Adriana Belotti

"Via i matti da qui": l'eterno problema di convivere col diverso

“Via i matti da qui”: l’eterno problema di convivere col diverso

21 Aprile 2018 12.00
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Leggendo la notizia della protesta che il comitato agrigentino “Centro Storico=Turismo?” ha mosso contro l’insediamento di una comunità di utenti del dipartimento di salute mentale in un’ex struttura alberghiera del centro, il mio primo pensiero è stato: «Ecco, ci risiamo, un altro esempio a dimostrazione del fatto che, quando la diversità suscita scandalo, l’unica soluzione possibile è allontanarla».

INUTILE IGNORARE LE DIFFERENZE. "Lontano dagli occhi, lontano dal cuore", recita il proverbio. E dalla mente, potremmo aggiungere noi, ossia dalla consapevolezza che nella grande comunità “mondo” le differenze esistono anche se cerchiamo di ignorarle perché forse ci fanno paura e non sappiamo come gestirle né in che modo relazionarci a esse.

SI ATTIVA IL COMITATO CONTRO. Questa è stata la mia reazione “a caldo” durante la lettura degli articoli di cronaca dedicati alla mobilitazione del comitato contro, stando a quanto riportato dalla stampa, le conseguenze negative «per gli stessi soggetti svantaggiati ospiti della comunità che, non potendo vivere confinati all’interno di un appartamento, si riversano nella piazza antistante e sulla via Atena, con le loro problematicità crudamente svelate, il loro tormento, quella diversità che viene marcata e che affligge senza trarne vantaggio».

SEMBRA UNA INVASIONE ALIENA. Potrei commentare come queste parole mi sembrino la descrizione di una pericolosa invasione aliena, ma se lo facessi lascerei vincere il diavoletto polemico che c’è in me. Certo che viene da chiedersi come minimo quanti siano mai gli “ospiti” della struttura incriminata, perché il testo riportato sopra fa immaginare una moltitudine di squinternati (con tutto il rispetto per gli abitanti della comunità) che vagano per le vie del centro storico cittadino mostrando le loro crude problematiche, i loro tormenti e terrorizzando gli altri esseri umani, “normali” e indifesi.

Coloro che vivono in una comunità psichiatrica sono obbligatoriamente assistiti per legge da operatori professionali qualificati, 24 ore su 24

Le comunità alloggio residenziali per utenti di centri di salute mentale hanno in media 10 posti letto ciascuna. In casi eccezionali si raggiungono i 20 posti a struttura, ma per legge non si dovrebbe superare quel numero proprio per evitare le elevate concentrazioni di persone rinchiuse all’interno di uno stesso luogo, tipiche della fortunatamente superata istituzione manicomiale.

MENO INQUILINI DI UN CONDOMINIO. Anche ipotizzando che la comunità in questione sia al massimo della capienza (negli articoli non viene riportata alcuna specifica sul numero degli utenti), si tratterebbe di 20 ospiti, meno degli inquilini di un condominio. Qualcuno potrebbe giustamente obiettare che una ventina di utenti del D.s.m. a cui si permette di vagare indisturbati per le strade di una città potrebbe effettivamente essere portatrice di problematicità spiacevoli se non pericolose per sé stessi e per gli altri.

ASSISTENZA NON SEMPRE RICORDATA. Purtroppo, però, forse non tutti sanno (e i mass media non sempre lo specificano) che coloro che vivono in una comunità psichiatrica sono obbligatoriamente assistiti per legge da operatori professionali qualificati, 24 ore su 24 per le situazioni in cui le competenze individuali e sociali sono gravemente compromesse, e in misura minore se il loro livello di autonomia e le loro risorse personali lo permettono.

EQUIPE DI LAVORO PRESENTE. Ciò significa che incontrarli non accompagnati dai professionisti che li hanno in carico è certamente possibile, ma ciò non vuol dire che siano abbandonati a loro stessi. Al contrario sono sempre supportati da un’equipe di lavoro che si può contattare in caso di necessità o di criticità (banalmente, suonando al campanello della comunità durante il turno di lavoro degli operatori).

I “matti” sono una delle categorie su cui pesa di più lo stigma sociale. Vengono guardati con diffidenza perché i loro comportamenti appaiono strani

In genere quando vengo a conoscenza di episodi simili, in cui cioè ci sono due “parti” che si contrappongono e una, maggioritaria, lamenta difficoltà di convivenza con l’altra, minoritaria e solitamente etichettata in modo negativo dalla prima, mi viene spontaneo lanciarmi in appassionate difese della parte minoritaria.

PRESA DI POSIZIONE IDEOLOGICA. Però questa mia presa di posizione, soprattutto se e quando si trasforma in ideologia, non aiuta a risolvere il problema, cioè non serve a trovare dei modi che consentano a tutti di vivere serenamente all’interno del loro contesto quotidiano. Mi rendo conto anche io che non è sempre così facile entrare in contatto con chi è diverso da noi, siano differenze fisiche, culturali, comportamentali o d’altro genere.

RIFIUTATI CONFRONTO E DIALOGO. Soprattutto perché di solito un vicinato ritenuto fastidioso, strano o molesto non invoglia ovviamente ad approfondire la sua conoscenza e a cercare occasioni di confronto e di dialogo. Guardato di sottecchi e da lontano, il nostro vicino assume inevitabilmente i connotati negativi che noi gli attribuiamo, che ci immaginiamo abbia. È così che le impressioni, le opinioni e i pensieri diventano realtà.

MA ANCHE I NORMALI SONO FOLLI. I “matti” sono una delle categorie su cui pesa di più lo stigma sociale. Vengono guardati con diffidenza perché i loro comportamenti appaiono strani e irrazionali (anche se le cronache di tutto il mondo ci offrono quotidianamente esempi di “ordinaria follia” compiuti da persone ritenute assolutamente “normali”).

Il pianeta Terra è limitato, e seppur vasto, è impensabile credere di poter avere accanto sempre e solo la gente a noi più affine

La soluzione che appare più ovvia al senso comune è allontanare "l’elemento di disturbo" o, detto in termini politically correct, trovargli una sistemazione più adatta alle sue esigenze (e soprattutto alle nostre!). Ma il pianeta Terra è limitato, e seppur vasto, è impensabile credere di poter avere accanto sempre e solo la gente a noi più affine.

SCANDALIZZATI PURE DAI RIFUGIATI. Se non sono i “matti” di oggi a scandalizzarci, saranno i nomadi o i rifugiati domani. Oppure, semplicemente, un vicino di casa appassionato di heavy metal! Credo che il focus della questione non sia decidere se spostare o meno la comunità di piazza Lena, ma piuttosto trovare una modalità di gestione della convivenza tra abitanti della zona e ospiti della residenza che sia condivisa da tutti.

RESPONSABILITÀ SOCIALE DA DIVIDERE. Per poter realizzare questo è necessario raccogliere tutte le voci e i contributi degli attori sociali coinvolti: i residenti e i commercianti della zona, gli utenti e gli operatori della comunità, i servizi sociali, l’amministrazione comunale. Secondo me un obiettivo accettabile da ciascuna delle parti coinvolte potrebbe essere generare una responsabilità condivisa nella gestione della convivenza, secondo parametri di salute per tutti.

E SE SI RIQUALIFICASSE IL CENTRO CITTÀ? Le criticità che emergeranno potranno quindi essere affrontate insieme, alla luce di quest’obiettivo. Da quanto si evince dalla stampa locale, per esempio, il centro storico, dove tra l’altro è ubicata la struttura residenziale, vessa in condizioni di degrado e di abbandono. Una proposta che sarebbe interessante valutare potrebbe essere quella di attivare una collaborazione tra il comitato, i servizi sociali, l’amministrazione comunale e gli operatori della comunità allo scopo di attuare degli interventi di recupero e valorizzazione del centro della città.

Nel caso di Agrigento sarebbe utile lavorare insieme per redigere una sorta di “regolamento della convivenza nel quartiere”, formulato con il contributo di tutti

Se tra gli ospiti della residenza ci sono persone è in grado di collaborare al progetto – e non mi stupirebbe, considerando le numerose cooperative sociali che offrono lavoro a utenti dei dipartimento di salute mentale – potrebbero venire anche loro coinvolte nelle azioni di riqualificazione del territorio.

STEREOTIPI E PREGIUDIZI DA DIMINUIRE. Ciò potrebbe contribuire a generare delle ricadute positive sulla percezione che gli abitanti di Agrigento hanno dei cosiddetti “pazienti psichiatrici” e contribuire a modificare i contenuti dei discorsi della cittadinanza riguardo la comunità. Di conseguenza anche gli atteggiamenti probabilmente cambierebbero e diminuirebbero gli stereotipi e i pregiudizi.

FESTE E CENE, MAGARI ANCHE OPEN DAY. Si potrebbero creare occasioni per promuovere lo sviluppo di una cultura improntata sul lavoro di squadra tra il comitato “Centro Storico=Turismo?”, la comunità e il Comune, come per esempio l’organizzazione di momenti di convivialità e condivisione tra gli abitanti del quartiere: feste e cene comunitarie, “open day” della struttura residenziale, e così via.

SVILUPPO DI COMPETENZE PER LA GESTIONE. Inoltre sarebbe utile lavorare insieme per redigere una sorta di “regolamento della convivenza nel quartiere”, formulato con il contributo di tutti, rendendo le parti coinvolte responsabili e consapevoli delle ripercussioni che potrebbe avere il mancato rispetto delle regole condivise sulla qualità di vita dell’intera cittadinanza. Lavorare insieme in questa direzione non elimina la possibile insorgenza di conflitti, ma aiuta tutti gli attori sociali coinvolti a sviluppare delle competenze di gestione autonoma degli stessi.

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