile il rituale della compunzione e del cordoglio: le bare che arrivano avvolte nel tricolore, il politico di turno che le accoglie posandovi sopra le mani con ieratica enfasi, la camera ardente e i funerali di Stato, trite formalità che non leniscono il dolore di chi ha perso un figlio e il nostro sconcerto.
E poi l’oblio, che appena il giorno dopo riprende implacabile consegnandoci alla routine di tutti i giorni. Ricordiamo forse il nome di qualcuno dei 30 e passa soldati morti in questi oramai otto anni di missione in Afghanistan?
Ma se per un attimo riuscissimo a sfuggire alla logica dell’appartenenza per cui ogni riflessione, ancorché pacata, viene implacabilmente esasperata dall’estremismo dialettico che  divide tra guerrafondai e pacifisti, allora ci chiederemo se vale veramente la pena di morire così.
Se la nostra missione, stretta tra gli afflati pacificatori e il crepitio delle armi, abbia ancora una sua ragion d’essere, soprattutto dopo che gli americani hanno fatto intendere al mondo che questa guerra loro l’hanno persa, perché vi sono rimasti impantanati senza una strategia che lasci intravvedere una decorosa via d’uscita.
E forse è proprio da qui che bisognerebbe partire, facendo leva sull’incertezza di chi sopporta il peso maggiore di questa missione, e che nervosamente cambia i generali in campo nel tentativo di raddrizzarne le sorti.
Il governo Berlusconi, che in molte materie (gas, Libia)  ha mostrato una inusitata libertà di manovra rispetto ai tradizionali condizionamenti dell’alleato americano potrebbe, nel momento del lutto che ancora una volta ci colpisce, ridiscutere con Washington il senso di una missione nata con ben diversi intendimenti.
Senza, per questo, offrire il destro ad accuse di pavidità. Se è difficile trovare un senso nella morte in battaglia di quattro giovani, ancor di più lo è quando vacillano anche i presupposti e gli obiettivi in coloro che sulla necessità della guerra contro i talebani, pur avendo lasciato sul campo più di mille soldati che si aggiungono agli oltre 4 mila caduti in Iraq, non hanno mai mostrato esitazioni.